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L’opinione

Sponsorizzazioni sportive: sempre deducibili fino a 200.000 euro

12/04/2017 di Guido Martinelli

Il comma 8 dell’articolo 90 della L. 289/2002, qualifica, quale spesa pubblicitaria, le sponsorizzazioni poste in essere in favore di società o associazioni sportive dilettantistiche fino ad un ammontare complessivamente non superiore a 200.000 euro.

Fino ad oggi l’Agenzia delle Entrate ha sempre sostenuto, in sede di accertamento, che pur in presenza delle condizioni previste dalla norma, la qualificazione come spesa pubblicitaria della sponsorizzazione alle sportive, nel limite indicato, fosse da ritenersi tale solo in presenza dei requisiti di inerenza ed economicità previsti dal Tuir.

La Corte di Cassazione con due recenti decisioni (ordinanze 21 Marzo 2017 n. 7202 e 6 aprile 2017 n. 8981) osserva che: “quella sancita dall’articolo 90 comma 8 L. 289/2002 è una presunzione assoluta oltre che della natura di spesa pubblicitaria altresì di inerenza della spesa stessa fino alla soglia, normativamente prefissata, dell’importo di euro 200.000” e che: “ai fini dell’esclusione della presunzione di cui all’articolo 90 comma 8, L. 289/2002, non rileva l’iscrizione  o meno alle rispettive federazioni delle società beneficiarie del corrispettivo erogato con le sponsorizzazioni, ma, la destinazione del contributo ad associazioni e società sportive , che secondo la citata norma possono essere qualificate come dilettantistiche“.

La Suprema Corte afferma anche: “che la mancata iscrizione al suddetto registro comporta il difetto di prova a carico delle beneficiarie dello status di società o associazione sportiva dilettantistica  e quindi il difetto di prova in ordine ad uno dei requisiti in relazione ai quali il citato articolo 90, comma 8, legge 289/2002 consente, in via di presunzione legale assoluta di ritenere applicabile ai contributi erogati entro il limite  indicato, in favore i società o associazioni sportive dilettantistiche,  la qualificazione di spese di pubblicità“.

Ne consegue l’affermazione di un principio di diritto fondamentale per il mondo dello sport.

Se:

  • il soggetto sponsorizzato è una associazione o società sportiva dilettantistica regolarmente iscritta al registro Coni,
  • è rispettato il limite quantitativo di spesa di euro 200.000 complessivo da parte dello sponsor,
  • la sponsorizzazione mira a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor,
  • il soggetto sponsorizzato ha effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale (es. apposizione del marchio sulle divise, esibizione di striscioni e/o tabelloni sui campi di gioco),

non vi è dubbio che operi “una presunzione legale di inerenza/deducibilità delle spese de quibus fino alla concorrenza di euro 200.000”.

Irrilevante sul punto, prosegue la Cassazione “anche la presunta antieconomicità della spesa in esame in ragione della affermata irragionevole sproporzione tra l’entità della stessa rispetto al fatturato/utile di esercizio della società contribuente” proprio per la natura di presunzione assoluta della norma.

Il legislatore codicistico opera una distinzione tra le presunzioni legali distinguendole in relative, o iuris tantum, ed assolute, o iuris et de iure, che si risolve nella possibilità o meno di prova contraria. Nel caso di presunzione relativa, la parte contro cui opera la presunzione può offrire la prova contraria che invece è esclusa nella presunzione iuris et de iure.

Il distinguo prescinde dalla considerazione della posizione della parte che, dalla presunzione, è “sfavorita” e dall’effetto che la presunzione sortisce in favore di colui per il quale essa è ammessa.

La dottrina è ferma nel riconoscere alle presunzioni legali natura sostanziale con indiretta incidenza processuale. Quanto agli effetti, essi consistono nella predeterminazione e fissazione di fatti e accadimenti, che, se rilevati e provati, “vincolano” il Giudice a ritenere come vero il fatto presunto nonostante l’assenza di prova della parte onerata secondo l’ordinario criterio di distribuzione di cui all’articolo 2967 cod. civ.

Nel caso analizzato il fatto indice è la natura dilettantistica del soggetto beneficiario mentre il fatto presunto è la connotazione di spese di pubblicità delle erogazioni “di favore” per l’erogante. Il fatto presunto si collega, quanto agli effetti, al fatto indice dal momento che, pacifico il requisito per l’operatività del meccanismo presuntivo, ovvero il particolare status di società o associazione sportiva dilettantistica e l’ammontare nel tetto massimo previsto dalla norma, è esclusa la possibilità di provare che le erogazioni avessero titolo diverso rispetto a quello di natura pubblicitaria.

Pertanto, nell’ambito della fattispecie in esame, risultano irrilevanti anche l’eventuale squilibrio del sinallagma contrattuale fra le prestazioni oggetto dell’accordo (non vi è dubbio che nei limiti indicati può trovare spazio anche una forma di “mecenatismo”), la cd. “antieconomicità” nonché la non inerenza (ossia l’impossibilità, per la sponsorizzazione, stante le caratteristiche del prodotto pubblicizzato, di poter realizzare un incremento delle vendite).

Appare conseguente che, ove l’importo della sponsorizzazione superasse il tetto indicato, affinché si possa confermare la natura di spesa pubblicitaria sarà necessario verificare la sussistenza dei requisiti di economicità e inerenza fino ad oggi sempre affermati dalla prassi amministrativa e dalla giurisprudenza anche per importi inferiori ai 200.000 euro.

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Come inquadrare correttamente i collaboratori di una sportiva

29/03/2017 di Guido Martinelli

 

In un precedente contributo avevamo analizzato le problematiche relative all’inquadramento degli istruttori di discipline non più riconosciute come sportive ai sensi della delibera del Consiglio Nazionale del Coni, n. 1568 del 14 febbraio 2017.

 

La citata decisione della autorità di disciplina, regolazione e gestione delle attività sportive, ai sensi del D.Lgs. 242/1999, e il successivo D.L. 25/2017, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 17 marzo 2017, n. 64 e in vigore dal 17 marzo 2017, che prevede l’abrogazione dei voucher e dell’intera disciplina del lavoro accessorio, hanno ridotto al minimo per il mondo sportivo le scelte da fare per inquadrare correttamente i propri collaboratori retribuiti.

 

Ricordiamo che potranno essere riconosciuti i compensi sportivi (la disciplina di cui al combinato disposto di cui agli articolo 67, comma 1, lett. m), e 69, comma 2, Tuir), ai sensi della circolare 1/16 dell’ispettorato nazionale del lavoro, “solo al verificarsi delle seguenti condizioni:

  1. che l’associazione / società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive;
  2. che il soggetto percettore svolga mansioni rientranti, sulla base dei regolamenti e delle indicazioni fornite dalle singole federazioni, tra quelle necessarie per lo svolgimento delle attività sportivo – dilettantistiche così come regolamentate dalle singole Federazioni”.

 

Questo, evidentemente, esclude da questo ambito tutti i collaboratori addetti agli impianti sportivi con funzioni di custodia, pulizia, manutenzione, cassiere, videoterminaliste. In questi casi, e per queste tipologie di attività, allo stato dell’arte odierno, la scelta non potrà che essere quella di esternalizzare il servizio mediante appalti di servizi a ditte esterne o di assunzione diretta, con contratti di lavoro subordinato, da parte della sportiva gestore dell’impianto.

 

Abbiamo poi i c.d. gestori del posto di ristoro, collocato all’interno della sede sociale e dello shop in cui la sportiva effettua l’attività di merchandising di prodotti con il proprio marchio e di vendita di servizi accessori (accordatura racchette da tennis, vendita materiale sportivo, ecc.). Anche per loro appare pacifica l’impossibilità di inquadrarli con i compensi sportivi.

 

Nel passato questa tipologia di attività veniva spesso ricondotta al contratto di associazione in partecipazione con apporto di solo lavoro.

 

Sappiamo che in virtù di quanto previsto dall’articolo 53 del D.Lgs. 81/2015 non possono più essere stipulati nuovi contratti di associazione in partecipazione nei quali l’apporto dell’associato persona fisica consiste, in tutto o in parte, in una prestazione di lavoro. La violazione di questo divieto comporta la trasformazione del contratto in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Rimane ammissibile l’associazione in partecipazione in cui l’associato sia una persona giuridica (ad es. una Snc che operi tramite propri soci). Ma, in tal caso, sarà necessario verificare se l’attività economica abbia un giro d’affari tale da giustificare tale soluzione.

 

Possibilità alternativa diventa il lavoro intermittente (articolo 13, D.Lgs. 81/2015). Tale tipologia contrattuale consente di chiamare al lavoro e retribuire il lavoratore unicamente nei giorni e nelle ore in cui si rende necessaria la prestazione. Ma anche tale scelta è vincolata a limiti di età e a procedure “burocratiche” difficilmente compatibili con le esigenze e le capacità organizzative di una sportiva.

 

Arriviamo agli assistenti bagnanti delle piscine e agli operatori delle attività ludiche inserite, ad esempio, nei centri estivi gestiti da una sportiva.

 

In questo caso, per alcuni momenti della loro attività (vedi ad esempio, per i bagnini, il momento in cui in piscina viene svolta attività agonistica o per gli animatori quando seguono una attività sportiva rientrante tra quelle previste nella delibera Coni citata in premessa) potrebbero vedersi legittimamente riconosciuti i compensi sportivi.

 

Ma per quei momenti in cui la vasca è riservata ad attività “non sportive” (ad esempio, ad oggi, l’idro-bike per gli assistenti bagnanti o quando gli operatori svolgono solo attività culturali o ricreative), come fare vista l’inapplicabilità in questi casi dei compensi sportivi?

 

Ove non ci trovassimo in situazioni per le quali è presente etero direzione (e, quindi, presunzione di applicazione del rapporto di lavoro subordinato) l’alternativa potrebbe essere la prestazione occasionale di cui all’articolo 67, comma 1, lett. l), Tuir.

 

Ma, va ricordato, questa attività per i primi cinquemila euro di compenso è priva di copertura previdenziale, principalmente assicurativa, e, per sua natura, non prevede la ripetitività della prestazione.

 

Un bel rebus che speriamo il legislatore ci aiuti a risolvere creando una nuova fattispecie legislativa applicabile a prestazioni estemporanee come queste che sostituisca i rimpianti voucher.

 

 

 

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Conseguenze per le società sportive della delibera CONI

21/03/2017 di Guido Martinelli

 

La delibera del Consiglio Nazionale del Coni n. 1568 del 14 febbraio 2017 non mancherà di produrre i suoi effetti sulle agevolazioni fiscali previste e fino ad oggi godute, dai sodalizi iscritti nel Registro Coni.

 

In particolare appaiono principalmente “sacrificate” le società di capitali e le cooperative sportive dilettantistiche. Tanto che, in alcuni casi, potrebbe essere rimessa in discussione la scelta operata di costituirsi in una delle forme previste dal quinto libro del codice civile. Esaminiamo, pertanto, quali saranno le novità per le sportive che avessero scelto questa forma costitutiva.

 

Ovviamente nessuna conseguenza ci sarà in capo a chi pratica esclusivamente attività sportive rientranti tra quelle indicate nell’elenco allegato alla delibera citata.

 

Il problema riguarderà, invece, quelle che svolgono solo attività non ricomprese (ad esempio discipline olistiche) o che svolgano sia le une che le altre.

 

Nel primo caso la fattispecie è semplice. La società sportiva dilettantistica che svolge solo attività non più rientrante tra quelle riconosciute come tali dal Coni, non potrà più avvalersi delle agevolazioni fiscali previste in favore delle associazioni (in virtù della equiparazione prevista dal primo comma dell’articolo 90 della L. 289/2002) e, pertanto, rimarrà un ente commerciale (essendo a tal fine irrilevante l’eventuale clausola di non lucratività) soggetto alla disciplina generale del reddito di impresa e dell’imposta sul valore aggiunto. Ovviamente perderà ogni diritto a riconoscere per tutti i collaboratori i compensi di cui all’articolo 67, primo comma, lettera m), del Tuir.

 

Analizziamo, invece, quali potrebbero essere le conseguenze per una società sportiva di capitali che pratichi sia attività comprese che non.

 

Diciamo subito che sicuramente perde, essendo l’impianto non più destinato esclusivamente ad attività sportiva, la possibilità di agevolazioni ai fini Imu e Tasi (ammesso che prima ne godesse). Analogamente perde la possibilità, per le attività non più sportive, della defiscalizzazione delle quote di frequenza (agevolazione che, invece, potrebbero mantenere le associazioni sportive che fossero anche iscritte ai registri delle associazioni di promozione sociale) e, ovviamente, non potranno più riconoscere compensi sportivi agli istruttori per quelle attività oggi escluse. La recente pubblicazione del D.L. 25/2017, nella Gazzetta Ufficiale del 17 marzo 2017, n. 64, e in vigore dalla stessa data, ha fatto perdere la possibilità di utilizzare le prestazioni a carattere accessorio. Questo comporterà, quindi, il rischio che si possa applicare a tali prestazioni non più sportive, la presunzione di cui al primo comma dell’articolo 2 laddove viene previsto che: “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”.

 

Inoltre, la società di capitali o la cooperativa sportiva dilettantistica, essendo enti commerciali, comunque non avrebbero potuto godere della agevolazione prevista dal comma tre, lett. b), dell’articolo 143 del Tuir laddove viene previsto che non concorrono alla formazione del reddito i contributi per lo svolgimento convenzionato di attività aventi finalità sociali esercitate in conformità ai fini istituzionali degli enti stessi. Pertanto, in caso di gestioni di impianti sportivi pubblici da parte di società di capitali sportive, l’eventuale contributo posto a carico dell’amministrazione proprietaria sarà soggetto sia ad Iva che ad imposizione diretta.

 

Ma la realtà potrebbe essere più complessa. È infatti frequente, specialmente nelle palestre c.d. di cultura fisica gestite da società di capitali sportive, la prassi “commerciale” di far sottoscrivere abbonamenti a tempo che consentono di partecipare a tutte le attività svolte dalle società sportive, sia quelle che alla luce della delibera Coni rimangono tali che quelle che non ne sono state ricomprese.

 

In tal caso si teme che la commercialità delle attività non più ricomprese “necessariamente” attragga a sé anche le attività che astrattamente, essendo rimaste sportive, consentirebbero ancora di poter godere della agevolazione fiscale.

 

Pertanto, l’intero costo dell’abbonamento, ricomprendendo sia attività sportive che non, risulterebbe attratto nel reddito di impresa, essendo a questo punto irrilevante la circostanza che l’iscritto sia un tesserato alla Federazione o all’ente di promozione sportiva.

 

Ne deriva che, dopo aver per anni suggerito di preferire la costituzione in società di capitali, piuttosto che in associazione, in determinati casi potrebbe valere la pena tornare alle scelte iniziali.

 

E l’incredibile gioco dell’oca della riforma della legislazione sullo sport ci riporta alla casella di partenza.

 

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L’inquadramento degli esodati dallo sport

07/03/2017 di Guido Martinelli

Con le delibere del Consiglio Nazionale del Coni, la n. 1566 del 20 dicembre 2016, avente ad oggetto il “Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche-Elenco discipline sportive ammissibili”, e la successiva delibera integrativa e correttiva della precedente, la n. 1568 del 14 febbraio 2017, il Coni ha individuato 384 discipline sportive che, ad oggi, possono validamente ritenersi “attività sportive dilettantistiche riconosciute”.

Se, sotto un certo aspetto, come abbiamo già avuto modo di esprimere (“Considerazioni sul registro Coni e sugli statuti delle SSD” e “Discipline legittimanti l’iscrizione nel Registro Nazionale delle ASD”), il tenore di queste delibere ha messo un po’ d’ordine su quali siano i confini delle attività sportive riconosciute, le conseguenze legate al corretto inquadramento degli operatori sotto il profilo lavoristico incrementa i margini di incertezza, quasi come un puzzle, al quale, come è stato dichiarato in un recente convegno, manca sempre qualche tessera per poter essere completato.

Ci riferiamo, in particolare, alle prestazioni attinenti discipline non più ricomprese nell’elenco Coni.

In questo caso non potremmo più far rientrare l’attività svolta nell’ambito della “normativa speciale” volta a “favorire e ad agevolare la pratica dello sport dilettantistico” (vedi ispettorato nazionale del lavoro circolare 1/16 del 01.12.2016). Ciò per l’assenza dei due presupposti indicati dalla citata circolare per l’applicazione della disciplina dei c.d. compensi sportivi (ex articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir:

  1. che l’associazione/società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive;
  2. che il soggetto percettore svolga mansioni rientranti, sulla base dei regolamenti e delle indicazioni fornite dalle singole federazioni, tra quelle necessarie per lo svolgimento delle attività sportivo – dilettantistiche così come regolamentate dalle singole Federazioni”.

Qui ci potremmo trovare di fronte a due situazioni diverse. La prima è quella in cui il sodalizio svolge esclusivamente attività non più riconosciuta come sportiva.

In tal caso, a far data dalla conclusione del corrente esercizio sociale, alle prestazioni svolte trova applicazione il primo comma dell’articolo 2 del D.Lgs. 81/2015 che, rubricando “collaborazioni organizzate dal committente” testualmente riporta che: “si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”.

L’altra ipotesi, probabilmente più diffusa, è invece quella del sodalizio che mantiene la sua natura sportiva dilettantistica in virtù della pratica di discipline riconosciute, ma che indice e organizza anche attività non ricomprese nell’elenco della delibera Coni dello scorso 14 febbraio.

In tal caso, anche per loro, scatta la presunzione dell’applicazione delle norme sul rapporto di lavoro subordinato in presenza di attività etero coordinata sopra descritta?

Si ricorda che il secondo comma del citato articolo 2 del D.Lgs. 81/2015 alla lettera desclude l’applicabilità di detta presunzione: “alle collaborazioni rese ai fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle Federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002 n. 289”.

Ritenuto che tale norma debba essere correttamente letta come riferita alle collaborazioni “rese ai fini istituzionali” in favore di società e associazioni sportive di cui all’articolo 90 L. 289/2002, non vi è dubbio che una società ad esempio di ginnastica artistica (e come tale e con dette finalità qualificata correttamente come sportiva dilettantistica) che abbia tra i propri fini istituzionali “anche” la pratica dello yoga (disciplina ad oggi non rientrante tra quelle riconosciute) possa, a questo punto, legittimamente inquadrare il proprio istruttore di tale disciplina come collaboratore coordinato e continuativo, ovviamente sussistendone i presupposti, senza cadere nella presunzione della applicabilità della disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

Il problema che ne deriva, però, è che questa conclusione potrebbe essere una vittoria di Pirro. Infatti trattandosi comunque di istruttori di società e associazioni sportive dilettantistiche ci si troverà di fronte, comunque, all’obbligo di pagare i contributi alla gestione spettacolo ex ENPALS che, come è noto, sono dello stesso ammontare di quelli previsti per il rapporto di lavoro subordinato.

Ci troveremo, pertanto, nella singolare situazione che l’istruttore del corso di yoga indetto da una associazione culturale (in quanto ha perso in virtù della delibera Coni i connotati di sportiva) rischia l’applicazione delle norme sul rapporto di lavoro subordinato ma pagherà i contributi alla gestione ordinaria; lo stesso istruttore per la medesima attività, anche se inquadrato come collaboratore coordinato e continuativo, svolta in favore di una sportiva, li dovrà pagare alla gestione spettacolo.

È meglio risparmiarsi ogni commento.

 

 

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I nuovi obblighi contabili 2017 per gli enti non commerciali

20/02/2017 di Guido Martinelli

In conseguenza delle modifiche apportate dalla legge di Bilancio 2017 sono rilevanti le novità che interessano la contabilità degli enti non commerciali ammessi al regime semplificato.

Sicuramente significativo è l’aumento di cui al comma 50, articolo 1 L. 232/2016 a 400.000 euro (rispetto ai precedenti 250.000) del limite di ricavi previsto per l’accesso al particolare regime forfettario della L. 398/1991.

È piuttosto probabile che, a seguito di questo innalzamento (che fa coincidere il limite di ricavi con quello previsto dall’articolo 18 del D.P.R. 600/1973 per l’accesso alla contabilità semplificata in caso di attività aventi ad oggetto la prestazioni di servizi) la stragrande maggioranza degli “aventi diritto” opti da quest’anno per il regime forfettario.

È indubbia, infatti, la convenienza di questo regime, sia per quanto riguarda il risparmio di imposta (lres, Irap e Iva sono calcolate a forfait sui ricavi) sia per quanto riguarda l’alleggerimento degli oneri contabili (è previsto solo l’obbligo di effettuare un’unica indicazione cumulativa mensile per le operazioni effettuate sul registro conforme a quello approvato con D.M. 11 febbraio 1997, opportunamente integrato).

Non tutti gli enti non commerciali che nell’ambito dell’attività d’impresa non superano il limite previsto per la contabilità semplificata possono tuttavia esercitare l’opzione per l’applicazione della L. 398/1991 che, lo ricordiamo, è riservata agli enti “di tipo associativo”.

Chi non ha la forma giuridica di associazione (es. fondazioni, comitati, enti religiosi non associativi ecc.) deve necessariamente fare riferimento, per le attività rilevanti ai fini fiscali, esclusivamente alle regole ordinarie previste per la contabilità degli enti non commerciali e, segnatamente, all’articolo 20 del D.P.R. 600/1973 che, a sua volta, rinvia all’articolo 18 dello stesso decreto con riferimento alla descrizione delle regole contabili per le “imprese in contabilità semplificata”.

Di conseguenza anche gli enti non commerciali che, per gestire l’attività commerciale, adottano il regime di contabilità semplificata, a decorrere dal 2017 sono soggetti alle nuove regole disposte dall’articolo 1, comma 22, della L. 232/2016 (che ha modificato il citato articolo 18, D.P.R. 600/1973).

A partire da quest’anno, quindi, anche gli enti non commerciali, per gestire l’attività d’impresa in contabilità semplificata devono obbligatoriamente seguire il criterio di cassa, non essendo più possibile effettuare le registrazioni per competenza. Tralasciando le considerazioni operative legate al passaggio dal vecchio al nuovo regime, che riguardano la generalità dei soggetti in contabilità semplificata, ci occupiamo in questa sede dei problemi specifici che interessano gli enti non commerciali in forza delle particolari disposizioni normative che li riguardano.

Si fa riferimento, in particolare, agli articoli del Tuir modificati dal D.Lgs. 460/1997 che hanno imposto di effettuare una netta separazione tra attività commerciale e attività istituzionale degli enti non commerciali, prevendendo l’obbligo di ripartire i costi promiscui secondo un preciso rapporto, previsto per legge.

La presenza di due ambiti contabili diversi presuppone necessariamente che i principi di contabilizzazione siano gli stessi pena l’impossibilità di predisporre il bilancio complessivo che illustri sia l’attività istituzionale che quella commerciale dell’ente.

E che dire della percentuale di scorporo dei costi promiscui calcolata, secondo il disposto del comma 4, articolo 144 Tuir, ovvero in base al rapporto tra ricavi commerciali e ricavi complessivi (commerciali + istituzionali)?

Va da sé che gli elementi che compongono il rapporto devono necessariamente essere commensurabili se no si corre il rischio che l’indicatore non dia un’informazione corretta. È inoltre necessario verificare la prevalenza, anche quantitativa, dell’attività istituzionale rispetto a quella commerciale per il rispetto del vincolo imposto dall’articolo 149 del Tuir: anche sotto questo profilo, per consentire un’applicazione corretta del principio sotteso alla norma citata, le regole di registrazione devono essere le stesse per entrambi i regimi.

Per tutti questi motivi è quindi evidente che, imporre dal 2017 il regime di cassa per l’attività commerciale, porta necessariamente la conseguenza che anche l’attività istituzionale debba essere gestita con criteri analoghi a quelli previsti per la gestione d’impresa.

Quindi delle due l’una: o l’ente adottava già in passato il regime di cassa anche per le registrazioni relative all’attività istituzionale (ipotesi verosimile nelle realtà di minori dimensioni e poco strutturate dal punto di vista amministrativo) oppure, nei casi in cui sia stato in precedenza seguito il regime di competenza sia per l’attività commerciale che per quella istituzionale, non resterà che esercitare l’opzione prevista dal comma 8 dell’articolo 18 che consente l’applicazione per il regime ordinario.

Non si ritiene infatti, in questo caso, che l’opzione per il criterio della “registrazione” di cui al comma 4 dell’articolo 18, D.P.R. 600/1973 possa dirsi risolutiva in questa fattispecie (rimane infatti il problema di comparabilità con la gestione istituzionale).

Un ultimo aspetto da considerare è il coordinamento delle nuove regole con il disposto dell’articolo 145 del Tuir che consente agli enti ammessi alla contabilità semplificate, di determinare il reddito applicando ai ricavi determinati coefficienti.

A questo proposito dovrà essere chiarito se anche per la determinazione del reddito imponibile Ires applicando i coefficienti forfettari si dovrà tenere conto, a partire da quest’anno, del nuovo regime di cassa.

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Ancora sul lavoro sportivo dilettantistico

09/01/2017 di Guido Martinelli

Il comunicato del consiglio nazionale del Coni, svoltosi lo scorso 20 dicembre, indica, tra le delibere approvate all’unanimità quella relativa al: “Registro Nazionale delle Associazioni e Società Sportive Dilettantistiche-Elenco discipline sportive ammissibili”.

 

Dietro questa apparente “formalità” si nasconde, invece, una rivoluzione epocale per chi segue gli aspetti giuridico – amministrativi legati allo sport. Infatti per la prima volta il Coni, pur continuando a non codificare una definizione di sport, individua 396 discipline che, ad oggi, possono ritenersi attività sportive e prevede che possano essere iscritte al registro Coni (con conseguente applicazione delle agevolazioni fiscali e previdenziali ad esso connesse) soltanto quelle associazioni o società sportive dilettantistiche che dichiarano di svolgere quelle specialità inserite nell’elenco.

 

Se, ad onor del vero, vi compaiono attività di scarsa notorietà presso il pubblico (vedi ad esempio il korfball, il lacrosse o il netball) si deve sottolineare l’assenza di altre attività molto praticate nei centri sportivi quale yogacrossfit o pilates.

 

Questo ci porta ad una immediata conseguenza. Come è noto, il neocostituito ispettorato nazionale del lavoro ha emanato, con propria lettera circolare del primo dicembre, protocollo 1/2016, le proprie indicazioni operative sul trattamento, si fini previdenziali, dei compensi erogati dalle società e associazioni sportive dilettantistiche. All’interno testualmente riporta: “… l’applicazione della norma agevolativa che riconduce tra i redditi diversi le indennità erogate ai collaboratori è consentita solo al verificarsi delle seguenti condizioni: 1 – che l’associazione/società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive …”.

 

Ne consegue che la pratica di una attività non rientrante tra quelle approvate dal Coni, non consentendo l’iscrizione al registro, inibisce anche dalla possibilità di riconoscere a chi la pratica i compensi previsti dall’articolo 67, primo comma, lett. m, del Tuir.

 

Delimitato, pertanto, il campo di applicazione della disciplina agevolativa sui compensi, non possiamo non evidenziare anche che numerosi rimangono gli interrogativi ai quali la circolare dell’ispettorato non offre risposta.

 

La disciplina in esame, ad esempio, specifica che i compensi sportivi sono da considerarsi redditi diversi se non costituiscono redditi da lavoro subordinato o di esercizio di arti e professioni. Pertanto, in presenza di prestazioni caratterizzate da etero-direzione, in sede di accertamento il rapporto sarà considerato di lavoro subordinato o dovrà/potrà essere correttamente inquadrato come prestazione sportiva dilettantistica? Pertanto, l’inquadramento tra i redditi diversi della prestazione potrà avvenire con il carattere della norma speciale, come tale opponibile al classico binomio del lavoro autonomo o subordinato oppure come norma di chiusura, residuale, nei casi in cui non fossero applicabili i criteri indicati?

 

La circolare sembra uniformare nel trattamento sia l’esercizio diretto di sportiva dilettantistica che la collaborazione coordinata continuativa di carattere amministrativo – gestionale. Se così fosse, come si concilia che per quest’ultima viene precisato di “natura non professionale” nell’articolo 67 del Tuir mentre per la prima fattispecie no?

 

Un istruttore che non abbia altra diversa attività professionale fuori dal mondo dello sport e che svolga la propria prestazione nei confronti di una molteplicità di centri sportivi sarà considerato un esercente arti o professioni (e pertanto escluso dal campo di applicazione dell’articolo 67) o potrà essere pagato con i compensi sportivi?

 

L’istruttore/personal trainer che svolge la propria attività professionale sia in favore di privati (per la cui attività ha aperto partita Iva) che in favore di ASD/SSD, potrà da queste ultime essere pagato con i compensi sportivi?

 

L’assistente bagnante, in quei momenti in cui in vasca non si svolgano attività sportive riconosciute (nuoto libero, attività per neonati, idro-bike, ginnastica in acqua, ecc.) potrà essere retribuito con i compensi sportivi?

 

L’istruttore (ad esempio di nuoto) che d’estate lavora negli alberghi, regolarmente assunto o con partita Iva, in inverno potrà fare attività per un’ASD/SSD ed essere pagato con i compensi sportivi?

 

Le collaborazioni amministrativo-gestionali di carattere “non continuativo” – sempre non professionali – possono essere pagate con i compensi sportivi?

 

Le prestazioni in questione devono ritenersi assoggettate all’obbligo di comunicazione al Centro per l’Impiego e di iscrizione nel LUL se svolte in forma coordinata e continuativa (anche in considerazione dell’articolo 2 del D.Lgs. 81/2015)?

 

Come si vede permangono ancora dubbi che si spera possano presto essere risolti da un nuovo e necessario documento di prassi amministrativa.

 

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Indicazioni operative dell’ispettorato nazionale del lavoro in materia di prestazioni sportive dilettantistiche

05/12/2016 di Guido Martinelli

Il neocostituito Ispettorato Nazionale del Lavoro ha emanato, con propria lettera circolare del primo dicembre, prot. 1/2016, le proprie indicazioni operative sul trattamento, sia ai fini previdenziali che assicurativi, dei compensi erogati dalle società e associazioni sportive dilettantistiche, sia per quanto riguarda i soggetti che svolgono “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” che per coloro che svolgono “collaborazioni coordinate e continuative a carattere amministrativo – gestionale” così come queste figure sono disciplinate, ai fini fiscali, dal combinato disposto di cui agli artt. 67 primo comma lett. m) e 69 secondo comma del Tuir.

 

La presa di posizione appare quanto mai opportuna alla luce degli ondivaghi orientamenti fino ad oggi ricavabili dalla giurisprudenza in materia e i notevoli contenziosi che ne sono derivati e nasce nel quadro della collaborazione sorta all’interno dei tavoli tecnici Coni – Agenzia delle entrate – Inps – Ministero del Lavoro.

 

Il punto di partenza nasce dal mancato inquadramento, sotto il profilo del diritto del lavoro, dell’attività posta in essere dai soggetti che prestano la propria opera, a carattere oneroso, in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche.

 

Era stata costretta la stessa Suprema Corte di Cassazione a scrivere che: “« … va aggiunto che la figura del lavoratore sportivo dilettante non forma oggetto di una disciplina giuridica compiuta, né nell’ordinamento sportivo, né in quello nazionale. Manca, infatti, uno specifico inquadramento sotto il profilo del diritto del lavoro mentre si rinviene la regolazione di taluni aspetti specifici, soprattutto nel settore del diritto tributario ….» (C. Cass. sent. 602/2014).

 

Il problema, rimasto insoluto anche dopo l’equivoca formulazione dell’art. 2 secondo comma lett. d del decreto legislativo 81/2015, era se l’inquadramento fiscale dei compensi sportivi (che per la qualificazione come reddito diverso producevano come conseguenza l’assenza di copertura previdenziale e assicurativa) fosse applicabile o meno anche a prestazioni che avessero come “causa” una prestazione di lavoro oppure se fosse una fattispecie, quella dei compensi sportivi, applicabile solo a prestazioni a carattere associativo o, comunque, non a carattere lavorativo.

 

La Giurisprudenza si era indirizzata, in questi ultimi anni, anche se non in maniera univoca (ex pluris vedi C. Cass. 31840/2014) nel tentativo di legittimare e tipizzare una fattispecie di “lavoro sportivo dilettantistico” che prescindesse dalla indagine sulla natura autonoma o subordinata del rapporto (“..la finalità perseguita dal legislatore è quella di realizzare un regime di favore a vantaggio delle associazioni sportive dilettantistiche esentando dal pagamento dell’imposta (e della contribuzione) quanto queste corrispondano in forme di rimborsi forfettari o di compensi non solo agli atleti ma anche a tutti coloro che collaborino con mansioni tecniche o anche gestionali, al funzionamento della struttura riconosciuta dal Coni. Vi sottende, ovviamente, la necessità di incentivare questo tipo di attività e di alleggerirne i costi di gestione, sul presupposto  della oggettiva valenza della funzione, anche educativa che consegue all’esercizio di attività sportive non professionistiche ..“. C. App. Firenze n. 683/14; “..  Non sono condivisibili le conclusioni cui è pervenuto il giudice di primo grado nel delineare un nesso tra la natura del rapporto di lavoro e la qualifica di «esercente attività sportiva dilettantistica» che ben può caratterizzare qualsiasi tipo di rapporto di lavoro, rendendo pertanto fruibili i relativi sgravi fiscali e contributivi a prescindere dalla natura autonoma o subordinata dello stesso… “ C. App. Bologna sent. N. 250/16) che risulta oggi confermata dalla presa di posizione assunta dal servizio ispettivo con la circolare in commento.

 

Inserendosi in un filone che aveva già visto, in senso conforme, la circolare del Ministero del Lavoro del 21.02.2014 prot. N. 4036 (“ … farsi promotore d’intesa con l’INPS di iniziative di carattere normativo volte ad una graduale introduzione di forme di tutela previdenziale a favore dei soggetti che nell’ambito delle associazioni e società sportive dilettantistiche… svolgono attività sportive dilettantistica nonché attività amministrativo-gestionale non professionale … ”) e del successivo interpello n. 6/2016, viene specificata la natura di “normativa speciale” applicabile al caso di specie volta a “favorire e ad agevolare la pratica dello sport dilettantistico”.

 

Pertanto, procede il documento in commento, “la corretta individuazione dei soggetti eroganti (ASD, SSD) attraverso il registro delle società sportive costituisce la condizione principale per l’applicazione del regime agevolativo” e dei soggetti beneficiari individuando come tali coloro i quali svolgano le attività necessarie per lo svolgimento dell’attività. In tale direzione per poterne individuare le figure la circolare ricorda: “ … a solo titolo di esempio è possibile citare: gli istruttori, gli addetti al salvamento delle piscine, i collaboratori amministrativi e ogni altra figura espressamente prevista dai regolamenti federali per lo svolgimento dell’attività” .

 

         Opportunamente la circolare chiarisce che il requisito della professionalità, intendendosi come tale la partecipazione a corsi di formazione organizzati dalla propria Federazione di appartenenza, “non rappresenta in alcun modo un requisito, da solo sufficiente, per ricondurre tali compensi tra i redditi di lavoro autonomo, non essendo tale qualifica requisito di professionalità ma unicamente requisito richiesto dalla Federazione di appartenenza per garantire un corretto insegnamento della pratica sportiva”. D’altro canto, su questo specifico punto, occorre ricordare che lo stesso art. 67 primo comma lett. m) del tuir prevede come requisito la “non professionalità” solo per le collaborazioni coordinate e continuative di natura amministrativa – gestionale (e per quelle, estranee al tema in esame in favore di cori, bande e filodrammatiche) e non, anche, per l’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche. Viene precisato anche: “che la stessa regolamentazione prevista dal decreto legislativo n. 15/2016 in attuazione della direttiva 2013/55/UE del Parlamento europeo, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali che attribuisce al Coni la competenza per il riconoscimento delle professioni di maestro di scherma, allenatore, preparatore atletico, direttore tecnico sportivo, dirigente sportivo e ufficiale di gara deve essere intesa come uno strumento volto a fissare i criteri che consentono anche a soggetti stranieri la possibilità di svolgere in Italia le attività sopra elencate”.

 

         Va anche detto che il termine “compenso”, inserito dal legislatore fiscale nella norma indicata, innovando e integrando la precedente disciplina che parlava solo di indennità di trasferta e di rimborso forfettario di spesa, sembrava  proprio andare nella direzione di disciplinare, sotto il profilo fiscale, il riconoscimento economico per una prestazione a carattere corrispettivo.  

 

In questo quadro viene precisato, quindi, che l’applicazione della norma agevolativa che riconduce tra i redditi diversi le indennità erogate ai collaboratori è consentita, senza ulteriori considerazioni legate alla natura autonoma o subordinata della stessa, sulla base di quanto ricordato dalla giurisprudenza sopra indicata, al verificarsi delle seguenti condizioni:

 

“1.     Che l’associazione / società sportiva dilettantistica sia regolarmente riconosciuta dal Coni attraverso l’iscrizione nel registro delle società sportive;

2.      Che il soggetto percettore svolga mansioni rientranti, sulla base dei regolamenti e delle indicazioni fornite dalle singole federazioni, tra quelle necessarie per lo svolgimento delle attività sportivo – dilettantistiche così come regolamentate dalle singole Federazioni”

 

         Sulla base di tale previsione acquista anche rilevanza il tesseramento della persona fisica alla Federazione che ne testimonia il riconoscimento della attività.

 

Se il perimetro della chiarezza si è definito, rimane la consapevolezza di alcuni punti ancora possibile fonte di contenzioso.

 

         Il primo è il riferimento, espressamente indicato nella circolare, degli addetti al salvamento. Se, in presenza di attività agonistiche o di corsi propedeutici in vasca, appare compatibile e coerente la ricomprensione anche di queste figure nell’ambito di quelle “sportive”, meno condivisibile apparirebbe la ricomprensione in tale ambito per le attività svolte dagli addetti al salvamento negli spazi c.d. di “nuoto libero” o per tutte quelle attività non strettamente sportive che possono essere poste in essere in vasca (vedi attività per neonati o similari).

 

         Si pone, poi, il problema di quelle discipline riconosciute solo dagli enti di promozione sportiva e non da una Federazione o da una disciplina sportiva associata aderente Coni (vedi, ad esempio, pilates, yoga, ecc).  Infatti, mentre non appare dubbio alcuno che il compenso sportivo possa essere erogato per la pratica svolta nell’ambito degli enti di promozione di discipline riconosciute come tali da Federazioni, dubbia rimane per quelle attività, tipo quelle in precedenza citate, che sono svolte dagli enti ma che non hanno, come tipologia di esercizio, un analogo riconoscimento all’interno di una Federazione o Disciplina sportiva associata.

 

         Non possiamo fare a meno di ricordare come lo statuto del Coni, mentre per le Federazioni e Discipline sportive associate parla di “attività sportiva” (art. 20 e 24 dello statuto Coni), per gli enti di promozione sportiva definisce le attività come: “fisico – sportive con finalità ricreative e formative” (art. 26 primo comma statuto Coni).

 

         In un’ottica di limitare il recinto della applicabilità della disciplina agevolativa questa potrebbe essere una possibile spiegazione al preciso contenuto della circolare laddove viene previsto che: “sulla base di questi chiarimenti normativi e di prassi è possibile avere un quadro di riferimento per definire le prestazioni che rientrano nell’art. 67 del Tuir ma è necessario, in sede di accesso, verificare, sulla base delle indicazioni fornite dalle singole Federazioni che attuano il riconoscimento della ASD/SSD quali sono le attività necessarie per garantire l’avviamento e la promozione dello sport e le qualifiche dei soggetti che devono attuare tali attività”.

 

Questa presa di posizione sicuramente appare un importante contributo di chiarezza ad una disciplina che suscitava molte incertezze e che aveva portato a numerosi contenziosi tuttora in corso. Appare altrettanto vero che, come tale, non può che essere ritenuta insufficiente, anche perché costruita solo sotto il profilo amministrativo e pertanto, si auspica che sia solo un punto di partenza per un totale riesame legislativo della fattispecie del lavoro sportivo dilettantistico

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Il lavoro dilettantistico: una storia senza fine

06/10/2016 di Guido Martinelli

Due recenti sentenze, di segno contrario l’una all’altra, ripropongono in maniera oserei dire “drammatica” la necessità di porre un punto fermo alla disciplina del “lavoro sportivo dilettantistico”.

 

Con questo termine ci riferiamo a quei soggetti che prestano la loro opera, in via principale anche se non esclusiva, in settori sportivi non professionistici e che da questa attività riscuotono la parte principale dei loro proventi. Il problema è presto sintetizzato. Il legislatore tributario ha inquadrato tra i redditi diversi il ricavo da tali attività. Ma questo inquadramento fiscale produce, come conseguenza diretta, che su tale emolumento non siano applicabili ritenute previdenziali e assistenziali, previste solo per i redditi da lavoro.

 

La prima decisione in commento è la sentenza n. 2118 del 11.05.2016 emessa dalla sezione lavoro della Corte d’Appello di Roma. Il fatto è quello comune alle altre decisioni in questa materia. Accertamento Inps verso una associazione sportiva che gestiva un centro di fitness a seguito del quale venivano recuperati i contributi dovuti alla gestione ex Enpals per sette istruttori, ai quali fino a quel momento erano stati riconosciuti i compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m), del Tuir e, come meglio sopra precisato, in quanto tali non soggetti a contribuzione previdenziale.

 

Facendo riferimento al decreto ministeriale 15.03.2005 che ha adeguato le categorie dei lavoratori assicurati obbligatoriamente presso l’Enpals e, più in particolare, al punto 20 che prevede “impiegati, operai, istruttori e addetti agli impianti e ai circoli sportivi di qualsiasi genere, palestre …..”, il giudicante di appello afferma: “dal semplice tenore letterale della espressione normativa di cui al n. 20 emerge l’obbligo contributivo a carico dell’appellante nei riguardi degli istruttori di attività sportive a prescindere dalla natura giuridica (subordinata, parasubordinata o autonoma) del rapporto di lavoro ed essendosi peraltro la stessa appellante qualificata associazione sportiva”.

 

La Corte non ritiene, inoltre, comunque applicabile la disciplina fiscale (e la conseguente non debenza previdenziale) dei compensi sportivi in quanto sussisterebbe a carico dei lavoratori sia il requisito della professionalità che della: “abitualità anche se non esclusività della loro prestazione”.

 

Non si può fare a meno di rilevare come, invece, la sezione lavoro della Corte d’Appello di Bologna, poche settimane dopo (sentenza n. 250 del 07.06.2016) arriva ad una conclusione diametralmente opposta.

 

Medesima fattispecie concreta. In questo caso, dopo aver analizzato la disciplina fiscale e l’evoluzione legislativa della figura in esame, ritenuta la natura di società sportiva dilettantistica del soggetto presunto datore di lavoro e la riconducibilità della prestazione resa dagli istruttori all’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica, per come interpretato autenticamente dal legislatore con l’articolo 35, comma 5, del D.L. 207/2008 convertito con la L. 14/2009, la sentenza stabilisce che “il legislatore ha così chiarito che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione, ed assistenza ad attività sportiva beneficiano dell’esenzione fiscale contributiva dovendosi intendere per attività sportiva dilettantistica il mero far fare sport senza che sussista un evento ulteriore a cui finalizzare tale attività” e così conclude riformando la sentenza di primo grado che aveva invece accolto la tesi dell’istituto previdenziale: “non sono condivisibili le conclusioni a cui è pervenuto il giudice di primo grado nel delineare un nesso tra la natura del rapporto di lavoro e la qualifica di esercente attività sportiva dilettantistica che ben può caratterizzare qualsiasi rapporto di lavoro rendendo pertanto fruibili i relativi sgravi fiscali e contributivi a prescindere dalla natura autonoma o subordinata dello stesso”.

 

Il foro bolognese mantiene il suo atteggiamento di favore anche con la decisione della sezione lavoro del Tribunale (sentenza n. 558 del 23.09.2016), sempre sui medesimi presupposti di fatto: “… tutte le collaborazioni svolte nell’ambito sportivo dilettantistico seguono il regime agevolato a prescindere dall’abitualità e dalla continuità della prestazione … con la conseguenza che non essendo il compenso imponibile non potranno su di esso calcolarsi neppure oneri previdenziali …”.

 

Facile rilevare come ci si trovi di fronte a due opposte chiavi di lettura della medesima disciplina. Un rilievo conclusivo evidenzia come nessuno dei collegi chiamati a decidere su detta materia abbia preso in esame il dettato di cui all’articolo 38 della nostra Costituzione:

 

“2. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

….

 

  1. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato”

 

Un intervento del legislatore o una definitiva presa di posizione della Cassazione, in un senso o nell’altro, si impone.

 

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Il massaggio è sport

30/08/2016 di Guido Martinelli

La sezione quinta del Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, ha pronunciato, lo scorso 7 luglio, una sentenza (la numero 03378/2016) le cui conseguenze possono essere di interesse anche per le associazioni e società sportive dilettantistiche.

 

Il tema ruota attorno alla qualifica professionale necessaria per svolgere attività di massaggio. Il Comune di Sanremo aveva disposto la chiusura temporanea di un centro benessere sul presupposto che svolgesse unaattività di estetica: “in assenza di titolo autorizzativo e in assenza di direttore tecnico qualificato”.

 

Il legale rappresentante impugnava il provvedimento deducendo: “la non riconducibilità dell’attività concretamente svolta, consistente nella pratica di massaggi Tuina, a quella di estetista”.

 

La sentenza del Tribunale amministrativo regionale, oggetto di esame in appello, aveva sostenuto che: “tutte lepratiche manipolatorie rientranti nella categoria delle discipline bio – naturali (tra cui lo shiatsu e il tuina)” siano riconducibili all’attività di estetista.

 

Il presupposto giuridico è dato dall’articolo 1, comma 1, della L. 1/1990 avente ad oggetto la disciplina dell’attività di estetista. La norma indicata, infatti, fa rientrare tra le attività oggetto di esclusiva: “tutte le prestazioni ed i trattamenti eseguiti sulla superficie del corpo umano il cui scopo esclusivo o prevalente sia quello di mantenerlo in perfette condizioni, di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico, modificandolo attraverso l’eliminazione e l’attenuazione degli inestetismi presenti”.

 

La motivazione si basa sulla interpretazione del citato disposto normativo. Secondo il Giudicante di primo grado esiste una finalizzazione alternativa dell’attività di estetista: la prima legata al mantenimento del corpo umano in perfette condizioni e l’altra di migliorarne e proteggerne l’aspetto estetico mediante l’eliminazione o l’attenuazione degli inestetismi esistenti.

 

Il Consiglio di Stato, con il provvedimento in esame, respinge questa tesi ritenendo che questa alternativa finalistica dell’attività di estetista: “non appare conforme al modello legale della professione il quale non contempla alcuna alternatività”. Pertanto, la corretta lettura della norma che disciplina l’attività di estetista deve portare a concludere che, indistintamente, tutti i trattamenti riservati all’attività di soggetti in possesso di detta qualifica siano diretti allo scopo unitario di eliminare o ridurre gli inestetismi presenti nel corpo umano.

 

Ma “questa essenziale finalità appare estranea alle manipolazioni rientranti tra quelle proprie dei massaggi Tuina che non perseguono quell’obiettivo”. Di conseguenza l’attività svolta dalla ricorrente appare estranea a quella riservata dalla L. 1/1990 alle estetiste.

 

Pertanto, il Giudicante di secondo grado ha, di fatto, legittimato l’esercizio di attività di massaggio “non estetico” al di fuori di ogni autorizzazione amministrativa e/o di qualificazione degli operatori.

Sotto tale profilo, pertanto, dovrebbe andare necessariamente confermata la nostra tesi (si veda palestre-e-la-gestione-di-saune-e-solarium) secondo la quale non appare condivisibile la giurisprudenza che impone la presenza dell’estetista in tutti quei centri sportivi che utilizzano anche saune e solarium.

 

 

Di conseguenza, lo svolgimento, da parte di una associazione o società sportiva dilettantistica, nell’ambito del proprio centro, di attività di massaggi o l’utilizzo di saune che non abbiano finalità estetiche, alla luce della decisione in commento, apparirebbe libero da vincoli amministrativi o di qualificazione del personale.

 

Ma, nel caso in esame, è presente un altro aspetto curioso che apparentemente è rimasto estraneo agli atti processuali.

 

La Federazione Italiana Wushu Kung Fu (in sigla F.I.Wu.K.) regolarmente riconosciuta dal Coni come disciplina associata, prevede, nel suo statuto all’articolo 3 comma 2, tra le attività dalla medesima disciplinate,“le arti marziali di origine cinese quali …… il Wushu KungFu tradizionale (in tutti gli stili interni ed esterni tra cui … il Tuina, …)”.

 

Senza volere ora necessariamente capire come possa un massaggio essere considerato un’arte marziale, comunque di carattere o di origine sportiva stante l’avvenuto riconoscimento da parte del Coni, resta la possibilità che non solo l’operatore di massaggio Tuina non debba avere abilitazioni particolari, alla luce della commentata sentenza del Consiglio di Stato, ma che, inoltre, egli possa essere “compensato” con la disciplina di maggior favore di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m), del Tuir.

 

Consentitemi una considerazione finale di carattere personale. Stante la circostanza che una attività riconosciuta dal Consiglio di Stato come “massaggio” sia poi riconosciuta dal Coni come sportiva mi induce a ritenere che diventa sempre più urgente una definizione legislativa di cosa si debba intendere per sport.

 

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Ancora sul diritto di voto ai sedicenni nelle associazioni

14/07/2016 di Guido Martinelli

Lo statuto, di recente entrato in vigore, della U.I.S.P., uno tra i più importanti enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni, introduce, nell’ordinamento sportivo, una importante novità. L’articolo 4, comma quinto, infatti, prevede che: Il socio minorenne viene convocato alle assemblee e partecipa con diritto di voto al raggiungimento del sedicesimo anno di età con esclusivo riferimento all’elezione dei delegati al congresso territoriale …” (sul punto vedi anche “Il diritto di voto ai minorenni”).

 

La particolarità della scelta adottata (ratificata dal Coni in sede di definitiva approvazione dello Statuto) si ricava sia dal riconoscimento del diritto di voto al minorenne sia dalla circostanza che questo diritto appare limitato (ad esempio non esercitabile in sede di approvazione dei bilanci).

 

Ci si chiede se questa scelta possa essere oggetto di censure sotto il profilo della legittimità.

 

Il codice civile detta disposizioni relativamente all’esercizio dell’impresa commerciale da parte del minore. Nulla dispone in ordine alla partecipazione ad enti non commerciali in cui difetta l’elemento del rischio di impresa ed un fine egoistico, argomenti che hanno influenzato il regime degli articolo 320 e seguenti cod. civ..

 

Al minore, se non emancipato (articolo 397 cod. civ.), non è consentito di intraprendere l’esercizio di una impresa commerciale ma solo di “continuarlo previa autorizzazione del tribunale su parere del Giudice tutelare” (articolo 320 cod. civ.); il giudice tutelare decide se continuare o alienare l’azienda commerciale che si trova nel patrimonio del minore sottoposto a tutela (articolo 371 cod. civ.).  Il legislatore ha certamente tenuto conto del legame indissolubile tra l’attività di impresa ed il rischio connesso e soprattutto della sua incidenza in ragione dell’inizio di una attività di impresa. Ciò in quanto la gestione del rischio presuppone la sua conoscenza e comprensione per farlo evolvere in termini positivi e considerarlo alla stregua di altri fattori produttivi; passaggi questi non verificabili in anticipo prima di intraprendere una attività, ma valutabili in caso di attività in essere per conseguire il giudizio sulla profittabilità dell’impresa e quindi sulla convenienza della sua continuazione.

 

Il minore può essere titolare di quote ed azioni societarie; il genitore quale titolare dell’usufrutto legale sulle partecipazioni sociali del figlio minore esercita il diritto di voto. In tal caso si tratta di “atti di esercizio dei poteri di godimento e di gestione che spettano al genitore; atti che questi pone in essere agendo in nome proprio” (Cass. 6360/2014; cfr. app. Torino 15.10.1992). 

 

È in luce un ulteriore aspetto della responsabilità genitoriale connesso al dovere di amministrazione e gestione dei beni del minore “affinché essi possano soddisfare esigenze dell’intera famiglia” (Cass. 6360/2014).  Posto che l’usufrutto legale spetta ai genitori “responsabili”, esso concretizza una modalità di gestione e di amministrazione dei beni del minore, non sottratta al regime di cui all’articolo 320 cod. civ., con funzione non solo patrimoniale ma solidaristica assegnata dal disposto di cui all’articolo 324 cod. civ. in ordine all’impiego dei frutti percepiti secondo logiche di mutualità familiare.

 

La normativa specifica pare circoscrivere ai rapporti a contenuto patrimoniale l’ambito di attribuzione della funzione sostituiva dei genitori che operando in luogo e nell’interesse dei figli li rendono giuridicamente attivi nel rapporto con il mondo esterno; restano quindi escluse le attività sostanzialmente e funzionalmente prive del connotato della patrimonialità. Queste ultime sarebbero tutte ricomposte nella relazione tra genitori e figli connessa alla loro educazione secondo i principi di cui all’articolo 316 cod. civ.. 

 

Costituisce esplicazione di un diritto di libertà del minore la propensione di associarsi per lo svolgimento di attività sportiva.

 

È una scelta educativa che si concretizza in atto di ordinaria amministrazione: sull’adesione all’opzione del minore non può imporsi la potestà autoritativa del genitore di segno contrario, funzionando il valore individuale espresso come limite al potere di indirizzo dei genitori. Il potere di rappresentanza conferito ai genitori ex articolo 320 cod. civ. si estende a tutti gli atti  anche se a contenuto non  patrimoniale.

 

Il minore “conclude” il contratto associativo a mezzo del genitore; si tratta di attività di ordinaria amministrazione che può essere svolta disgiuntamente dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale.

 

Il minore acquista lo status di associato che gli attribuisce i diritti collegati; fra questi il diritto di partecipare all’assemblea, il diritto di voto oltre al diritto di fruire delle attività e delle iniziative sportive.

 

Nulla quaestio sulla titolarità del diritto; la questione è sull’esercizio del diritto di voto posto che il diritto di partecipazione all’assemblea non è avversato da sensibili argomenti

 

Ritenuta come generale l’ammissibilità del minore in assemblea, non deve sorprendere il patto sociale che garantisce l’esercizio del diritto di voto al socio minore che abbia raggiunto una età ragionevolmente corrispondente al livello di sviluppo psico-fisiologico dell’individuo.

 

È plausibile la limitazione dell’esercizio a determinate materie ovverosia quelle che intersecano l’amministrazione delle risorse dalla quale dipende il soddisfacimento delle posizioni attive che si collegano allo status di socio.

 

 

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