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L’opinione

La cooperativa sportiva: questa sconosciuta

21/03/2016 di Guido Martinelli

Il legislatore della finanziaria del 2003 (legge 289/02), nel recare nell’articolo 90 “disposizioni per l’attività sportiva dilettantistica”, aveva, al comma 17, indicato le forme costitutive delle associazioni e società sportive dilettantistiche identificandole esclusivamente con le associazioni, riconosciute e non, di cui al primo libro del codice civile e le società di capitaliAveva completamente omesso di citare le cooperative che, per la loro natura, non sembravano incontrare nessun ostacolo ad ottenere detto riconoscimento. Possibilità invece, che non avrebbero mai potuto ottenere le società di persone in quanto, la confusione tra il patrimonio sociale e quello dei singoli soci, impedisce di verificare il rispetto della norma di assenza di scopo di lucro.

 

Si arriva, per rimediare alla dimenticanza, alla legge n. 128/2004 (legge di conversione del D.L. 22 marzo 2004, n. 72), che integra le forme costitutive delle società sportive dilettantistiche introducendo la possibilità di utilizzare anche la forma della società cooperativa.

 

Tuttavia, con questo provvedimento, il legislatore si è limitato alla semplice integrazionedegli schemi societari previsti dall’articolo 90 comma 17, tralasciando, invece, di specificare il riferimento alla società cooperativa negli altri commi dell’articolo 90 che estendono alle società sportive dilettantistiche i benefici fiscali già previsti per le associazioni.

 

Infatti, se al comma 17, lett. c), è stato espressamente introdotto che le società sportive dilettantistiche possono costituirsi anche in forma di società cooperativa, al comma 1, l’estensione delle disposizioni tributarie previste per le associazioni sportive dilettantistiche viene esplicitamente attuata solo nei confronti delle società di capitali senza scopo di lucro, non introducendo alcuna chiara menzione alle società cooperative.

 

Naturalmente, sarebbe un controsenso ritenere che, ai sensi del comma 17, le società sportive dilettantistiche possano assumere la forma di cooperativa e negare, poi, alle stesse l’applicazione del regime agevolativo, adducendo che il modello cooperativo non risulta espressamente richiamato dal comma 1.

 

In tal senso, si è espresso anche il Consiglio Nazionale del Notariato, nello Studio del n.93/2004/T intitolato “Società e associazioni sportive”, approvato dalla Commissione studi tributari il 22/4/2005, nel quale viene osservato che “l’omesso riferimento nel comma uno alla forma giuridica della cooperativa è frutto della mancanza di coordinamento tra due interventi normativi che sono stati effettuati in tempi diversi. L’ultimo di essi ha modificato il comma 17 dimenticando di intervenire sul precedente comma 1. D’altra parte appare ragionevole osservare che se il legislatore ha voluto estendere le agevolazioni fiscali previste per il settore sportivo perfino in favore delle società non lucrative, le quali possono fruire del regime forfetario di cui alla citata legge n. 398/1991, non si comprende per quali ragioni la medesima possibilità debba essere negata alle cooperative. Si ritiene, dunque, come la mancata modifica del predetto comma 1 dell’articolo 90, che non contiene alcun riferimento alla forma della cooperativa, non impedisca di estendere l’applicabilità di tale regime anche nei confronti dei predetti soggetti”.

 

Assodato ciò ritengo che la forma cooperativa sia, invece, l’evoluzione naturale del modello associativo, che ha dato ottima prova di sé nello sviluppo dello sport nella seconda metà del novecento, evoluzione verso quella impresa sociale multifunzionale che appare lo sbocco, praticamente obbligato, del futuro della organizzazione sportiva in Italia.

 

Infatti, rispetto alla società sportiva a responsabilità limitata senza scopo di lucro o alla associazione riconosciuta, i modelli evolutivi ai quali oggi più frequentemente ci si rivolge,la cooperativa offre una serie di vantaggi a mio avviso fino ad oggi non adeguatamente considerati.

 

Il primo che consente la responsabilità limitata dei soci senza necessità di dotarsi di un capitale (o patrimonio che dir si voglia) minimo obbligatorio per legge come invece accade negli altri casi.

 

Per sua natura, senza necessità, quindi di dover adottare statuti particolari (come accade per le srl sportive), ha le regole compatibili con l’applicazione delle agevolazioni fiscali previste dal combinato disposto di cui agli articoli 148 Tuir e 4 D.P.R. 633/72; in tal senso, ha la possibilità di ingresso (o di uscita) dei soci con la facilità delle associazioni e senza gli obblighi di pubblicità previsti invece per le società di capitali.

 

Ai “noti” vantaggi fiscali previsti per tutte le altre associazioni e società sportive dilettantistiche unisce la possibilità di ricorrere ai finanziamenti agevolati previsti per la cooperazione e gode, in misura variabile, della detassazione degli utili prodotti. Pertanto, ad esempio, in presenza di ricavi commerciali superiori ai 250.000 euro e, pertanto, fuori dalla legge 398/91, il carico fiscale appare ridotto rispetto a qualsiasi altra società di capitali.

 

Probabilmente vale la pena farci un pensierino.

 

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Il significato di sport dilettantistico

15/03/2016 di Guido Martinelli

Si parla spesso di agevolazioni fiscali per lo “sport dilettantistico”. Mi chiedo se, quando usiamo termini come questo o come “volontariato sportivo”, intendiamo tutti la stessa cosa.

 

Potrà apparire strano ma nella legislazione domestica non esiste una definizione di sport. In assenza di una definizione legislativa proviamo a vedere, come si fa abitualmente in casi del genere, cosa dicono i dizionari della lingua italiana: “l’insieme degli esercizi fisici che si praticano, in gruppo o individualmente, per mantenere in efficienza il corpo”.  Ma se così fosse perchè ritroviamo tra le discipline “sportive” associate riconosciute dal Coni il bridge, la dama e gli scacchi che, a prova di smentita, non prevedono movimenti tesi a conservare la funzionalità del nostro corpo?

 

Quindi primo problema: è evidente che non esiste una definizione univoca di sport. Ma se questo è vero, quando una legge parla di sport a cosa si riferisce? Qualcuno, più attento, potrebbe dirmi che è sport ciò che è riconosciuto come tale dal Coni. Anche questa è solo una mezza verità. Noi abbiamo molte attività (yoga, giochi elettronici, poker sportivo, freccette, fresbee, attività olistiche, zumba, pilates, eccetera) che non hanno una propria federazione sportiva o disciplina sportiva associata (quindi non esiste una delibera Coni di riconoscimento della specialità) a livello nazionale o internazionale, ma vengono normalmente praticate da associazioni regolarmente affiliate a enti di promozione sportiva riconosciuti. Può essere ritenuto questo una sorta di riconoscimento indiretto? Probabilmente sì. Ma stante l’effetto dichiarativo e non costitutivo legato all’iscrizione al registro Coni, la mancanza di una specifica legislativa potrebbe portare a possibili contenziosi con esito incerto.

 

Se manca la definizione di sport, a maggior ragione è assente il concetto di “sport dilettantistico”. È chiaro che questo termine si contrappone a sport professionistico. Ma proprio per questo dovrebbe essere quello fatto “per diletto”. Ma così non è in quanto è dato notorio che la differenza esiste solo sotto il profilo giuridico (si applica o non applica la legge 91/81) non economico. Sono dilettanti gli atleti di vertice di discipline come iltennis, lo sci, la pallavolo, il rugby, l’atletica; lo sono i loro tecnici e i loro dirigenti.

 

Addirittura abbiamo avuto discipline sportive come il ciclismo, il pugilato e, in parte, la pallacanestro che hanno fatto “marcia indietro” facendo rientrare nel dilettantismo attività fino a quel tempo considerate professionistiche.

 

Ma andiamo avanti. Tutti noi che ci occupiamo di sport ripetiamo, come un mantra, che la vera forza del mondo sportivo è il “volontariato“. Ma, anche qui, manca l’intesa su chi siano i c.d. volontari. Solo quelli che prestano a titolo esclusivamente gratuito la propria attività in favore di sodalizi sportivi o anche quelli che percepiscono i compensi previsti (e defiscalizzati) per le attività sportive dilettantistiche? Perchè, ad esempio, l’ISTAT li ha uniti. E, secondo me, mettere insieme chi non percepisce nulla (e spesso ne mette dei propri) con chi prende 620 euro netti al mese (un dodicesimo di 7.500 euro) – anche al limite per insegnare un’ora alla settimana aerobica – fa una bella differenza. Mi piacerebbe avere una statistica di quanti siano stati i soggetti che hanno percepito nel 2015 compensi sportivi defiscalizzati. Credetemi sarebbe un bel numero, tale da far rivedere il concetto di volontariato nello sport se tale definizione si dovesse leggere solo in termini di gratuità.

 

Finiamo con un’ultima considerazione. Sta avendo molto successo la formula della società a responsabilità limitata sportiva dilettantistica, ma proviamo a fare questo confronto tra una società a responsabilità limitata per come disciplinata dal codice civile e una società a responsabilità limitata sportiva che voglia godere di tutte le agevolazioni fiscali.

 

SOCIETÀ A RESPONSABILITÀ LIMITATA

SOCIETÀ SPORTIVA A RESPONSABILITA’ LIMITATA

 

Scopo di lucro

 

Assenza di scopo di lucro

 

 Voto in proporzione alle quote sottoscritte

 

 

Voto per testa

 

Cedibilità delle quote per atto tra vivi

 

Incedibilità delle quote per atto tra vivi

 

Libera destinazione dei beni in caso di scioglimento

 

Destinazione obbligatoria dei beni in caso di scioglimento

 

Libera scelta degli amministratori

 

Non possono essere amministratori coloro che siano colpiti da sanzioni disciplinari dell’ordinamento sportivo o che lo siano già in altri sodalizi sportivi aderenti alla medesima federazione

 

Non mi sembra proprio che con lo stesso termine, società a responsabilità limitata, si indichi la stessa cosa.

 

Ne deriva che fino a quando non ci “mettiamo d’accordo” sul significato da dare a questi termini, sarà difficile arrivare a quella legge quadro sullo sport che, comunque, alla luce, forse, anche di quanto sopra evidenziato, appare sempre più urgente.

 

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Gestire una palestra: scelta tra impresa e società sportiva

01/03/2016 di Guido Martinelli

Un piccolo gruppo di maestri di tennis venne da me perché avevano trovato in affitto un circolo tennis privato e volevano prenderlo in gestione per poterci lavorare organizzando all’interno corsi e lezioni private di tennis. Mi chiesero cosa costituire per poter fare questa operazioni. Suggerii loro una cooperativa di produzione e lavoro visto che avrebbero operato tutti all’interno a tempo pieno e che quella sarebbe stata, per ognuno di loro, la loro attività principale. Non li rividi più e dopo qualche settimana, incontrato casualmente, uno di loro mi riferì che erano stati da un altro consulente che aveva “sconsigliato” la scelta della cooperativa e li aveva convinti ad optare per una società a responsabilità limita sportiva dilettantistica senza scopo di lucro che avevano, con loro grande soddisfazione, immediatamente costituito.

 

Mi spiegò che, tanto, tutti gli utili li avrebbero divisi come compenso sportivo. Questi non avrebbero, anche nella migliore delle loro ipotesi di gestione, superato, per ognuno di loro, di oltre il 20% i compensi previsti dai contratti collettivi di lavoro sullo sport, ai sensi di quanto previsto dall’art. 10 del D.Lgs. 460/97 e, pertanto, non avrebbero rischiato l’accusa di lucro indiretto, e, contrariamente a quanto sarebbe accaduto nella cooperativa, detti compensi non sarebbero rientrati nella base imponibile ai fini dell’Irap (art. 90 legge 289/02).

Gli chiesi come sarebbero stati inquadrate le altre persone che lavoravano nell’impianto(custodia, pulizie, bar, ecc.). Mi disse che anche da questo punto la soluzione della sportiva era molto più conveniente di quella che avevo proposto io. Infatti il decreto legislativo 81/15, entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno, ha previsto che il limite dei compensi che possono essere riconosciuti per le prestazioni accessorie è pari ad euro 7.000 salvo che: “nei confronti dei committenti imprenditori o professionisti, le attività lavorative possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro …”. Si poneva il problema di quale fosse l’ampiezza del concetto di imprenditore introdotto dalla norma al fine di valutare se, nell’ambito dello sport, il limite delle prestazioni accessorie si ponesse a settemila o a duemila euro annui. Anche qui,ponendo un ulteriore discrimine a sfavore di chi gestisce i centri in forma imprenditoriale, il messaggio Inps 02.02.2016 n. 8628 ha chiarito che: “è possibile individuare una serie di soggetti che, pur operando con partita Iva e/o codice fiscale numerico non sono da considerare imprenditori e, dunque, non sono soggetti alle limitazioni suddette. A titolo non esaustivo si indicano i seguenti soggetti: … Associazioni e società sportive dilettantistiche”.

 

Pertanto, se avessimo fatto la cooperativa ci saremmo dovuti limitare a duemila euro l’anno, risolvendo così solo parzialmente il problema, mentre il limite per i sodalizi riconosciuti ai fini sportivi dal Coni sarà comunque sempre, per le prestazioni accessorie di euro settemila.

 

Provai ad insistere: ma non avete paura dell’ispettorato del lavoro? I compensi sportivi, privi di aggravio previdenziale e assicurativo, sono riservati ai dilettanti, voi non lo siete?

 

Mi risposero: probabilmente non hai letto la circolare del febbraio 2014 del Ministero del lavoro che chiarisce che i compensi sportivi costituiscono un’area di prestazione lavorativa nell’ambito della quale ad oggi non viene previsto aggravio previdenziale e assicurativo. Inoltre, con l’interpello n. 6/2016 del 27 gennaio 2016 il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha preso posizione sull’ambito di applicazione dell’art. 2 comma 2 lett. d) del D.Lgs. n. 81/2015.

 

Pertanto, per i compensi sportivi che non ricadano in una prestazione di lavoro subordinato (e i miei amici maestri si consideravano tutti “pari grado”), non troveranno applicazione le norme di lavoro subordinato previste per le prestazioni etero organizzate quanto a tempi e luoghi di lavoro, presunzione che, invece, ci sarebbe stata se avessero costituito la cooperativa di produzione e lavoro da me suggerita. A sostegno di tale ipotesi, oltre ai documenti di prassi amministrativa già ricordati e la sentenza della Corte d’Appello di Firenze citata dal Ministero nell’interpello in esame, si possono aggiungere le decisioni della Corte d’Appello di Milano Sez. lav. n. 1172/2014 e la successiva decisione del Tribunale dello stesso foro (Trib. Milano sez. lavoro 30.11.2015 – “Nel caso in esame, infatti, la norma concerne i compensi sportivi erogati dalle associazioni e società sportive dilettantistiche che il vigente ordinamento assoggetta ad un regime agevolato derivante dalla tradizionale distinzione tra attività sportiva professionistica, nella quale è riconosciuta una prestazione di lavoro, e attività sportiva dilettantistica”) e quella analoga del Trib. di Modena, sent. 2276 del 09.12.2015.

 

E, hanno proseguito, senza dimenticare la riduzione delle accise sul gas metano e il risparmio Iva facendo risultare l’attività riservata ai tesserati dell’ente di promozione sportiva affiliata.

 

Pertanto, conclusero, grazie al consiglio del tuo collega, risparmiamo un sacco di soldi di imposte e i nostri guadagni ne godono.

 

Risposi che, nonostante l’evidenza dei fatti, ritenevo di non aver sbagliato nel dare loro il mio consiglio originale.

 

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Limite importo voucher

15/02/2016 di Guido Martinelli

L’Inps con proprio messaggio del 2 febbraio 2016 n. 8628, ha segnalato che le “associazioni senza scopo di lucro, … associazioni di volontariato, … associazioni e società sportive dilettantistiche” non rientrano nel concetto di  imprenditore, al fine della applicabilità del limite dei 2.000 euro, per l’utilizzo dei voucher per le prestazioni accessorie.

Pertanto nei confronti di dette associazioni e società varrà il limite dei settemila euro introdotto dal D.Lgs. 81/2015.

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Gli operatori degli impianti sportivi: gli assistenti bagnanti

25/01/2016 di Guido Martinelli

La figura essenziale per la gestione di una piscina è quella dell’assistente bagnante. Due recenti atti parlamentari ci inducono a questa riflessione.

 

Il primo è l’atto di sindacato ispettivo n. 3 – 02371 (del 16.11.2015 – seduta n. 537) di alcuni Senatori della Repubblica nei confronti del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, i quali, dopo aver ritenuto che gli “appartenenti a tale categoria non possono che essere considerati quali lavoratori dipendenti a tutti gli effetti” e aver distinto il loro lavoro da quello dei c.d. bagnini o operatori balneari da un lato e degli istruttori di nuoto dall’altro, chiedono al Ministro  che: “venga riconosciuto alla figura dell’assistente bagnanti un inquadramento contrattuale più consono e coerente al possesso di una qualifica abilitante, all’obbligo di garantire la presenza in orari definiti ed al riconoscimento di un compenso fisso e predeterminato”.

 

Il secondo è il parere positivo allo schema di decreto legislativo recante il recepimento della direttiva 2013/55/UE che assegna al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti la competenza per il riconoscimento della professione di assistente bagnante.

 

Proviamo a delineare il quadro normativo di riferimento ad oggi esistente; la prima norma che prende in considerazione l’obbligatorietà della presenza di tale figura in una piscina pubblica è la Circolare del Ministero dell’Interno n. 16 del 15.02.1951, successivamente modificata dal Decreto Ministeriale del 1989 sulla Sicurezza negli Impianti Sportivi, che all’art. 110 recita quanto segue:

 

“Il servizio di salvataggio deve essere disimpegnato da almeno due bagnini all’uopo abilitati dalla sezione salvamento della Federazione italiana nuoto ovvero muniti di brevetti di idoneità per i salvataggi a mare rilasciati da società autorizzata dal Ministero della marina mercantile” (così sostituito da D.M. 25-8-1989).

 

La prima modifica fu introdotta dal Decreto del Ministero della Sanità del 11.07.1991. Questo articolo introduceva la necessità della sorveglianza con un numero di assistenti ai bagnanti in relazione alle misure della vasca e non imponeva la necessità della presenza degli stessi quando la piscina non era aperta al nuoto libero, sempreché gli istruttori fossero abilitati alle operazioni di salvataggio e primo soccorso e fossero almeno uno per vasche di superficie inferiore ai 100 mq, almeno due per superfici fino a 600 mq, uno in più ogni ulteriori 600 mq di superficie.

 

La disciplina attuale è recata dal Decreto del Ministero dell’Interno del 18.03.1996 “Norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio degli impianti sportivi”, che all’art. 14 recita:

 

“Il servizio di salvataggio deve essere disimpegnato da un assistente bagnante quando il numero di persone contemporaneamente presenti nello spazio di attività è superiore alle 20 unità o in vasche con specchi d’acqua di superficie superiore a 50 mq. Detto servizio deve essere disimpegnato da almeno due assistenti bagnanti per vasche con specchi d’acqua di superficie superiore a 400 mq. Nel caso di vasche adiacenti e ben visibili tra loro il numero degli assistenti bagnanti va calcolato sommando le superfici delle vasche ed applicando successivamente il rapporto assistenti bagnanti/superfici d’acqua in ragione di 1 ogni 500 mq. Per vasche oltre 1.000 mq dovrà essere aggiunto un assistente bagnante ogni 500 mq. Per assistente bagnante si intende una persona addetta al servizio di salvataggio e primo soccorso abilitata dalla sezione salvamento della Federazione Italiana Nuoto ovvero munita di brevetto di idoneità per i salvataggi in mare rilasciato da società autorizzata dal Ministero dei Trasporti e della Navigazione. Durante l’addestramento di nuotatori il servizio di assistenza agli stessi può essere svolto dall’istruttore o allenatore in possesso di detta abilitazione della Federazione Italiana Nuoto”.

 

Alla luce della riconosciuta qualificazione professionale sotto il profilo normativo, l’obbligatorietà della presenza di questa figura in ogni struttura di balneazione aperta al pubblico (in quanto, a prescindere dalle dimensioni, non appare preventivabile il numero di persone che accederanno all’impianto) e, pertanto, l’obbligo di garantire la propria presenza in orari definiti, il riconoscimento di un compenso fisso predeterminato non legato alla concreta attività svolta, la distinzione operata rispetto alla figura dell’istruttore o dell’allenatore, la competenza acquisita sulla professione dal Ministero delle infrastrutture porta a ritenere che siano tutti elementi non riconducibili ad un rapporto di prestazione autonoma non professionale avente per oggetto l’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica.

 

In presenza, poi, della previsione del secondo comma dell’art. 2 del decreto legislativo 81/2015 trattandosi sempre di: “collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro” non vi è ombra di dubbio che alla prestazione di lavoro dell’assistente bagnante si debba applicare la disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

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Gli sci club e i maestri di sci

02/12/2015 di Guido Martinelli

L’avvio della stagione invernale ci impone alcune considerazioni sul rapporto che si instaura tra gli sci club e i maestri di sci.

 

Costoro sono gli unici tecnici sportivi ad avere una legge dello Stato che disciplina (L. 81/91) la “professione di maestro di sci” considerando tale “chi insegna professionalmente … le tecniche sciistiche in tutte le loro specializzazioni” e subordinando l’esercizio “alla iscrizione in appositi albi professionali regionali”.

 

Ciò promesso va aggiunto che lo sci, come disciplina sportiva è a carattere dilettantistico e che gli sci club, di conseguenza, affiliati alla Federazione Italiana sport invernali, sono associazioni sportive dilettantistiche.

 

Si pone il problema, quindi, se sia applicabile, ai rapporti tra detti sodalizi e i maestri di sci, la disciplina sui compensi sportivi di cui all’art. 67 primo comma lett. m) del Tuir.

 

Fino ad ora sia la direzione generale dell’Agenzia delle entrate, con le sue circolari, sia i numerosi commentatori che hanno affrontato la nuova problematica fiscale dei compensi per esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche si sono astenuti dall’entrare nel merito di tale problematica. Gli unici due precedenti ufficiali applicabili al caso di specie li ricaviamo dalle sedi regionali dell’Amministrazione finanziaria. Il primo intervento ufficiale proviene da un pronunciamento della Agenzia regionale delle Entrate del Piemonte (Nota del 19 settembre 2001 prot. 01/67344, inedita). Rispondendo ad un quesito formulato dal Collegio regionale dei maestri di sci sulla possibilità per gli sci club di riservare ai maestri che svolgono attività di allenatore in loro favore il trattamento agevolato di cui all’art. 81/83 del Tuir (oggi 67/69), l’Ufficio fiscalità Generale testualmente ritiene che: “La prestazione che il maestro di sci effettua nei confronti degli iscritti allo sci club è attività che rientra nell’esercizio della professione, ciò esclude che il reddito possa rientrare tra i redditi diversi elencati nell’art. 81 comma 1 lett. m). Detto articolo, infatti, dispone che non costituiscono redditi diversi quelli conseguiti nell’esercizio di arti o professioni. Talchè, vista la non inclusione dei redditi prodotti dai maestri di sci nella previsione dei redditi diversi di cui all’art. 81 del dpr. 917/86, non risulta applicabile alla fattispecie prospettata la disciplina dell’art. 83, stesso dpr.”. Tale tesi è stata successivamente confermata dall’analogo ufficio della Direzione regionale della Lombardia dell’Agenzia delle entrate, con nota 07.01.2002 prot. 771 (inedita), in risposta ad un’istanza di interpello. Anche in questo caso l’ufficio ritiene che: “…si evince che occorre preliminarmente verificare se l’attività di maestro di sci, ancorché esercitata in forma associata, costituisca attività di lavoro autonomo. Sullo specifico argomento, anche l’Inail, con circolare n. 53 del 12 luglio 2000, con riferimento all’obbligo assicurativo per i maestri di sci ha ribadito che essi www.ecnews.it Edizione di mercoledì 2 dicembre 2015 sono considerati veri e propri lavoratori autonomi e…sotto il profilo fiscale con regolare posizione e iscrizione all’Iva. Tale assunto trova conferma anche nell’obbligo che hanno i maestri di sci di iscriversi in apposito albo. Chiarito, pertanto, che il maestro di sci esercita esclusivamente attività di lavoro autonomo, questa direzione Regionale ritiene che l’attività di allenatore rientri tra le prestazioni professionali esercitate abitualmente dal medesimo, con conseguente esclusione dei relativi compensi dall’agevolazione in commento”. Da dette posizione se ne ricava, per tornare alla formulazione del quesito, che, secondo l’Amministrazione finanziaria, le prestazioni di soggetti abilitati allo svolgimento dell’attività di maestro di sci non rientrano tra quelle di attività sportiva dilettantistica, previste e disciplinate dall’art. 67 primo comma lett. m del Tuir.

 

Si ritiene di non poter condividere tale posizione in senso assoluto.

 

Infatti non vi è dubbio che il maestro di sci che svolga tale attività in favore anche di terzi sia un soggetto che svolge arti e professioni e, pertanto, anche ove un suo cliente sia uno sci club iscritto al registro Coni delle società e associazioni sportive dilettantistiche sarà tenuto ad emettere regolare fattura con Iva.

 

Diverso se trattasi di maestro che svolgesse solo attività di “allenatore” per uno sci club. In questo caso verrebbe meno il presupposto dell’esercizio professionale, prevarrebbe lo svolgimento solo di un’attività sportiva dilettantistica e, pertanto, sulla base di quanto indicato dal Ministero del lavoro nella sua nota 4036 del 21 febbraio 2014, si ricadrebbe nella disciplina sui compensi sportivi dilettantistici qualificati come redditi diversi.

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Il Jobs Act non risponde alle esigenze del terzo settore

15/06/2015 di Guido Martinelli

Lo scorso 11 giugno il Consiglio dei Ministri ha approvato, in via definitiva, il decreto applicativo del Jobs act sulle revisione della disciplina organica dei contratti di lavoro. Il decreto, dunque, attendo solo l’approdo in Gazzetta Ufficiale e diverrà pienamente operativo a partire dal giorno successivo alla sua pubblicazione.

 

L’esame, a prima vista, sembra non tenere conto delle realtà che operano nel terzo settore e della gestione delle risorse umane che prestano nei loro confronti la loro attività con forme, spesso, di lavoro “semigratuito”, per le quali il ricorso forzato al lavoro subordinato, ribadito quale “forma comune di rapporto di lavoro” appare scelta non solo antieconomica ma, spesso, non corrispondente alle effettive modalità di svolgimento della prestazione.

 

La scomparsa della possibilità di stipulare accordi di associazioni in partecipazione con apporto di solo lavoro (di grande utilizzo nella gestione dei posti di ristoro all’interno dei circoli ricreativi), il venir meno dei contratti a progetto e la previsione che si applichi la disciplina del rapporto di lavoro subordinato (e mi piacerebbe capire cosa significa: diventano subordinati ex lege o rimangono lavoratori autonomi a cui si applica la disciplina dei dipendenti?) per quelle collaborazioni “che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro” (art. 2 co. 1) rende estremamente difficoltoso inquadrare correttamente tutte quelle attività svolte da animatori culturali, componenti di cori, bande, filodrammatiche (già esclusi dal campo di applicazione dell’art. 67 primo comma lett. m), per loro riservato esclusivamente ai direttori e ai collaboratori tecnici) docenti di corsi ai più vari livelli che per poche ore alla settimana prestano la loro attività in favore di enti non profit.

 

È pur vero che l’unica soluzione che appare potenzialmente applicabile, quella dellavoro accessorio, ha visto (art. 48 del decreto in esame) incrementare il suo massimale a 7.000 euro l’anno; ma rimane a 2.000 euro il limite per i “committenti imprenditori”. Una associazione che gestisce una scuola musicale aperta al pubblico lo è? Forse sì ma come lo si potrà giudicare a priori al fine di poter applicare correttamente la norma? E se lo fosse il limite dei duemila euro è insufficiente a riconoscere un adeguato ristoro ad un docente, magari di Conservatorio, che si presta a collaborare con l’associazione (ammesso, poi, che in questo caso si possa parlare di prestazione accessoria).

 

Il secondo comma dell’art. 2 contiene le 4 deroghe previste ai casi in cui, alle collaborazioni, si applichi la disciplina del rapporto di lavoro subordinato.

 

La prima fa riferimento ad accordi collettivi “nazionali” che evidentemente, appaiono difficilmente stipulabili nel breve periodo; la seconda alle prestazioni intellettuali per le quali sia necessaria “l’iscrizione in appositi albi professionali”. Qui diventa necessario che il Ministero faccia chiarezza su cosa si intenda per albo: i maestri di sci che hanno un albo riconosciuto con legge dello Stato (l. 81/91) vi rientrano? Gli istruttori sportivi iscritti al registro della propria Federazione sportiva? Il terzo caso si riferisce ai componenti degli organi, collegi, commissioni, fattispecie diverse da quelle in esame e, l’ultima, alle: “collaborazioni rese ai fini istituzionali in favore delle società e associazioni sportive dilettantistiche … come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002 n. 289”.

 

Evidenziato che l’utilizzo del termine collaborazioni come prestazioni a cui non si applica “la disciplina del rapporto di lavoro subordinato” sembra far emergere una scelta del legislatore contraria a quella dello sport professionistico: in quest’ultimo presunzione di subordinazione, in quello dilettantistico di autonomia e che, apparentemente in maniera inspiegabile non sono ricomprese anche le collaborazioni in favore delle Federazioni e degli enti di promozione sportiva, resta insoluto il dilemma principale.

 

La locuzione “individuati e disciplinati”, a prescindere dalla concordanza lessicale, si riferisce alle “collaborazioni” o alle società e associazioni sportive?

 

Se ci convincessimo della prima tesi, essendo le collaborazioni previste dall’art. 90 quelle disciplinate ai fini fiscali dall’art. 67 primo comma lett. m) ci troveremmo di fronte alla scelta del legislatore, finalmente anche sotto il profilo lavoristico, di un’area di lavoro sportivo dilettantistico “atipica” in cui sono previste rilevanti agevolazioni sotto il profilo fiscale e soprattutto previdenziale (con azzeramento di quest’ultimo e buona pace dell’art. 38 della Costituzione). Ove, invece, la concordanza fosse con società e associazioni sportive rimane il dubbio del come qualificare queste collaborazioni ai fini fiscali e, conseguentemente, previdenziali: tra quelle di cui all’art. 50 primo comma lett. c bis del Tuir (redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente) o a quelli di cui all’art. 67 primo comma lett. m) (redditi diversi).

 

Urge un chiarimento.

 

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La soggettività tributaria degli enti

11/05/2015 di Guido Martinelli

Accade spesso che molte realtà territoriali su base associativa si richiamino a strutture e organizzazioni a carattere nazionale. Uno dei temi di maggiore interesse diventa, appunto, quello di capire quando un comitato territoriale di un ente diventi un soggetto di imposta autonomo rispetto all’associazione nazionale di cui fa parte. Il problema si pone, con particolare evidenza, a livello di Federazioni sportive, enti di promozione sportiva, associazioni nazionali di promozione sociale.

 

La circolare n. 59/2007 della Agenzia delle Entrate offre lo spunto per delineare la disciplina in materia.

 

Il fulcro della teoria della “soggettività tributaria” – riferita tanto a soggetti profit quanto a soggetti non profit – gravita attorno al quesito se i soggetti passivi d’imposta si identifichino con i soggetti di diritto privato, ovvero se sussista una “soggettività tributaria” più estesa rispetto alla soggettività privatistica.

 

Gli enti non commerciali, specialmente se di dimensioni non ragguardevoli, rifuggono spesso, in sede di costituzione, dalle categorie ordinariamente apprestate dal legislatore per l’esercizio in forma associata dell’attività d’impresa.

 

Una questione di rilievo si incentra sulla legittimità dell’imputazione dell’IVA in riferimento alla tipologia di enti che interessano tali note. Il problema è se sia possibile sostenere che ci possano essere diverse soggettività tributarie ai fini delle imposte sui redditi e di quella sul valore aggiunto.

 

Ebbene, se per essere potenzialmente soggetti ad Iva appare necessario svolgere attività di impresa, significa che la soggettività ai fini di tale imposta deve coincidere necessariamente con quella di diritto civile.

 

Il documento di prassi sopra citato chiarisce i requisiti che il soggetto tributario deve possedere, per poter effettivamente considerarsi autonomo centro di imputazione di situazioni giuridiche soggettive (attive e passive) nel frangente specifico – o speciale – della disciplina fiscale degli enti non profit.

 

Il concetto di autonomia, pertanto, viene ricostruito, dall’Amministrazione, per così dire “dall’interno”, scisso com’è in distinti “sotto – concetti” [autonomia patrimoniale, gestionale ed amministrativa], i cui corollari, con i relativi canoni applicativi, necessitano di essere rispettati dall’articolazione periferica della ONLUS interessata a qualificarsi come autonomo centro di imputazione di diritti e doveri fiscali dalla cui richiesta di parere è sorto il documento di prassi.

 

In un’ipotetica sede d’accertamento, infatti, il grado di indipendenza che simile soggetto dovrà dimostrare di possedere, rispetto alla struttura della ONLUS operante a livello nazionale, si estrinsecherà anche – e soprattutto – sul frangente della gestione interna ed esterna della relativa attività sociale.

 

Ciò che si sostanzia, in primo luogo, con la capacità - in capo al soggetto dislocato - di autodeterminarsi in assenza di specifici vincoli intercorrenti fra le proprie strutture decisionali e quelle dell’ente a sua volta operante a livello nazionale.

 

Vincoli che - rammenta la circolare n. 59 cit. – possono pur sempre essere presenti, ma, ai fini dell’autonoma iscrizione nell’Anagrafe delle ONLUS, mai potrebbero raggiungere un grado di invasività tale da impedire al soggetto “periferico” di formare – e conseguentemente esternare – una volontà propria, distinta cioè da quella degli organi operanti a livello centrale, e, se del caso, persino discordante rispetto a quest’ultima.

 

L’organizzazione “periferica”, pertanto, dovrà essere in grado di “autorganizzarsi secondo una propria disciplina”, di godere e fruire di “un patrimonio proprio e separato”, “idoneo [a sua volta] a costituire il fondo comune dell’associazione locale” e tale da comportare la redazione di un “proprio bilancio o rendiconto”, comunque diverso e non collegato a quello apprestato dalla relativa organizzazione nazionale.

 

Si è proposta, poco fa, una tesi per cui gli enti non commerciali dotati di mera capacità tributaria ma non di soggettività civilistica dovrebbero, secondo logica, essere posti fuori campo IVA.

 

Un punto a favore della bontà di questa opinione potrebbe rinvenirsi proprio nella circolare in esame.

 

Il testo di prassi, in effetti, tratteggia dall’interno il requisito dell’autonoma soggettività tributaria, ritenendolo – come già detto – necessario e sufficiente ai fini della diretta imposizione fiscale in capo all’articolazione periferica di una ONLUS di dimensioni nazionali.

 

Sostenere – come fa appunto l’Agenzia – che l’autonomia tributaria si acquisisce, in capo a tali soggetti, solo a fronte di una dimostrata autonomia patrimoniale, economica, amministrativa e gestionale, altro non pare se non una tacita ricognizione della posizione – oggi non più maggioritaria – che tende ad uniformare i concetti di autonoma soggettività ai fini fiscali ed ai fini civilistici in un’unica, generica, nozione di soggettività.

 

Va da sé che un soggetto perfettamente autodeterminato – dotato peraltro di un proprio patrimonio, gestito in autonomia – non possa non essere ascritto nel novero delle persone dotate di propria soggettività, quanto meno nei fatti (associazione di fatto, società di fatto).

 

Soggetti dotati di tale grado di indipendenza ben possono esercitare abitualmente un’attività d’impresa, e, quindi, realizzare operazioni imponibili a fini IVA.

 

Diversamente, in presenza cioè di un mero aggregato di beni e persone – sfornito di personalità giuridica -, sarebbe impossibile sostenere che tale “organizzazione” – autonoma solo ai fini fiscali – possa risultare soggetto passivo IVA. Quasi a dire: è necessario che il soggetto fiscalmente autonomo sia anche tale dal punto di vista del diritto comune. Solo così, infatti, sarà possibile affermare che l’operato dell’ente in questione realizzi il presupposto soggettivo relativo all’imputazione dell’imposta sul valore aggiunto.

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L’attività “decommercializzata”degli enti non commerciali

29/04/2015 di Guido Martinelli

Il comma 3 dell’art. 143 del TUIR disciplina due fattispecie di attività i cui proventi non concorrono alla formazione del reddito imponibile degli enti non commerciali.

 

In particolare, ai sensi dell’art. 143, comma 3 lett. a) del TUIR: non concorrono in ogni caso alla formazione del reddito degli enti non commerciali, sono esclusi dall’imposta sul valore aggiunto e sono esenti da ogni altro tributo “i fondi pervenuti ai predetti enti a seguito di raccolte pubbliche effettuate occasionalmente, anche mediante offerte di beni di modico valore o di servizi ai sovventori, in concomitanza di celebrazioni, ricorrenze o campagne di sensibilizzazione“.

 

La disposizione in esame stabilisce che per le citate attività resta fermo il regime di esclusione dall’IVA. Si tratta infatti di raccolte occasionali e, come tali, non soggette al tributo specifico. Per espressa previsione normativa, inoltre, esse sono esenti da ogni altro tributo.

 

Per queste raccolte va redatto un separato rendiconto entro 4 mesi dalla chiusura dell’esercizio, accompagnato da una relazione illustrativa dal quale far risultare, per esigenze di chiarezza e trasparenza, le entrate e le spese relative a ciascuna manifestazione. Il documento e la relazione devono essere redatti indipendentemente dall’obbligo di redazione del rendiconto annuale (comma 2, dell’art. 20 del D.P.R. n. 600/1973).

 

L’obbligo di predisporre il rendiconto delle entrate e delle spese di ogni raccolta è indipendente da qualsiasi eventuale ulteriore vincolo contabile a carico dell’ente non commerciale (a prescindere, pertanto, dal fatto che questo svolga o meno attività commerciale). Il rendiconto deve, quindi, essere predisposto anche dall’ente non commerciale che svolga esclusivamente attività istituzionale.

 

Il rendiconto non deve essere allegato alla dichiarazione dei redditi né va trasmesso in altro modo all’Amministrazione finanziaria o ad altri soggetti. Esso però deve essere conservato, agli effetti fiscali, fino a quando non sia divenuto definitivo l’accertamento relativo al periodo d’imposta cui si riferisce e, quindi, in caso di controversia, anche oltre il termine decennale previsto dall’art. 2220 c.c..

 

Nella Circolare n. 59/E del 31 ottobre 2007, l’Agenzia delle Entrate ha richiamato la necessità che la raccolta di fondi segua regole ben determinate. In primo luogo, è necessario “individuare e quantificare un rapporto fra i fondi raccolti e la loro destinazione, prevedendo che i costi totali, sia amministrativi sia per l’attività di raccolta fondi, debbano essere contenuti entro limiti ragionevoli e tali da assicurare che, dedotti tali costi, residui, comunque, una certa quota di fondi da destinare ai progetti e alle attività per cui la stessa campagna è stata attivata. A tale proposito, si ritiene che i fondi raccolti debbano essere destinati per la maggior parte del loro ammontare a finanziare i progetti e l’attività per cui la raccolta fondi è stata attivata. I fondi raccolti, in sostanza, non devono essere utilizzati dall’ente per autofinanziarsi a scapito delle finalità solidaristiche che il legislatore fiscale ha inteso incentivare”.

 

Per le associazioni sportive dilettantistiche che si avvalgono dell’opzione di cui all’art. 1 della Legge n. 398/91, secondo quanto prevede il comma 2 dell’art. 25 della L.  n. 133/99,non concorrono a formare il reddito imponibile, per un numero di eventi complessivamente non superiore a due per anno e per un importo non superiore al limite annuo complessivo fissato con decreto interministeriale (attualmente, il limite è pari a 51.645,67 euro):

a) i proventi realizzati dalle associazioni nello svolgimento di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali;

b) i proventi realizzati per il tramite della raccolta pubblica di fondi effettuata in conformità all’art. 143, comma 3, lett. a) del TUIR.

 

La seconda fattispecie è disciplinata dal comma 3, lett. b), dell’art. 143 del TUIR, secondo il quale non concorrono in ogni caso alla formazione del reddito degli enti non commerciali i contributi corrisposti da amministrazioni pubbliche ai predetti enti per lo svolgimento convenzionato o in regime di accreditamento di attività aventi finalità sociali esercitate in conformità con i fini istituzionali degli enti stessi.

 

L’agevolazione per i contributi è subordinata alle seguenti condizioni:

  • deve trattarsi di attività aventi finalità sociali;
  • deve sussistere una convenzione o un accreditamento con l’ente pubblico che ne certifichi l’interesse;
  • le attività devono essere svolte in conformità alle finalità istituzionali dell’ente.

 

Nella Circolare ministeriale n. 124/E/1998 è stato precisato che le finalità sociali devono ricomprendersi fra le finalità tipiche dell’ente.

 

L’agevolazione si applica alle singole attività convenzionate o svolte in regime di accreditamento; ne consegue che l’ente non commerciale può fruire del beneficio della non imponibilità anche limitatamente ad una o più delle attività svolte in convenzione o accreditamento, qualora queste rispettino i requisiti richiesti (finalità sociale e conformità ai fini istituzionali).

 

La disposizione si rende applicabile anche ai contributi di natura corrispettiva che, a differenza di quelli a fondo perduto, rappresentano comunque entrate di natura commerciale, anche se detassate: gli stessi configurano, quindi, operazioni soggette all’Iva (anche se spesso in regime di esenzione) ed ai connessi adempimenti (fatturazione, registrazione ecc.).

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Dal Jobs Act nessuna chiarezza per lo sport dilettantistico

17/03/2015 di Guido Martinelli

Se qualcuno avesse mai sperato che i decreti legislativi in corso di approvazione in attuazione della L. n. 183/2014 (il tanto nominato Jobs act) potessero finalmente mettere un punto finale alla diatriba sull’assoggettamento o meno a contribuzione previdenziale dei compensi erogati per prestazioni sportive dilettantistiche, sarà rimasto, come chi vi scrive, profondamente deluso del contenuto dei testi, approvati dal consiglio dei Ministri nella sua seduta del 20.02.2015, in attesa del previsto parere delle commissioni parlamentari competenti.

 

La vicenda, per come si interseca la legislazione, la giurisprudenza e la prassi amministrativa sta diventando quasi comica se, per chi ne venga coinvolto, non diventi anche drammatica.

 

La strada scelta dal Legislatore sotto il profilo fiscale di collocare tra i redditi diversi i compensi per attività sportive dilettantistiche (art. 67, primo comma, lett. m. Tuir) e quella, d’altro lato, sotto il profilo previdenziale, di ricomprendere i compensi corrisposti agli istruttori sportivi tra quelli soggetti a contribuzione “spettacolo” ha prodotto le due correnti di pensiero che oggi si confrontano. Quella di chi ritiene che una prestazione lavorativa, se è tale, in armonia con il disposto dell’art. 38 della Costituzione, non possa non comportare una tutela previdenziale e assicurativa (e conseguente contribuzione da versare), vedendo sul punto precisi e puntuali riferimenti nelle sentenze C. Cass. Sez. Lavoro n. 21245/2014 e Sez. terza n. 31840/2014, e quella di coloro i quali, invece, ritengono che per la specificità dell’attività, il Legislatore abbia prevista una nuova area di attività lavorativa, non soggetta a contribuzione previdenziale (a supporto della quale si citano la Circolare del Ministero del lavoro 21.02.2014; Sent. C.d.A. Milano Sez. lav. n. 1172/2014 e C.d.A. Firenze n. 683/2014).

 

Proviamo a darvi dimostrazione dei due assunti con due sentenze, casualmente decise lo stesso giorno e su due fattispecie analoghe di istruttori di nuoto che operavano per associazioni sportive dilettantistiche:

 

Corte di Appello di Firenze Sent. n. 683/14 del 08.10.2014: “...la finalità perseguita dal legislatore è quella di realizzare un regime di favore a vantaggio delle associazioni sportive dilettantistiche esentando dal pagamento dell’imposta (e della contribuzione)quanto queste corrispondano in forme di rimborsi forfettari o di compensi non solo agli atleti ma anche a tutti coloro che collaborino con mansioni tecniche o anche gestionali, al funzionamento della struttura riconosciuta dal Coni. Vi sottende, ovviamente, la necessità di incentivare questo tipo di attività e di alleggerirne i costi di gestione, sul presupposto della oggettiva valenza della funzione, anche educativa che consegue all’esercizio di attività sportive non professionistiche”.

 

C. Cassazione Civile sez. lavoro Sent. n. 21245 del 08.10.2014: “La causa va quindi definita con l’affermazione del seguente principio di diritto: Gli istruttori di nuoto in quanto esplichino la propria attività in corsi di nuoto svolgentisi in piscine, rientrano tra gli addetti agli impianti sportivi di cui al D.Lgs. cps 16 luglio 1947 n. 708 art. 3 co. 1 n. 21 come sostituito dal d.p.r. 22 luglio 1986 n. 10 indipendentemente dal regime autonomo o subordinato di espletamento della loro prestazione lavorativa con conseguente debenza all’inps dei contributi ssn, di malattia e gescal
Nel primo caso, per i magistrati toscani esiste una sorte di tertium genus oltre il lavoro autonomo e subordinato. La Suprema Corte, invece, non ha dubbi sul loro assoggettamento a contribuzione.

 

Il Legislatore del jobs act non risolve il dilemma. Anzi!

 

La previsione di specifico interesse per il mondo dello sport è contenuta nello schema di decreto legislativo (“Testo organico semplificato delle tipologie contrattuali e revisione della disciplina delle mansioni”).

 

All’art. 47 dello schema di decreto viene previsto che, a far data dal 1° gennaio 2016, ai rapporti di collaborazione personali con contenuto ripetitivo ed etero-organizzati dal datore di lavoro saranno applicate le norme del lavoro subordinato. La norma fa, però, salve alcune tipologie di collaborazioni tra cui “le prestazioni di lavoro rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289”.

 

Ma l’art. 90 della L. n.289/2002 disciplina solo le collaborazioni amministrativo – gestionali e non anche le prestazioni sportive (che sono previste solo dall’art. 67 del Tuir) e, soprattutto, non facendo alcun riferimento alla disciplina fiscale, si continua a “non comprendere” la volontà del Legislatore in merito all’inquadramento previdenziale di queste collaborazioni.

 

Si sta correndo il rischio di perdere una buona occasione per fare una disciplina organica del lavoro nello sport.

 

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