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L’opinione

Cooperative sportive tra riforma terzo settore e legge di bilancio

09/02/2018 di Guido Martinelli

La cooperativa è una fattispecie inserita tra le ipotesi possibili per l’esercizio di una attività sportiva solo a partire dalla L. 128/2004 (legge di conversione del D.L. 72/2004), che ha integrato le forme costitutive delle società sportive dilettantistiche di cui all’articolo 90, comma 17, L. 289/2002.

La caratteristica che connota le cooperative sportive dilettantistiche rispetto alla figura generale tipizzata dal legislatore del codice civile è data essenzialmente dalla tipologia dell’attività svolta, ossia l’attività sportiva dilettantistica. Ciò non influisce sugli elementi essenziali della forma cooperativa. Questa, infatti, potrà essere sia di servizi che di produzione lavoro.

Su quest’ultimo punto si apre una possibile novità legata alla novella della disciplina dei compensi sportivi introdotti dalla legge di Bilancio 2018. L’espresso riconoscimento della prestazione sportiva tra quelle di lavoro nella forma della collaborazione coordinata e continuativa, sia pure atipica, consente di classificarle tra quelle richieste ai fini del computo dei lavoratori delle cooperative di produzione e lavoro.

In sostanza, l’adeguamento dello schema cooperativo ai contenuti prescritti dall’articolo 90, commi 17 e 18, L. 289/2002, non contrasta con la realizzazione dello scopo mutualistico, né con riferimento alla categoria delle cooperative a mutualità prevalente, con i vincoli prescritti dall’articolo 2514 cod. civ..

Le cooperative sportive, per la loro natura di soggetti imprenditoriali, di cui al Libro V cod. civ., “possono”,ove ne sussistano i presupposti, entrare nel Terzo settore assumendo lo status d’impresa sociale, disciplinata dal D.Lgs. 112/2017. Ciò in quanto la lettera u) del primo comma dell’articolo 2 della citata disposizione espressamente elenca, tra le attività di interesse generale esercitabili in via stabile e principale dalle imprese sociali anche: “l’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche”.

Questa possibilità sembra produrre, in materia di ristorno, una sorta di doppio regime per il mondo delle cooperative sportive. Quelle, infatti, che decidessero di “non entrare” nel terzo settore dovrebbero necessariamente applicare il regime di cui al comma 18 del citato articolo 90 L. 289/2002 che espressamente, alla sua lettera d), prevede che gli statuti debbano prevedere che: “i proventi delle attività non possono in nessun caso essere divisi fra gli associati, anche in forme indirette”  con conseguente esclusione di ogni forma di potenziale ristorno.

Quelle cooperative sportive che, invece, richiedessero l’iscrizione nei registri delle imprese sociali, potranno, invece, godere della disciplina di cui all’articolo 3 D.Lgs. 112/2017 che apre ad una parziale rimuneratività in favore dei soci, con i limiti ivi indicati.

La circostanza che tale disciplina non sia ritenuta incompatibile con quella sopra descritta deriva da due circostanze.

La prima, la autonoma disciplina prevista dai soggetti del terzo settore che praticano sport rispetto a quelli che si limitano solo all’iscrizione al registro Coni. L’altra, l’avvenuta apertura prevista dalla legge di Bilancio 2018(L. 205/17) la quale ha introdotto nell’ordinamento, appunto, la società sportiva lucrativa. È noto allo scrivente che, facendo riferimento solo alle società di cui al titolo quinto del libro quinto del codice civile, detta ultima disciplina non trova diretta applicazione per il mondo delle cooperative sportive, ma è altrettanto vero che, limitando ulteriormente il principio di assenza di scopo di lucro nello sport dilettantistico, non credo possa far ritenere incompatibile, per le cooperative sportive imprese sociali l’istituto del ristorno.

Si deve però precisare che, in tal caso, ad avviso di chi scrive, la cooperativa sportiva impresa sociale, soggetto del Terzo settore, dovrà necessariamente mantenere l’iscrizione al Registro Coni ai fini del riconoscimento sportivo, ma agirà da soggetto del Terzo settore. Pertanto dovrà rispettare la disciplina (e poter utilizzare le diverse agevolazioni previste) di cui ai D.Lgs. 112/2017 e 117/2017, ma non potrà utilizzare le norme di favore previste per lo sport dilettantistico che fossero con queste in contrasto.

Va ricordato che a queste ultime, stante la previsione che il titolo decimo del codice del terzo settore non si applica alle imprese sociali, viene mantenuta la possibilità di godere delle agevolazioni di cui alla L. 398/1991

Si pone un ulteriore quesito. Possono essere riconosciute nel nostro ordinamento cooperative sociali che praticano attività sportive?

La risposta, ad oggi, non può che essere negativa. Infatti le cooperative sociali rientrano, per il solo fatto di essere tali (ossia senza che sia necessario fare espressa richiesta, come accade per le cooperative non sociali) tra le imprese sociali.

L’articolo 17 D.lgs. 112/2017, novellando l’articolo 1, comma 1, lett. a), L. 381/1991, include, tra le attività di interesse generale praticabili dalle cooperative sociali, alcune delle ulteriori attività indicate dall’articolo 2 D.Lgs. 112/17 senza ricomprendervi, però, la lettera relativa alla pratica sportiva che, pertanto, dovrà intendersi non ricompresa nel perimetro delle attività praticabili dalle cooperative sociali.

 

 

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Le co.co.co. sportive: ulteriori riflessioni

01/02/2018 di Guido Martinelli

L’inquadramento operato dai commi 358 – 360 dell’articolo 1 L. 205/2017 delle collaborazioni sportive svolte attraverso “prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro (articolo 2 D.Lgs. 81/2015)” quali collaborazioni coordinate e continuative ha suscitato forti reazioni nel mondo dello sport.

Cerchiamo, per quanto ad oggi possibile, in assenza di chiarimenti di prassi amministrativa, di mettere alcuni punti fermi.

Innanzi tutto il comma 358 classifica come tali le prestazioni “individuate dal Coni”. Pertanto, fino all’approvazione di detta delibera da parte del CN del Coni, la presunzione legislativa non può operare e, pertanto, appare ultroneo porsi il problema se si debba dare comunicazione o meno al Centro per l’Impiego dei rapporti attualmente in essere.

Va detto che questa interpretazione produce però una conseguenza negativa.

Non fa immediatamente considerare tali i pregressi rapporti e, pertanto, appare avere un effetto limitato sui contenziosi in essere, legati ad accertamenti per annualità trascorse.

Sicuramente diventa superata la posizione assunta dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro con la sua circolare 1/16 laddove prevedeva che l’applicazione della norma agevolativa che riconduce tra i redditi diversi le indennità erogate ai collaboratori è consentita solo nel caso in cui il soggetto erogatore sia iscritto al registro Coni e “il soggetto percettore svolga mansioni rientranti, sulla base dei regolamenti e delle indicazioni fornite dalle singole federazioni, tra quelle necessarie per lo svolgimento delle attività sportivo – dilettantistiche così comeregolamentate dalle singole Federazioni.

Questa interpretazione aveva scatenato moltissime delibere, del più vario contenuto, adottate dalle Federazioni e dagli enti di promozione sportiva, i cui effetti decadranno, per i fini in esame, dal momento in cui il Coniadotterà la delibera prevista dalla legge di Bilancio 2018.

La delibera Coni potrebbe cominciare a dare una risposta anche ad un ulteriore interrogativo che si pone dalla lettura del comma 359.

L’inquadramento come co.co.co. delle prestazioni in esame viene indicato solo in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche (in quest’ultimo caso sia lucrative che non). Possiamo ritenere che analoga classificazione sia applicabile anche alle stesse prestazioni svolte in favore del Coni, delle FSN, DSA ed EPS?

La risposta non può che essere positiva. Infatti in forza del principio della indisponibilità degli inquadramentisotto il profilo lavoristico, da anni affermato dalla giurisprudenza, ad analoghe prestazioni e mansioni non può che conseguire analogo inquadramento.

Pertanto, sia pure in attesa di un auspicabile chiarimento, anche solo sotto il profilo amministrativo, sicuramente l’applicazione ampia della norma appare convincente.

A detto inquadramento, oltre agli adempimenti conseguenti già noti (comunicazione al centro per l’impiegoprima dell’inizio del rapporto, predisposizione e rilascio della busta paga, tenuta del libro unico del lavoro) si affiancherà, a far data dal primo luglio 2018, l’applicabilità di quanto contenuto nei commi 910 – 912 sempre della legge di Bilancio 2018. Ossia l’obbligo anche per “ogni rapporto di lavoro originato da contratti di collaborazione coordinata e continuativa” di corrispondere i compensi “attraverso una banca o un ufficio postale”: attraverso modalità, pertanto, rigorosamente tracciabili.

La sommatoria di questi adempimenti (della cui onerosità a carico delle sportive non ci nascondiamo il peso) porta necessariamente ad una ulteriore riflessione, ossia il campo di applicazione della presunzione relativa di rapporto di collaborazione coordinata e continuativa.

Il problema maggiore è legato alle prestazioni svolte con continuità, a carattere oneroso, da parte degli atleti dilettanti.

La circostanza che i medesimi non appaiono tra i soggetti tenuti al pagamento dei contributi previdenziali alla gestione spettacolo ex Enpals (in quanto non ricompresi tra i soggetti elencati nel noto decreto ministero del lavoro 15.03.2005 che ha riscritto le categorie di soggetti tenuti a quest’obbligo) non sembra motivazione sufficiente per ritenerli esclusi, a meno che non si voglia sostenere che diversa sia la causa del loro rapporto (ad esempio ludica).

Ma se fossero effettivamente compresi nasce una tematica di non facile soluzione. Il loro rapporto, ai fini della comunicazione al centro per l’impiego, decorre dal momento del tesseramento o da quello della sottoscrizione del relativo contratto economico. E, in presenza di vincolo sportivo pluriennale, cessa con il termine del “contratto” o con quello del tesseramento?

Problema analogo ma con “aggiunta” per gli atleti tesserati per sportive lucrative. Il contenuto del comma 360 che prevede, per le co.co.co con società lucrative, l’iscrizione alla gestione spettacolo, per gli atleti, può essere letto come integrazione del citato decreto del 2005 che non li comprende?

Un chiarimento, sul punto, appare indispensabile e urgente.

 

 

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Società sportiva dilettantistica lucrativa: necessità o follia=

20/12/2017 di Guido Martinelli

L’avvenuto inserimento, da parte del Ministro dello Sport Lotti, nello schema della prossima legge di bilancio di una serie di provvedimenti sullo sport tra i quali la creazione di una figura di società sportiva dilettantistica lucrativa ha scatenato, sulla stampa e sui social notevoli polemiche. Tutti gli enti di promozione sportiva si sono schierati compatti contro questo provvedimento che potrebbe anche, pertanto, non avere, nel suo iter parlamentare, vita facile.

Dato per premesso, quindi, che stiamo parlando di una ipotesi di lavoro (ove venisse effettivamente approvato dal Parlamento mi riservo ulteriori e più puntuali considerazioni) non possiamo che salutare con favore l’eventuale approvazione del provvedimento.

Innanzitutto dobbiamo evidenziare due aspetti in premessa. In origine anche lo sport professionistico prevedeva la partecipazione solo di società non lucrative. E’ solo con la novella del 1996 alla legge 91/81 che per il professionismo sportivo è stata aperta la porta alla lucratività. Altrettanto accadeva con le imprese sociali, inizialmente solo “non profit” (d. lgs. 155/06) e ora, dopo la riforma del terzo settore, il d. lgs. 112/17 che ha integralmente rivisto la materia al suo art. 3 co. 3 ne contempla la possibilità (sia pure parziale e limitata) di distribuire utili.

Se appare altrettanto pacifico che molti sodalizi dilettantistici hanno volumi d’affari più cospicui di molte realtà professionistiche, la domanda che sorge spontanea è: perché il mondo dilettantistico non dovrebbe aprire al profitto?

La funzione iniziale della non lucratività era legata alla crescita per investimenti interni. Le risorse che venivano prodotte, avendo l’obbligo di reinvestimento integrale, avrebbero prodotto incremento di attività.

Questo nei fatti non avviene. Anche (ma ovviamente non solo) a seguito della possibilità di riconoscere ingenti “compensi sportivi”, di fatto scarsissime risorse prodotte dal mondo dilettantistico vengono reinvestite all’interno dello stesso.

La crisi della finanza pubblica impone la necessità di dragare capitali privati in favore dello sport dilettantistico e solo remunerandolo avremo la possibilità di ricercarlo.

E’ sufficiente che la norma contenga ben definiti e differenziati i due percorsi, quello non lucrativo e quello for profit. D’altro canto nel sociale abbiamo infiniti esempi di convivenza, nello stesso settore, di attività lucrative e attività che invece statutariamente non lo sono.

Qualche battuta sul testo che ha iniziato il suo iter parlamentare. Viene previsto, come già accade anche per l’impresa sociale, che la figura della società sportiva dilettantistica lucrativa potrà essere facendo riferimento a tutte quelle previste dal libro quinto del codice civile. Potranno essere, pertanto, costituite, oltre che in forma di società di capitali o cooperativa, anche come società di persona (ad esempio società in nome collettivo).

A pena di nullità lo statuto dovrà indicare la dicitura “società sportiva dilettantistica lucrativa”, nell’oggetto sociale lo svolgimento e l’organizzazione di attività sportive dilettantistiche (si segnala che detta attività non necessariamente viene indicato che debba essere prevalente, pertanto potrà essere inserita all’interno di altre attività imprenditoriali poste in essere dalla società sportiva medesima, ad esempio gestione di un centro estetico o di dimagrimento), il divieto per gli amministratori di ricoprire analoghi incarichi in altre associazioni o società sportive dilettantistiche, norma già presente al comma 18 bis dell’art. 90 della legge 289/02, e, come novità, l’obbligo di prevedere nelle strutture sportive “in occasione dell’apertura al pubblico dietro pagamento di corrispettivi a qualsiasi titolo” di un laureato in scienze motorie con la qualifica di direttore tecnico.

Questa appare la parte più “incompiuta” ad oggi della bozza di testo in esame in quanto, per come attualmente formulata, dovrebbe essere applicata anche in occasione della disputa di gare sportive con ingresso a pagamento per gli spettatori, che, ove così fosse, non se ne comprenderebbe assolutamente la ratio.

Con ogni probabilità il legislatore ne voleva limitare l’istituzione solo alle attività corsistiche svolte in palestra ma la terminologia usata appare equivoca. Così come dubbi permangono sia sulla necessità obbligatoria della presenza del responsabile tecnico per tutta la durata della apertura del centro (in tal caso sarà necessario almeno incaricare due soggetti diversi a tale mansione) e su quali siano le sue effettive responsabilità in merito al ruolo ricoperto.

Viene prevista la riduzione al 50% dell’aliquota Ires e l’aliquota iva applicabile sulle prestazioni al 10%.

Questa dovrebbe significare l’assenza di ogni forma di attività istituzionale, pertanto tutti i proventi diventerebbero soggetti ad iva e componenti positivi di reddito, tutti i costi inerenti saranno deducibili e con applicazione della rivalsa Iva. Non sarebbe più necessario, pertanto, inserire in statuto i criteri, tanto bersagliati, previsti dall’art. 148 del Tuir. Ovviamente non si potrebbe neanche godere delle agevolazioni per l’attività commerciale,  della legge 398/91.

Sarà comunque necessario che le Federazioni e gli enti di promozione sportiva recepiscano nei loro regolamenti questa nuova realtà e adottino le relative modifiche ai loro regolamenti.

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Il codice del terzo settore e le sportive dilettantistiche

01/12/2017 di Guido Martinelli

Se le sportive non appaiono ricomprese tra i soggetti del terzo settore indicati dal D.Lgs. 117/2017, la disciplina dell’indicato codice del terzo settore ha, comunque, una serie di conseguenze che possono coinvolgere le associazioni e società sportive dilettantistiche pur se queste abbiano evitato con cura di iscriversi nel nuovo Registro unico del terzo settore.

In particolare ci riferiamo all’articolo 148 Tuir la cui nuova formulazione (che, si ricorda, entrerà in vigore solo dal primo periodo di imposta successivo alla pervenuta autorizzazione dalla UE e all’entrata in vigore del RUTS) elimina dall’elenco degli enti associativi beneficiari della norma i sodalizi culturali, assistenziali, di promozione sociale e di formazione extrascolastica della persona.

Si ricorda che la disciplina in esame consente la decommercializzazione dei corrispettivi specifici versati da associati e tesserati a fronte di servizi erogati in conformità alle finalità istituzionali da parte degli enti ricompresi nella norma.

Cosa accade oggi. Le associazioni sportive, solitamente, hanno un oggetto sociale non limitato solo allo sport ma che ricomprende anche attività ricreative, culturali, di promozione sociale effettuate nei confronti dei propri associati.

Pertanto, ad esempio, il circolo tennis che avesse uno statuto con oggetto sociale ampio che organizzasse, per i propri associati, un ciclo di conferenze o un corso di cucina a pagamento, potrebbe godere della defiscalizzazione ai fini delle imposte sui redditi dei corrispettivi specifici versati dai propri associati in quanto l’attività rimane “conforme alle finalità istituzionali”.

Cosa potrebbe accadere domani con riferimento alle attività culturali poste in essere da una sportiva, pur se previste dal proprio oggetto sociale. Se si considerasse l’organizzatore solo una sportiva, ne deriverebbe che l’attività culturale non sarebbe conforme alle finalità istituzionali e quindi di natura imponibile, se si considerasse anche come associazione culturale non potrebbe più aprirsi la deroga del terzo comma dell’articolo 148 Tuir che, per l’appunto, prevede la decommercializzazione. Ne conseguirebbe l’applicazione del secondo comma del citato articolo e, di conseguenza, la natura di corrispettivo specifico “commerciale” della somma pagata dall’associato.

Ma, in realtà, la situazione è ancora più complessa (o se preferite “farsesca”). Il legislatore, infatti, non ha previsto di modificare l’articolo 4 del D.P.R. 633/1972 che costituisce l’omologo, ai fini Iva, di quello che l’articolo 148 Tuir è ai fini dei redditi.

Pertanto, quando la riforma sarà a regime, l’eventuale “corso di cucina” organizzato da una sportiva in favore dei propri associati sarà provento commerciale ai fini reddituali ma “potenzialmente” (in attesa di eventuali chiarimenti dell’Agenzia delle entrate sul punto) da ritenersi “istituzionale” ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.   

Ci si pone ora il problema degli aspetti fiscali connessi alla gestione del posto di ristoro, disciplinato sotto il profilo delle agevolazioni fiscali dal comma 5 dell’articolo 148 Tuir.

Va precisato che le sportive che aderiscano ad un ente le cui finalità sociali siano riconosciute dal Ministero dell’Interno ai sensi e per gli effetti della L. 287/1991 continueranno a godere del percorso facilitato (SCIA) ai fini autorizzativi da parte della Amministrazione Comunale competente ma non potranno più godere della defiscalizzazione dei corrispettivi specifici. Questo in quanto la gestione di un posto di ristoro non potrà rientrare tra le attività per le quali la sportiva rimarrà abilitata ad applicare l’articolo 148 Tuir.

Il comma 8 di tale norma da ultimo citata contiene i precetti che gli enti associativi debbono statutariamente rispettare per poter applicare le agevolazioni previste dai commi precedenti. Tra queste è previsto l’obbligo, in caso di devoluzione del patrimonio per scioglimento della associazione, di interpellare “l’organismo di controllo”, originariamente indicato nella Agenzia per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, diventata poi Agenzia per il terzo settore e poi, a seguito della soppressione prevista dal comma 8 dell’articolo 23 del D.L. 16/2012 (convertito con modificazioni dalla L. 44/2012), confluita nel Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.

La domanda che a questo punto ci si pone è se possa essere applicata alla sportiva che non sia anche ente del terzo settore la disciplina di cui al combinato disposto di cui agli articoli 9 e 91 CTS, laddove viene prevista la nullità della devoluzione del patrimonio in assenza di parere da parte del Registro unico nazionale del terzo settore attivato presso il Ministero del Lavoro e una sanzione pecuniaria a carico degli amministratori responsabili. Si ritiene di poter dare parere negativo sulla base del principio generale della tassatività delle sanzioni. Ma, ci saranno, quindi, due percorsi al Ministero, l’uno per i pareri ex articolo 148 Tuir e l’altro per quelli richiesti dagli enti del terzo settore? Onestamente lo dubitiamo ma un chiarimento, viste le conseguenze, sarebbe auspicabile.

 

 

 

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Le assemblee delle associazioni: novità in vista?

15/11/2017 di Guido Martinelli

Una recente sentenza della Corte di Cassazione (Sez. VI – 5 04.10.2017 n. 23228) e una più meditata lettura degli articoli del nuovo codice del terzo settore (D.Lgs. 117/2017) ci inducono a rivedere una serie di comportamenti, fino ad oggi ritenuti consolidati, in merito alle modalità di gestione delle assemblee delle associazioni e delle conseguenze che queste possono avere sotto il profilo civilistico e fiscale.

Partiamo dalla decisione della Suprema Corte. Questa nasce da un ricorso della Agenzia delle entrate avverso una sentenza della Commissione Tributaria Regionale del Veneto che aveva accolto l’appello di una associazione sportiva dilettantistica che svolgeva corsi di danza. L’accertamento aveva ritenuto non applicabile la disciplina fiscale agevolata, tra l’altro per quanto di nostro interesse, per carenza di democrazia interna.

Il Giudicante di appello avevo condiviso la tesi del contribuente in quanto aveva ritenuto che gli associati erano prevalentemente minori “e quindi inabilitati a partecipare alle assemblee”.

La Corte di legittimità accoglie, invece, la tesi della Amministrazione finanziaria sulla carenza del requisito della democraticità, criterio richiesto dal comma 8 dell’articolo 148 del Tuir, per poter godere della defiscalizzazione dei corrispettivi specifici versati dagli associati.

Dopo aver ricordato la necessità, per costante giurisprudenza, che il diritto alle agevolazioni di cui all’articolo 148 Tuir sia legato all’inserimento in statuto delle clausole ivi espressamente contenute e che sia il contribuente, che accampa il diritto a godere della agevolazione, che dovrà dimostrare l’effettivo rispetto delle stesse, condivide l’assunto della ricorrente secondo cui “la disapplicazione di fatto delle norme statutarie inerenti l’esercizio dei diritti partecipativi degli associati” non può essere giustificata dalla minore età degli stessi “non essendo giuridicamente corretto ravvisarne un’eccezione nella circostanza che si trattasse di persone minori, posto che essi sono rappresentati ex lege dai genitori ovvero dal responsabile genitoriale”.

Pertanto, si afferma che la minore età degli associati non può essere circostanza utilizzata per escluderli dalla vita associativa a causa della loro incapacità di agire in quanto nel caso di specie trova applicazione l’articolo 320 del codice civile.

Se la tesi affermata dalla Cassazione appare collocare contra legem i comportamenti adottati dalla maggior parte delle associazioni che non prevedono la partecipazione degli associati minorenni alle loro assemblee, alcuni contenuti fortemente innovativi inseriti nel codice del terzo settore di segno totalmente contrario impongono una riflessione ulteriore sui criteri fino ad oggi adottati nella redazione degli statuti di detti enti.

Il secondo comma dell’articolo 24, ad esempio, dopo aver confermato il principio del voto capitario apre alla possibilità che “agli associati che siano enti del terzo settore l’atto costitutivo o lo statuto possono attribuire più voti, sino ad un massimo di cinque in proporzione al numero dei loro associati o aderenti”.  Pertanto, per i nuovi enti del terzo settore appare possibile, in presenza di associati che siano sia persone fisiche che enti collettivi del terzo settore, derogare al principio di una testa un voto.

Il quinto comma della medesima norma prevede la possibilità del voto per corrispondenza picconando anche qui il principio della oralità e collegialità delle decisioni assunte in assemblea.

L’articolo 26 introduce due novità salienti. La prima, al secondo comma, laddove prevede la possibilità che la minoranza degli amministratori sia scelta tra persone non associate e (comma quinto) la nomina di uno o più degli amministratori può essere attribuita dall’atto costitutivo o dallo statuto ad enti del terzo settore … o a lavoratori o utenti dell’ente”Quindi, sulla falsariga di quanto già accade da tempo nelle Federazioni sportive nazionali, laddove atleti e tecnici, che non sono giuridicamente associati della Federazione, votano e sono votati, in minoranza, all’interno degli organi amministrativi (consigli federali) dell’ente.

Da rilevare, infine, il quarto comma laddove prevede che l’atto costitutivo o lo statuto possono prevedere “che uno o più amministratori siano scelti tra gli appartenenti alle diverse categorie di associati”. Questo comporterà che, ad esempio, i fondatori potranno direttamente esprimere degli amministratori, anche in numero maggiore di quelli esprimibili dagli effettivi.

Tali previsioni appaiono fortemente innovative rispetto al concetto di democraticità delle associazioni a cui fino ad oggi ci siamo ricondotti che vedeva gli organi sociali come la sede in cui si formava la volontà dell’ente e che, pertanto, doveva vedere la partecipazione di tutti in parità di condizioni.

Il problema si porrà, sotto il profilo fiscale, per quegli enti del terzo settore che vorranno applicare l’articolo 4 del D.P.R. 633/1972, non modificato dal codice del terzo settore, che continua a fare riferimento ad una democraticità vicina all’orientamento della Cassazione e sicuramente distante dai contenuti della riforma del terzo settore.

Ma l’interrogativo finale è ancora un altro. Le sportive, estranee al terzo settore, potranno utilizzare nei propri statuti le aperture previste dal codice del terzo settore?

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Ancora sul lavoro dilettantistico – II° parte

23/10/2017 di Guido Martinelli

Nel precedente contributo abbiamo analizzato le motivazioni attraverso le quali la Corte d’Appello di Firenze (sentenza n. 197/17 del 16/02/2017) ha accolto l’appello di una società sportiva dilettantistica e ha riconosciuto come non dovuti i contributi previdenziali sui compensi erogati a tre istruttori di nuoto.

Ma di interesse appare essere anche il capo della medesima sentenza, che, pur respingendo in questo caso le tesi della ricorrente, motiva l’assoggettamento a contribuzione del compenso erogato alla lavoratrice addetta alle pulizie e alla reception.

Infatti, in questo caso, si trattava di verificare se l’attività rientrasse tra quelle che il legislatore tributario definisce “collaborazioni coordinate e continuative di carattere amministrativo–gestionale di natura non professionale”.

Dall’istruttoria esperita si ricavava: “il carattere professionale dell’attività svolta dalla lavoratrice trattandosi di occupazione abituale e di esclusiva fonte di reddito”. Da ciò i Magistrati ricavano che mancano gli estremi della marginalità “tipica di un impegno occasionale” e, di conseguenza, per tale lavoratrice confermano la pretesa dell’istituto previdenziale.

Va rilevato che la decisione favorevole all’INPS deriva esclusivamente dal carattere professionale dell’attività svolta nel caso di specie, ritenendo, invece, che, per uniformarsi al dettato normativo, la collaborazione amministrativo–gestionale dovesse avere carattere non professionale, inteso come non abituale.

Ne deriva, argomentando al contrario, che una attività letteralmente definita in sentenza quale “addetta alla reception e alle pulizie dell’impianto”, se fosse stata svolta in maniera episodica, sarebbe potuta rientrare tra quelle definite come “amministrativo–gestionali”. Non possiamo nascondere che tale affermazione appare azzardata e non conforme allo spirito e alla lettera di tutta la legislazione sul welfare italiana.

La Corte d’Appello di Milano (sentenza, sez. lavoro, n. 1530/17 del 12.09.2017) conferma in toto tale orientamento giurisprudenziale.

Qui la fattispecie appare invertita. In primo grado, sul ricorso esperito da una società sportiva dilettantistica, il Tribunale aveva accolto la tesi della legittima corresponsione, ad alcuni istruttori, dei compensi ex articolo 67, primo comma, lett. m, del Tuir.

Ricorre contro tale decisione l’INPS ribadendo che, nel caso di specie, l’attività veniva svolta in maniera abitualeprofessionale e, pertanto, fuori dal campo di applicazione della citata norma agevolativa ai fini previdenziali.

La Corte, constata in via preliminare la sussistenza del requisito soggettivo in capo al committente, ossia la legittima natura di società sportiva dilettantistica e che difetta: “invece definizione e disciplina legislativa specifica per l’attività sportiva dilettantistica”.

Sul punto, rifacendosi a propria precedente giurisprudenza, ritiene che, per l’applicazione dell’articolo 67, primo comma, lett. m, ai soggetti che svolgono “esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica”, non sia necessario che la stessa debba essere a carattere non professionale.

D’altra parte il mancato riferimento alla professionalità, nel caso di attività sportiva dilettantistica, è ragionevole anche in considerazione del fatto che le prestazioni dello sportivo non professionista, nell’ottica della norma in esame, sono rese a favore di un soggetto senza scopo di lucro, qualificato dal riconoscimento di un ente pubblico (CONI)”, così precisa la Corte lombarda.

“In conclusione, quindi, l’articolo 67 Tuir, della cui violazione INPS si duole, si applica a tutti i compensi erogati agli atleti, come agli allenatori dilettanti, agli istruttori ed ai preparatori atletici e sportivi …” e, sulla base di tali motivazioni rigetta l’appello proposto dall’INPS.

Non vi è dubbio che ormai la prassi amministrativa e la giurisprudenza stanno diventando costanti nell’affermare che nel nostro sistema esiste una disciplina lavoristica “speciale”, quella sportivo–dilettantistica che deroga alle forme di tutela previdenziale e assicurativa che il legislatore ha posto a garanzia delle prestazioni lavorative.

Prendendo atto di ciò ci piacerebbe che qualche decisione ci motivi come tale tesi possa considerarsi comunque compatibile con il contenuto del secondo comma dell’articolo 38 della Costituzione: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”

 

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Ancora sul lavoro sportivo dilettantistico – I° parte

16/10/2017 di Guido Martinelli

Due recenti sentenze delle sezioni lavoro – Corte Appello Firenze n. 197/17 del 16/02/2017 e Corte Appello Milano n. 1530/17 del 12.09.2017 – che si inseriscono in un filone giurisprudenziale ormai in consolidamento, ci consentono di tornare a parlare di inquadramento sotto il profilo lavoristico di coloro i quali svolgono attività sportive dilettantistiche.

Il tema è noto: i compensi per prestazioni sportive dilettantistiche hanno trovato una loro precisa collocazione sotto il profilo fiscale tra i redditi diversi (articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir), tuttavia, non vi è un analogo inquadramento sotto il profilo lavoristico.

Pertanto, a far data dalla L. 342/2000 (che ha introdotto la disciplina oggi in esame) si controverte se tale forma di emolumento a tassazione agevolata (si ricorda che la sua collocazione tra i redditi diversi ne fa conseguire il suo non assoggettamento a ritenute previdenziali e assicurative e alla conseguente copertura) si possa riconoscere “anche” a chi svolge detta attività in via principale ancorché non esclusiva o comunque come fonte prevalente di reddito.

A fronte di una iniziale corrente giurisprudenziale di segno contrario (vedi tra tutte: Cassazione Civile n. 31840/2014) alla possibilità di inquadrare prestazioni di “lavoro” tra quelle per le quali sono previsti i compensi in esame, sono state pubblicate in questi ultimi anni diverse sentenze, (in speciale modo di Corti d’Appello) che hanno statuito la natura di “norma speciale” dei compensi sportivi (sul punto vedi anche la circolare n. 1/16 dell’ispettorato nazionale del lavoro) ritenendoli, pertanto, giustificati anche in quei casi in cui si controverta di rapporti la cui causa sia una vera e propria prestazione lavorativa.

In questa direzione si inseriscono anche le due decisioni in esame.

I Giudici toscani hanno esaminato una opposizione a una cartella esattoriale emessa dall’INPS, la cui validità era stata confermata in primo grado, per mancato pagamenti di contributi previdenziali da parte di una società sportiva dilettantistica nei confronti di tre istruttori di nuoto ed una addetta alle pulizie e alla reception dell’impianto sportivo.

Il ricorso si fondava, essenzialmente, nella censura della nozione di professionalità nello svolgimento della prestazione da parte dei lavoratori (e quindi della impossibilità di catalogarla quale prestazione dilettantistica) posta a fondamento della decisione impugnata.

Il ragionamento del Giudicante di secondo grado parte dall’esame del decreto ministeriale del 15.03.2005 che, rideterminando le categorie di lavoratori da iscrivere all’allora ENPALS, inserisce anche gli addetti agli impianti sportivi “indipendentemente dal carattere subordinato o meno delle prestazioni rese”. Da ciò deriva che: l’eccezione (all’onere fiscale e contributivo) è costituita dall’articolo 67, comma 1, lett. m) del D.P.R. 917/1986 …”.

Citando poi l’interpretazione autentica recata dall’articolo 35, comma quinto, della L. 14/2009, (“nelle parole esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche … sono ricomprese la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica …”) si ricava l’intenzione di “estendere l’esonero contributivo anche ad attività rese al di fuori delle vere e proprie manifestazioni sportive ma che a queste fossero funzionali …”; ciò porta ad affermare che: “le sole attività sportive dilettantistiche poggiano su un riconoscimento pubblico (affiliazione delle società alla Federazione riconosciuta dal CONI) che a sua volta realizza una sorta di presunzione del carattere non professionale delle prestazioni svolte nel suo ambito … in ogni caso deve presumersi che la legge abbia inteso proteggere e favorire la peculiare figura del lavoro nel campo dilettantistico”.

Va ricordato come la Corte Toscana era stata un po’ l’apripista di tale orientamento giurisprudenziale (vedi la sentenza n. 683/2014: “... la finalità perseguita dal legislatore è quella di realizzare un regime di favore a vantaggio delle associazioni sportive dilettantistiche esentando dal pagamento dell’imposta (e della contribuzione) quanto queste corrispondano in forme di rimborsi forfettari o di compensi non solo agli atleti ma anche a tutti coloro che collaborino con mansioni tecniche o anche gestionali, al funzionamento della struttura riconosciuta dal CONI. Vi sottende, ovviamente, la necessità di incentivare questo tipo di attività e di alleggerirne i costi di gestione, sul presupposto della oggettiva valenza della funzione, anche educativa che consegue all’esercizio di attività sportive non professionistiche”) teso a riconoscere la “specialità” del rapporto di lavoro sportivo dilettantistico riconosciuta come tale anche dalla già citata circolare n. 1/16 dell’ispettorato nazionale del lavoro.

La circostanza che l’articolo 67 del Tuir definisca “compenso” l’emolumento in esame rafforza la tesi della Corte circa la compatibilità con la natura corrispettiva della prestazione lavorativa.

Sulla base di tali presupposti di diritto il Giudicante di secondo grado ha accolto, per la parte relativa agli istruttori, l’appello della società sportiva dilettantistica.

 

 

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Lo sport e la riforma del terzo settore – I° parte

18/09/2017 di Guido Martinelli

La riforma del terzo settore, introdotta nel nostro ordinamento con la L. 106/2016, si è concretizzata con l’approvazione di quattro decreti legislativi:

 

1) D.Lgs. 40/2017 “Istituzione e disciplina del servizio civile universale a norma dell’articolo 8 della legge 6 giugno 2016 n. 106”;

 

2) D.Lgs. 111/2017 “Disciplina dell’istituto del cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a norma dell’articolo 9 comma 1 lettera c) e d) della legge 6 giugno 2016 n. 106”;

 

3) D.Lgs. 112/2017 “Revisione della disciplina in materia di impresa sociale a norma dell’articolo 2 comma 2 lettera c) della legge 6 giugno 2016 n. 106”;

 

4) D.Lgs. 117/2017 “Codice del terzo settore a norma dell’articolo 1 comma 2 lettera b) della legge 6 giugno 2016, n. 106”.

 

Il primo istituisce il servizio civile universale a cui possono accedere i giovani tra i 18 e i 28 anni per un periodo compreso tra gli otto e i dodici mesi. Tra i settori di intervento oggetto delle attività del nuovo istituto, l’articolo 3, lett. e), prevede: “educazione e promozione culturale dello sport”. Pertanto, le sportive rientrano a pieno titolo tra quelle ricomprese nelle attività del servizio civile universale.

 

L’articolo 3 del decreto sul cinque per mille prevede, al suo comma 1, lett. e), sulla falsariga di quanto applicato fino ad oggi, che tra i soggetti potenzialmente destinatari di questa contribuzione ci siano anche le: “associazioni sportive dilettantistiche riconosciute ai fini sportivi dal Comitato olimpico nazionale italiano a norma di legge che svolgono una rilevante attività di interesse sociale”. Confermato, quindi, che le società di capitale e le cooperative sportive dilettantistiche, invece, non potranno godere di questi contributi.

 

Già la lettura di questo decreto, però, nel momento in cui elenca le associazioni sportive dilettantistiche tra i soggetti destinatari del cinque per mille, distinguendoli dai nuovi “enti del terzo settore” previsti alla lettera “a” del citato articolo 3, ci consente di capire meglio i contenuti, nei rimanenti due decreti legati allo svolgimento di attività sportive.

 

Si chiarisce in premessa che le imprese sociali, ai sensi di quanto previsto dal primo comma dell’articolo 3 del codice del terzo settore (da ora in avanti CTS), sono a tutti gli effetti “enti del terzo settore” pur se disciplinati da un autonomo decreto.

 

Il CTS disciplina gli enti “associativi”, mentre quello sulle imprese sociali gli enti senza scopo di lucro che siano costituiti anche “nelle forme previste dal libro quinto del codice civile”. Pertanto, concettualmente, le associazioni sportive dilettantistiche “potrebbero” essere enti del terzo settore mentre le società sportive di capitali o le cooperative necessariamente potrebbero essere solo imprese sociali.

 

Gli enti del terzo settore tipizzati sono i seguenti:

 

a) le organizzazioni di volontariato;

b) le associazioni di promozione sociale;

c) le imprese sociali;

d) le società di mutuo soccorso.

Vengono poi aggiunti, non previsti nella legge delega, o solo richiamati incidentalmente:

e) gli enti filantropici;

f) le reti associative.

 

Infine sono previsti, come norma di chiusura: “Le associazioni, riconosciute o non riconosciute, le fondazioni e gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale”.

 

Detti enti devono necessariamente svolgere una attività di “interesse generale” espressamente elencata. Tra le 26 contenute nell’articolo 5 del CTS ritroviamo: “t) organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche”.

 

Da quanto sopra riportato si ricava una prima conclusione. Il CTS non tipizza le associazioni sportive, contrariamente a quanto previsto, invece, ad esempio per le associazioni di promozione sociale, le colloca, astrattamente, nell’ultima categoria di enti del terzo settore “generalista” sopra riportata, prevedendo espressamente, però, la possibilità di svolgere la loro attività istituzionale.

 

Questo porta ad una prima importante conclusione: una associazione sportiva può ma non deve diventare un ente del terzo settore. Ma bisogna fare attenzione a un punto. Molte associazioni sportive dilettantistiche sono “anche” associazioni di promozione sociale. La associazione di promozione sociale che sia iscritta al registro CONI e svolge attività sportiva come ASD, invece, è di diritto ente del terzo settore.

 

Discorso similare andremo a fare per le società sportive dilettantistiche.

 

Infatti l’articolo 1 del D.Lgs. 112/2017 sull’impresa sociale prevede che: “Possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private, incluse quelle costituite nelle forme di cui al libro V del codice civile che, in conformità alle disposizioni del presente decreto, esercitano in via stabile e principale un’attività d’impresa di interesse generale, senza scopo di lucro”.

 

Anche qui il legislatore enuncia all’articolo 2 una serie di attività di interesse generale tra le quali colloca: “r) Organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche”.

 

Stante l’utilizzo del termine “possono” da parte della norma istitutiva ne deriva che le società di capitali e le cooperative sportive dilettantistiche possono ma non devono diventare imprese sociali.

 

 

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La disciplina sui defibrillatori nello sport. Approfondimenti

28/08/2017 di Guido Martinelli

L’ormai imminente inizio della stagione sportiva 2017/18 impone, dopo la nostra circolare emanata nei giorni immediatamente successivi alla notizia dell’imminente pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto attuativo dell’obbligo del defibrillatore nelle attività sportive, un ulteriore approfondimento.

 

Con decreto 26 giugno 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 149 del 28.06.2017 il Ministro della Salute, di concerto con il Ministro dello sport ha diramato le linee guida sulla dotazione e l’utilizzo dei defibrillatori da parte di associazioni e società sportive dilettantistiche ponendo termine alle numerose proroghe nel frattempo succedutesi e facendo entrare in pieno vigore l’obbligo del salvavita nello sport.

 

La norma era stata introdotta nel nostro ordinamento con l’art. 5 del decreto 24.04.2013 del Ministero della Salute (in G.U. n. 169 del 20.07.2013) e la cui applicazione era stata più volte differita in attesa di chiarimenti sulle modalità con le quali detto obbligo poteva intendersi rispettato.

 

Numerosi erano i quesiti applicativi irrisolti che il citato decreto, meglio noto come Balduzzi, aveva lasciato irrisolti per gli operatori e che avevano costretto a differire, per oltre quattro anni, la piena entrata in vigore della disciplina.

 

Con il decreto in esame, emanato sentito il Coni, viene data una lettura che appare non esaustiva rispetto ai contenuti del decreto originario. Se, in partenza, veniva previsto che le società si sarebbero dovute dotare di defibrillatori e avere l’onere della manutenzione a proprio carico (art. 5 co. 6 D.M. 24.04.2013)  si ritiene che, ora, le modalità applicative introdotte dal nuovo decreto consistano nella verifica imposta alle associazioni e società sportive dilettantistiche, qualora e solo nel caso in cui utilizzino un impianto sportivo avente carattere permanente e definito sulla base di quanto previsto dall’art. 2 del decreto Ministero dell’Interno 18.03.1996 (“insieme di uno o più spazi di attività sportiva dello stesso tipo o di tipo diverso che hanno in comune i relativi spazi e servizi accessori preposti allo svolgimento di manifestazioni sportive” e che si dividono in impianti sportivi all’aperto e impianti sportivi al chiuso) che il medesimo sia dotato di defibrillatore automatico o a tecnologia più avanzata e che sia presente una persona debitamente formata all’utilizzo del dispositivo “durante le gare inserite nei calendari delle Federazioni sportive nazionali e delle discipline sportive associate, durante lo svolgimento di attività sportive con modalità competitive ed attività agonistiche di prestazione organizzate dagli enti di promozione sportiva nonché durante le gare organizzate da altre società dilettantistiche”.

 

Stante l’assenza di una definizione più precisa di impianto sportivo si ritiene che debba essere considerato come tale quella struttura che sia stata omologata dalla Federazione sportiva nazionale, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva e dalle medesima autorità che hanno provveduto al riconoscimento ai fini sportivi del sodalizio, ritenuta idonea allo svolgimento di prestazioni sportive a carattere agonistico.

 

Si ricorda che viene espressamente previsto che l’impianto debba essere a carattere permanente. Pertanto non potranno essere considerati ricompresi nella disposizione in esame le strutture provvisorie create per manifestazioni occasionali (vedi ad esempio impianti per giochi sulla sabbia tipo beach volley).

Pertanto i sodalizi sportivi dovranno verificare, “prima dell’inizio delle gare e per il tramite di propri referenti all’uopo incaricati” la presenza del defibrillatore e della persona debitamente formata. In assenza non si potrà dare inizio alla gara. Nonché sarà necessario verificare che sia stata effettuata la corretta manutenzione dell’apparato.

 

Pertanto nessuna sanzione potrà essere posta in capo alla società sportiva che non possegga un proprio defibrillatore, salva la circostanza che non potrà fare attività in impianti che non ne siano dotati e/o che non garantiscano la presenza di soggetto abilitato, evidentemente fatte salve le eventuali prescrizioni e sanzioni previste dall’ordinamento sportivo per la mancata disputa dell’incontro.

 

Le disposizioni non si applicano “alle gare organizzate dalle associazioni e società sportive dilettantistiche … al di fuori degli impianti sportivi” e per le attività a basso rischio cardiocircolatorio di cui al citato decreto ministeriale (bocce – escluse bocce in volo – biliardo, golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, giochi da tavolo e sport assimilabili) e all’allegato A al decreto ( in cui ritroviamo le discipline del tiro, sia a segno che a volo, la pesca sportiva, le armi sportive, il biliardo, le bocce, la dama, in genere attività non praticate comunque nei centri sportivi).

 

Da tutto quanto sopra, sembra emergere che:

1.      nei centri e nelle palestre che non ospitano attività agonistiche non sussiste, almeno ai sensi della disciplina in esame, alcun obbligo di presenza del defibrillatore e del personale idoneo all’utilizzo. Per attività agonistica si deve intendere qualsiasi manifestazione sportiva, anche a carattere non ufficiale, che preveda un risultato e/o una classifica e/o una graduatoria e/o una premiazione

2.      per impianto sportivo a carattere permanente dovrà essere intesa una struttura omologata a tal fine da una Federazione sportiva nazionale, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva o, comunque, ritenuta dal medesimo ente che ha provveduto al riconoscimento sportivo dei soggetti partecipanti, idonea, in maniera permanente ad ospitare manifestazioni sportive a carattere agonistico

3.      analogamente tale obbligo non sussiste durante gli allenamenti o per le manifestazioni sportive che abbiano luogo all’aperto (mare, strade, boschi), in aree in parole povere che non possono essere classificate come impianti sportivi in quanto non delimitate o circoscritte in maniera permanente

4.      il defibrillatore non dovrà essere, necessariamente, di proprietà della associazione o società sportiva così come il personale idoneo all’utilizzo può essere anche di terzi ma resta a carico della sportiva l’onere di verificarne l’esistenza, la manutenzione e la presenza delle risorse umane necessarie prima dell’inizio di ogni gara

5.      l’unica conseguenza prevista per gli impianti sportivi non dotati di defibrillatore sarà la loro non idoneità ad ospitare manifestazioni agonistiche

6.      la responsabilità della società sportiva (si ritiene quella ospitante) sussisterà solo se darà comunque inizio alla gara in assenza della verifica della presenza del defibrillatore e del personale formato per il suo utilizzo.

7.      La squadra ospitata si ritiene possa astenersi legittimamente dallo scendere in campo in assenza nell’impianto del dispositivo e del personale idoneo all’utilizzo. Si pone in tal caso il problema delle spese di trasferta sostenute da tale formazione. Potranno essere richieste? A primo avviso la risposta è negativa non sussistendo l’obbligo in capo all’ospitante o al gestore dell’impianto. Si tratterrà, poi, di vedere come le singole organizzazioni sportive disciplineranno al loro interno tale fattispecie.

 

A seguito della interrogazione presentata da alcuni parlamentari il Ministro per lo sport ha ricordato, testualmente che il decreto impone l’obbligo: “ alle società sportive dilettantistiche che utilizzano un impianto sportivo permanente a dotarsi di un defibrillatore: senza la presenza di un dispositivo salvavita semiautomatico o a tecnologia più avanzata l’impianto sportivo non potrà essere utilizzato né per le gare né per gli allenamenti” ampliando in maniera impropria il campo di azione del decreto agli allenamenti, di cui il testo normativo non fa cenno.

 

Ma, in più, ricorda che gli obblighi gravano solo sulle discipline sportive riconosciute dal Coni. Pertanto quelle attività non ricomprese nelle 385 riconosciute dal Coni (il Ministro nelle sue dichiarazioni fa ancora erroneamente riferimento al primo elenco del Coni che ne conteneva 396) sarebbero fuori dal decreto e, di conseguenza, dall’obbligo del defibrillatore anche in presenza di attività svolta con modalità competitive..

 

Ma tali riferimenti non tengono conto della legislazione regionale che si è nel frattempo formata in materia. Ad esempio la Regione toscana con propria legge 9.10.2015 n. 68 e successivo decreto di attuazione 22.06.2016 n. 38 aveva già previsto un ben più ampio obbligo del salvavita, posto in capo ai gestori di impianti sportivi, a prescindere dal tipo di attività che venisse svolta all’interno.

 

Possiamo quindi ritenere poste fuori dall’obbligo le palestre o i centri sportivi che non ospitano attività competitive?

 

La risposta è sicuramente negativa per coloro i quali risiedono in una regione che abbia autonomamente disciplinato la materia.

 

Ma, probabilmente, non lo sono neanche gli altri, stando che le linee direttive del decreto Balduzzi, allegate al decreto del 2013 e mai venute meno, ne segnalavano comunque l’obbligo in tutte le strutture sportive.

 

Infatti l’ultimo comma del punto 3 delle linee guida allegate al decreto del 2013 testualmente riporta: “ Fermo restando l’obbligo della dotazione di DAE da parte di società professionistiche e dilettantistiche, si evidenzia l’opportunità di dotare, sulla base dell’afflusso degli utenti e di dati epidemiologici, di un defibrillatore anche i luoghi quali centri sportivi, stadi palestre, ed ogni situazione nella quale vengono svolte attività in grado di interessare l’attività cardiovascolare.

 

Ne deriva che potrebbe essere chiamato a rispondere il gestore di palestra o di impianto sportivo che, pur non ospitando attività agonistica, preveda al proprio interno lo svolgimento di discipline che non siano tra quelle a basso rischio cardiocircolatorio.

 

Si ricorda, inoltre, che ove l’apparato salvavita sia collocato all’interno di una autombulanza, sarà necessario indicare all’interno dell’impianto dove la stessa è parcheggiata per consentire l’immediata reperibilità del defibrillatore.

 

Finiti i dubbi. Purtroppo no.

 

Infatti l’altro problema è il titolo abilitativo che dovrà essere posseduto dall’addetto all’apparato salvavita. E’, infatti, universalmente riconosciuto come sufficiente il c.d. brevetto BLSD (Basic Life Support Defibrillation). Le stesse linee guida allegate al decreto Balduzzi al punto 4.2 sotto la rubrica formazione letteralmente riportano al quarto comma: “ I corsi di formazione metteranno in condizione il personale di utilizzare con sicurezza i DAE e comprendono l’addestramento teorico pratico alle manovre di BLSD (Basic life support and defibrillation) anche pediatrico quando necessario”.

 

Ma il comma 7 dell’art. 5 del decreto del 2013, nella sua seconda parte, testualmente riporta: “Il Coni, nell’ambito della propria autonomia, adotta protocolli di pronto soccorso sportivo defibrillato (PSSD) della Federazione Medico Sportiva”. Pertanto sembra che il Coni sia stato delegato ad individuare, per le proprie specifiche attività, quale sia il livello formativo minimo previsto per gli addetti al salvavita

 

Questo inciso viene richiamato nella circolare Coni del 4 luglio 2017 dove si ricorda che per persona debitamente formata all’utilizzo del dispositivo al fine del rispetto della norma si dovrà: “fare riferimento a quanto previsto dall’art. 5 comma sette del decreto ministeriale 24 aprile 2013”.

 

Tale necessità risulta anche confermata dalla circolare del 16 giugno 2017 della Federazione Medico sportiva Italiana, a firma del Segretario Generale la quale espressamente riporta che: “ in virtù del decreto sopra richiamato il solo corso di BLS, il solo uso del defibrillatore, non è sufficiente per le società sportive che devono essere formate anche nel primo soccorso sportivo”.

 

Di conseguenza potrebbe “non essere sufficiente” avere nell’impianto una persona che abbia fatto solo il corso BLSD.

 

Si ricorda, infine, il punto 4.5 delle linee guida allegate al decreto del 2013 che prevede che: “l’attività di soccorso non rappresenta per il personale formato un obbligo legale che è previsto soltanto per il personale sanitario”.   

 

   

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Nuove associazioni di volontariato e di promozione sociale – I° parte

28/07/2017 di Guido Martinelli

La disciplina delle organizzazioni di volontariato, introdotta nel nostro ordinamento con la L. 266/1991 e quella delle associazioni di promozione sociale, di cui alla L. 383/2000 è stata fortemente novellata con la definitiva approvazione del nuovo codice del terzo settore.

 

Negli intendimenti del legislatore degli anni ‘90 il volontariato era caratterizzato dall’operare “esclusivamente per fini di solidarietà” (articolo 2, comma 1, L. 266/1991) mentre la promozione sociale svolgeva o avrebbe potuto svolgere attività sociale anche in forma mutualistica in favore dei propri associati (articolo 2, comma 1, L. 383/2000).

 

La nuova disciplina prevede che le organizzazioni di volontariato possano svolgere una delle ventisei attività elencate all’articolo 5 del nuovo decreto “prevalentemente in favore di terzi”; le associazioni di promozione sociale possono svolgere le medesime attività: “in favore dei propri associati, di loro familiari o di terzi”.Appare evidente che, almeno sotto il profilo della tipologia di attività svolta, la differenza tra le due fattispecie si è oggi fortemente ridotta, se non annullata.

 

Il codice del terzo settore abroga entrambe le leggi speciali citate (articolo 102 comma 1) e disciplina i soggetti in esame, all’interno degli enti del terzo settore, nel titolo quinto del codice, agli articoli 32 e seguenti.

 

Mentre la L. 266/1991 riteneva che poteva considerarsi organizzazione di volontariato “ogni organismo liberamente costituito”, (l’articolo 3, comma 2, della abrogata legge prevedeva espressamente: “le organizzazioni di volontariato possono assumere la forma giuridica che ritengono più adeguata al perseguimento dei propri fini”) il nuovo codice, conformemente a quanto aveva già affermato la prassi amministrativa, ne prevede la possibilità di costituirsi solo in forma di associazione riconosciuta e non. Ma, questa è la vera novità, viene introdotto anche un limite numerico ai componenti: potranno essere tali solo quelle associazioni che abbiano un numero di associati persone fisiche non inferiore a sette o un numero di associati altre organizzazioni di volontariato non inferiore a tre. Quindi si supera anche il presupposto che gli associati possano essere solo persone fisiche volontarie. Infatti, il secondo comma dell’articolo 32 prevede che come associati possano essere anche altri enti del terzo settore, o addirittura soggetti non iscritti a tale registro, purché senza scopo di lucro, con il solo limite che il loro numero non sia superiore al 50% delle organizzazioni di volontariato associate.

 

Nella primitiva disciplina gli associati potevano essere solo volontari e le organizzazioni potevano “assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure occorrenti a qualificare o specializzare l’attività da esse svolta” che, pertanto, erano terzi rispetto alla organizzazione di volontariato. Il codice, all’articolo 33, ribadisce che possono essere assunti lavoratori dipendenti o che si possa avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo “o di altra natura” e qui, onestamente, non si comprende questo inciso aggiunto a quale fattispecie lavorativa possa riferirsi, sempre negli stessi limiti già indicati dalla L. 266/1991, ma che: “in ogni caso il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al cinquanta per cento del numero dei volontari”.

 

Gli amministratori dovranno necessariamente essere scelti tra le persone associate ovvero associate ad una delle organizzazioni di volontariato associate. Viene previsto, contrariamente alla disciplina precedente, che non potranno essere nominati come tali gli interdetti, gli inabilitati, i falliti o coloro che sono interdetti anche temporaneamente dai pubblici uffici.

 

Ai componenti degli organi sociali, ad esclusione dei componenti professionali del collegio dei revisori dei conti, potrà essere riconosciuto solo il rimborso delle spese documentate per l’attività prestata nello svolgimento della propria funzione.

 

Viene meno l’ulteriore indicazione, prima prevista, che il rimborso dovesse essere “entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse”.

 

Le organizzazioni di volontariato potranno godere di specifici finanziamenti legati alle emergenze sociali e all’applicazione di metodologie di intervento particolarmente avanzate previste dall’articolo 74 del decreto. Inoltre, godranno di ulteriori contribuzioni per l’acquisto di autoambulanze, autoveicoli per attività sanitarie e beni strumentali utilizzati direttamente ed esclusivamente per attività di interesse generale. Potranno, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 76, comma secondo, in alternativa al contributo, godere di una corrispondente riduzione del prezzo, pari all’aliquota Iva praticata. Il venditore recupererà l’imposta mediante compensazione ai sensi di quanto previsto dall’articolo 17 D.Lgs. 241/1997.

 

 

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