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L’opinione

Inizia a intravedersi il registro unico nazionale del terzo settore

13/11/2019 di Guido Martinelli

Sembra che il 2020 sia (finalmente!) l’anno che vedrà l’operatività del registro unico del terzo settore, da ora in avanti definito come Runts. Come è noto, da tale momento (e dall’autorizzazione da parte dell’Unione europea) si potrà dire completata la fase di avvio della riforma del terzo settore che, pertanto, diventerà operativa, anche per gli aspetti di carattere fiscale indicati nel titolo X D.Lgs. 117/2017, meglio noto come codice del terzo settore (in seguito cts).

 

Lo scorso marzo si è avuta notizia della sottoscrizione tra Ministero del Lavoro e Infocamere, la società telematica delle Camere di commercio a cui è stato affidato il compito di realizzare la piattaforma su cui “girerà” il registro. L’accordo prevede un termine di 18 mesi per rendere tecnicamente possibili iscrizioni e visure.

 

In questi giorni, invece, sono circolate le prime bozze del decreto (che, ai sensi dell’articolo 53 cts si sarebbe dovuto conoscere entro un anno dall’entrata in vigore del codice) che contengono le modalità che gli enti interessati dovranno seguire per richiedere l’iscrizione al citato registro.

 

Ricordiamo che l’iscrizione ha efficacia costitutiva e, pertanto, solo da quel momento in avanti un ente potrà definirsi tecnicamente “ente del terzo settore”, fruire dei benefici previsti dal codice e utilizzare la locuzione ETS.

 

In attesa di tornare sul tema nel momento in cui il citato decreto sarà ufficializzato, al termine del suo iter di approvazione (dovrà ricevere il parere della conferenza Stato – RegioniConsiglio di Stato e Corte dei conti) vediamo di esaminarne i contenuti negli aspetti salienti.

 

Si conferma che il Runts, in ogni triennio, effettuerà la revisione di ogni iscritto ai fini della verifica della permanenza dei requisiti per l’iscrizione in una delle sezioni in cui è suddiviso il registro. Detta revisione avrà luogo con strumenti di rilevazione da individuarsi con decreto dirigenziale e, qualora dall’acquisizione di queste informazioni si rendesse necessario un approfondimento, potranno essere effettuate “verifiche in loco anche tramite la collaborazione con altre pubbliche amministrazioni”.

 

La competenza territoriale del registro è quella dove l’ente ha la propria sede legaleindipendentemente dal o dai luoghi in cui viene svolta l’attività.

 

Un primo potenziale scoglio è dato dalla previsione che tutte le istanze, richieste e comunicazioni rivolte al Runts dovranno avvenire “esclusivamente con modalità telematiche” tramite un indirizzo di posta certificata di cui tutti gli ets dovranno essere dotati.

 

Se tale modalità appare quasi “scontata” per le nuove associazioni neo-costituite, potrebbe diventare un problema per “vecchie” associazioni costituite ormai da decine di anni che potrebbero avere la documentazione necessaria solo in formato cartaceo con conseguente onere di trasformazione in file; procedure che potrebbe non essere così banale per molte associazioni.

 

Questo produrrà un ulteriore incremento del ruolo e dei compiti che le reti associative dovranno avere “anche” sotto questo profilo.

 

La domanda di iscrizione potrà essere presentata anche dal rappresentante legale della rete associativa a cui l’ente aderisce, su mandato di quest’ultimo.

 

Solo le reti associative presenteranno la loro richiesta di iscrizione all’ufficio statale del runts; tutti gli altri, anche se operanti a livello nazionale, dovranno iscriversi presso l’ufficio della Regione o della Provincia autonoma dove hanno sede.

 

Dalla lettura del testo (con tutte le cautele che occorre premettere, trattandosi di testi non ancora ufficiali) emergono altri due chiarimenti di grande importanza.

 

I lavoratori il cui numero dovrà essere indicato al fine di valutare la loro incidenza rispetto al numero dei volontari sono solo quelli “dipendenti e/o parasubordinati con apertura di posizione assicurativa”. Sembrerebbe quindi chiarirsi anche il contenuto dell’articolo 16 cts, su chi debba essere considerato quale “lavoratore” ai fini della applicabilità di quella norma. Ne rimarrebbero quindi esclusi anche i percettori di compensi ex articolo 67, comma 1, lett. m, Tuir (sportivi dilettanti, direttori artistici e collaboratori tecnici di cori, bande e filodrammatiche) la cui presenza, quindi, non imporrebbe un raddoppio dei volontari (si ricorda che nelle organizzazioni di volontariato e nelle associazioni di promozione sociale deve prevalere la presenza di volontari).

 

Allo stesso modo, per gli associati, dovranno essere indicati solo quelli a “cui è riconosciuto il diritto di voto nell’organo che provvede all’approvazione del bilancio dell’ente”.

 

Per gli enti già in attività alla data della presentazione della domanda sarà richiesto il bilancio o comunque gli ultimi due bilanci consuntivi approvati.

 

Nel caso in cui questi avessero i requisiti di cui all’articolo 31 (ossia l’obbligo della revisione legale dei conti) l’Ufficio procederà anche alla richiesta della informazione antimafia.

 

Vengono infine previste le modalità e la cronologia degli adempimenti necessari all’iscrizione per ogni categoria di enti del terzo settore, alla cancellazione e alla eventuale richiesta della personalità giuridica.

 

 

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L’IVA e le contraddizioni della riforma del terzo settore

04/11/2019 di Guido Martinelli

Fino ad oggi era consuetudine ritenere, vista la simmetria esistente, che le attività c.d. commerciali, poste in essere da un ente non commerciale, lo fossero sia ai fini delle imposte sul reddito che dell’Iva. Analogamente per quelle istituzionali.

 

Le uniche eccezioni, fino ad oggi presenti, sono quelle legate all’organizzazione di “viaggi e soggiorni turistici” da parte di determinati enti associativi, previste dai commi 5 e 6 dell’articolo 148 Tuir e i c.d. contributi corrispettivi per gestioni convenzionate o accreditate da parte di pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 143, comma 3, lett. b), per i quali viene prevista la loro decommercializzazione ai fini delle imposte sul reddito, ma che non beneficiano di analoga agevolazione ai fini Iva.

 

Questa sostanziale sovrapponibilità (e quindi facilità gestionale da parte degli enti non commerciali) verrà in gran parte a cadere con la definitiva entrata in vigore anche della parte fiscale del codice del terzo settore (ricordiamo che sarà il primo periodo di imposta successivo alla messa a regime del registro unico del terzo settore e del pervenimento dell’autorizzazione da parte della Unione europea).

 

Nulla muterà solo per le associazioni elencate all’articolo 148 Tuir che non dovessero, per scelta o per espresso diniego legislativo, entrare nel terzo settore.

 

Ciò in quanto, per l’attività che qui interessa, continueranno a godere del percorso parallelo previsto sia ai fini Iva che delle imposte dirette dal combinato disposto di cui all’articolo 148 Tuir e 4 decreto Iva.

 

Le culturali che resteranno fuori dal Terzo settore, invece, perderanno la decommercializzazione dei corrispettivi specifici da parte di associati e tesserati ai fini delle imposte sui redditi ma manterranno l’agevolazione ai fini Iva.

 

Ciò in quanto non potranno più applicare l’articolo 148 Tuir ma potranno continuare ad applicare il non assoggettamento ad iva di cui all’articolo 4 D.P.R. 633/1972.

 

Se, per le sportive che rimarranno “fuori” dal Terzo settore, nulla cambia, diverse sono le conseguenze per quegli enti del terzo settore che scegliessero come attività di interesse generale, lo sport dilettantistico.

 

Infatti, nei loro confronti, non potrà più applicarsi la L. 398/1991 (articolo 89, comma 1, lett. c, del codice del terzo settore). Ma questo significherà, tra l’altro, che non si potrà, quindi, applicare l’articolo 4 della citata legge, che prevede l’assoggettamento a Iva delle cessioni dei diritti sulle prestazioni degli atleti. Va detto che si potrebbe arrivare comunque al mantenimento dell’obbligo, sulla base dei principi generali, ma è certo che la disapplicazione di questa norma è uno dei tanti effetti inattesi della riforma del terzo settore.

 

Analogamente, se è pur vero che, all’interno del terzo settore, se si assumesse la veste di associazione di promozione sociale, sarebbe possibile trovare, all’articolo 86, una norma molto simile (prescindendo dai volumi d’ affari di applicazione) è altrettanto vero che questa norma non si applica per i tesserati. Pertanto la sportiva terzo settore applicherà le imposte sui redditi sui ricavi riscossi per le prestazioni effettuate in favore dei tesserati ma continuerà a non assoggettarle ad iva in quanto l’articolo 4 del decreto rimarrà invariato.

 

All’interno del terzo settore la disciplina Iva diventa il convitato di pietra. Infatti se ne parla poco e rimangono aperti molti dubbi interpretativi.

 

L’articolo 11 del codice prevede che gli enti del terzo settore che esercitano la loro attività “esclusivamente o principalmente in forma di impresa” sono soggetti all’obbligo di iscrizione al registro delle imprese.

 

A prescindere dalla considerazione che sarebbe importante stabilire, in un documento di prassi, quand’è che si avvera questa ipotesi, è chiaro che se io, come ente del terzo settore, mi “autodenuncio” come soggetto che svolge attività di impresa, diventa molto difficile pensare di sfuggire all’applicazione dell’Iva sulle cessioni di beni e sulle prestazioni di servizi che svolgo per fare tale attività, salvo se li ricomprendessi tra quelli di cui all’articolo 86, previsto per odv e aps.

 

Ma attenzione, anche se svolgo l’attività in forma di impresa, queste potrebbero rientrare nella previsione di non commercialità di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 79 del codice del terzo settore. Pertanto, saranno soggette ad Iva ma non soggette a imposte sui redditi.

 

Ma questo provocherà, poi, un problema di non facile soluzione in termini di rivalsa Iva: potrò effettuarla su costi che, a quel punto, rientrano in una attività “istituzionale”?

 

Altro tema che necessita approfondimenti interpretativi è quello delle sponsorizzazioni. Non vi è dubbio che siano proventi da attività diverse (articolo 6 cts) e come tali soggetti al limite che sarà indicato nel decreto di prossima pubblicazione.

 

Ma è altrettanto vero che saranno da assoggettare ad Iva, per espressa previsione dell’articolo 4, comma 5, D.P.R. 633/1972. Sappiamo, però, che le sponsorizzazioni, ai sensi dell’articolo 79, comma 5, ctsnon gravano ai fini dell’individuazione della natura commerciale o meno dell’attività.

 

Nel caso in cui fossimo in questa seconda fattispecie, la rivalsa Iva sarà applicabile? e sulla base di cosa?

 

Infine, le odv e le aps che applicano il regime forfettario di cui all’articolo 86 cts dovranno assoggettare ad Iva le loro sponsorizzazioni?

 

Temiamo che, ai fini iva, le novità del cts non siano ancora finite.

 

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L’Agenzia delle entrate chiarisce il regime transitorio per odv, aps e onlus

28/10/2019 di Guido Martinelli

 

L’Agenzia delle Entrate, con la propria risoluzione 89/E di ieri, 25 ottobre 2019 fornisce il suo primo chiarimento sul nuovo codice del terzo settore e, in particolare, sugli aspetti fiscali del periodo transitorio, in attesa della definitiva entrata a regime del nuovo registro unico nazionale del terzo settore.

 

 

Come è noto, al momento, si possono considerare già soggette alle disposizioni di cui al D.Lgs. 117/2017 soltanto quelle associazioni che siano già iscritte ai registri delle associazioni di promozione sociale o delle organizzazioni di volontariato, ai sensi di quanto previsto dalle allora vigenti discipline di settore (L. 266/1991 per le odv e L. 383/2000 per le aps), registri la cui disciplina sopravvive alla abrogazione delle citate leggi previste dal codice del terzo settore, e le onlus, iscritte all’elenco tenuto presso le Agenzie fiscali delle entrate, la cui normativa (D.Lgs. 460/1997) rimarrà in vigore fino al primo periodo di imposta successivo all’entrata in vigore del Runts e al pervenimento dell’autorizzazione alla riforma da parte delle Autorità europee.

 

 

Sia per le prime che per le seconde era stato definito un termine per l’adeguamento del loro statuto ai nuovi principi previsti dal codice del terzo settore.

 

 

Termine che, con la proroga prevista dall’articolo 43, comma 4bis, D.L. 34/2019 (convertito con L. 58/2019scadrà il 30 giugno del prossimo anno.

 

 

Adeguamento dello statuto che, per le odv e le aps, diventa di presa d’atto dei nuovi vincoli e delle nuove opportunità ma che ne mantiene la natura giuridica (a meno di scelte diverse, ad esempio per mancato possesso dei requisiti quali il numero minimo di sette associati previsto dal codice) e, pertanto, queste saranno iscritte nelle corrispondenti sezioni del Runts.

 

 

Diversa la scelta per le onlus. Infatti la loro disciplina specifica non ha trovato accoglienza nella riforma. Pertanto le attuali onlus dovranno “scegliere” se iscriversi al Runts e, nel caso, a quale sezione.

 

 

Si precisa che una onlus, che ritenesse di non iscriversi al Runts, dovrà necessariamente, dopo la definitiva entrata in vigore della riforma, devolvere il patrimonio acquisito nel periodo in cui ha goduto dello status di Onlus.

 

 

Si è a lungo disquisito, sotto l’aspetto civilistico, su quale fosse il significato del termine, sopra ricordato, del 30 giugnoA seguito della emanazione delle circolari 20/2018 e 13/2019 il Ministero del Lavoro aveva chiarito, fuori da ogni dubbio, che il mancato adeguamento nei termini indicati incideva solo sui quorum deliberativi e costitutivi della assemblea di modifica ma che questo non impediva un eventuale adeguamento successivo, in quanto il “controllo” sul possesso dei requisiti ai fini della iscrizione al Runts si avrà al momento della trasmigrazione dei dati di detti enti dai registri regionali della promozione sociale e del volontariato al Runts.

 

 

Analoga conclusione veniva data, a maggior ragione, per le onlus, in quanto comunque avrebbero potuto continuare a godere della loro disciplina di settore, che manteneva i suoi effetti.

 

 

Chiarito l’aspetto civilistico rimanevano da approfondire le conseguenze fiscali legate ad un eventuale mancato adeguamento nei termini indicati.

 

 

Su questo aspetto, in modo assolutamente condivisibile, interviene l’Agenzia, sia pure anch’essa in maniera imprecisa.

 

 

Il documento di prassi amministrativa prevede che un ente iscritto nei registri delle associazioni di volontariato ex L. 266/1991 o di promozione sociale ex L. 383/2000 “possa continuare ad applicare le disposizioni fiscali discendenti dalle norme citate sempre che sia in possesso dei requisiti formali e sostanziali previsti dalle leggi di settore”, così come le Onlus potranno continuare ad applicare le disposizioni fiscali previste dal D.Lgs. 460/1997.

 

 

Quindi stiamo parlando esclusivamente delle norme indicate dalle ormai soppresse leggi di settore: sembrerebbe confermato che il mancato adeguamento nel termine andrà a incidere solo sull’aspetto civilistico delle modalità di svolgimento della successiva assemblea di modifica statutaria.

 

 

Perché il chiarimento, sia pure importante, appare “impreciso”?

 

 

Il primo comma dell’articolo 104 del codice del terzo settore prevede che, in via transitoria, ad odv, aps e onlus si applichino, da subito, alcune norme di carattere fiscale previste dal titolo X del codice.

 

 

Il dubbio che ci si pone, allora, è se questo “via libera” al permanere delle agevolazioni per i citati soggetti che non adeguano gli statuti si debba considerare applicabile solo alle richiamate disposizioni fiscali o anche a quelle che non vengono espressamente citate nel documento in esame.

 

 

La logica e il buon senso porterebbe a ritenere che queste continueranno ad essere applicabili, ma ci potrebbe essere un argomento a contrariis di non trascurabile importanza.

 

 

L’odvaps o onlus che scegliessero, alla fine, di non adeguare lo statuto si troverebbe ad aver goduto, per oltre due anni, di agevolazioni previste per gli enti del terzo settore senza, di fatto, esserlo mai stati.

 

 

Un ulteriore sforzo interpretativo sarebbe opportuno.

 

 

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La Cassazione e il lavoro sportivo dilettantistico

12/09/2019 di Guido Martinelli

Nelle scorse settimane è diventata virale, sui mezzi di comunicazione di massa, la notizia di una sentenza della Corte di Cassazione secondo la quale la mera attività di fitness posta in essere da una palestra formalmente iscritta al Registro Coni delle società e associazioni sportive dilettantistiche non consentirebbe il riconoscimento agli istruttori dei c.d. compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir seminando grande preoccupazione presso i gestori di impianti sportivi

 

Contrariamente a quanto si è letto, come commento alla decisione in esame (per la cronaca stiamo parlando della sentenza n. 21535 del 20.08.2019) la mia interpretazione è che si tratta, invece, di una sentenza importante e positiva per il mondo delle associazioni e società sportive affiliate a Federazioni sportive nazionali.

 

Infatti, la considerazione di partenza quando si affronta il tema dei compensi sportivi è stata, per lungo tempo, se questi potessero essere riconosciuti anche a soggetti che “lavoravano” nel mondo dello sport dilettantistico o, invece, soltanto a coloro i quali svolgevano detta attività per “diletto”, ossia avendo comunque un’altra attività lavorativa diversa da quella sportiva che veniva svolta in via principale. Ciò sul presupposto che la categoria dei compensi sportivi aveva una disciplina solo fiscale e che, non prevedendo alcuna tutela assicurativa o previdenziale per i lavoratori, non potesse essere estesa anche ai lavoratori dello sport.

 

Solo dal 2014, con una prima sentenza della Corte d’Appello di Firenze n. 683/2014 a cui fecero seguito altre Corti di merito (Milano e Bologna) e con una serie di documenti di prassi amministrativa (per ultima la circolare 1/E/2016 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro) si fece spazio l’interpretazione per la quale sarebbe stato possibile, visto il valore sociale dello sportriconoscere i compensi sportivi “anche” a soggetti che svolgevano nello sport la loro attività principale.

 

Va detto che tale tesi, però, non era stata ancora pienamente accolta a livello di giudizi di legittimità (in senso contrario, infatti, tra le tante, la sentenza della Corte di Cassazione civile n. 31840/2014).

 

La sentenza in esame (e voglio richiamare qui un altro precedente conforme della Suprema Corte di Cassazione, ordinanza n. 11492 del 30.04.2019), anche se indirettamente, sembra invece accogliere la tesi della circolare Inl del 2016. Dichiara dovuti i contributi previdenziali in quanto la fattispecie in esame non viene ritenuta “esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica”. Pertanto, argomentando a contrariis, se, invece, lo fosse stato, il giudizio sarebbe stato diverso.

 

Pertanto, il tema oggi non sembra più essere, anche per la Corte di Cassazione, se sia possibile riconoscere i compensi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir ai soggetti che “lavorano” nell’ambito delle attività sportive dilettantistiche ma “quando” dette prestazioni possano considerarsi tali.

 

Va detto che tutta questa disciplina è oggetto di delega legislativa contenuta nell’articolo 5 L. 86/2019 che affida al Governo il compito di individuare, con decreto da emanarsi entro agosto 2020, “la figura del lavoratore sportivo …… indipendentemente dalla natura dilettantistica o professionistica dell’attività sportiva svolta e definizione della relativa disciplina in materia assicurativa, previdenziale e fiscale e delle regole di gestione del relativo fondo di previdenza” pertanto tutte le considerazioni sopra esposte dovranno essere riviste alla luce dei decreti che saranno emanati.

 

Quando l’attività di fitness può considerarsi attività sportiva?

 

L’iscrizione al Registro Coni, presupposto per l’ottenimento delle agevolazioni in esame, è subordinato allo svolgimento di effettiva attività federale. I due presupposti, previsti anche nella circolare Inl sopra citata, per il riconoscimento dei compensi sportivi, sono dati, appunto, dall’iscrizione al registro Coni e dallo svolgimento di mansioni di carattere sportivo espressamente previste e disciplinate dalle singole Federazioni sportive nazionali.

 

Pertanto, in presenza di iscrizione al registro Coni, legittimata dall’effettivo esercizio di attività federale, e dallo svolgimento di mansioni riconosciute dalle Federazioni (nell’ambito di discipline sportive riconosciute dal Coni) nulla osta al riconoscimento dei compensi sportivi.

 

Se invece, come accade ad esempio nel sito internet della associazione soccombente nel giudizio in esame, l’elenco delle attività svolte ne contiene molte non ricomprese nell’elenco delle discipline sportive riconosciute dal Coni, non può stupire l’esito della decisione assunta dalla Cassazione.

 

Rimane, però, un ulteriore requisito previsto nell’incipit dello stesso articolo 67 TuirLe prestazioni non devono costituire redditi di lavoro subordinato (pertanto le prestazioni dello sportivo non potranno essere caratterizzate dalla eterodirezione da parte della direzione della palestra) o di esercizio di arti e professioni (ossia il personal trainer che effettua anche prestazioni per singole persone fisiche estranee all’ordinamento sportivo).

 

Ne deriva, pertanto, che la disciplina sui compensi sportivi non potrà mai essere definita per linee generali ma dovrà sempre essere “calata” sulle modalità delle attività effettivamente esercitate.

 

 

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Dove eravamo rimasti?

27/08/2019 di Guido Martinelli

“Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia, e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido”

 

Pinocchio, come molti altri ragazzi, non ne vuole sapere di andare a scuola, ma il Grillo parlante non desiste, e anche a fine agosto, in tarda ora, ci consegna l’ennesima lucida analisi della situazione destinata a chi si occupa di sport e terzo settore fornendoci ancora una volta la conferma che il legislatore continua a voler considerare le sportive come soggetti non ricompresi nella disciplina del terzo settore.

 

In queste giornate di fine agosto, a ferie in fase di conclusione, credo opportuno fare il punto della situazione.

 

Per chi si occupa di sport e terzo settore in agosto abbiamo avuto nell’ordine:

 

  1. decreto 4 luglio 2019 (in G. U. n. 186 del 09.08.2019) contenente “Adozione delle linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del terzo settore;
  2. legge 08.08.2019 n. 81 (in G. U. n. 188 del 12.08.2019) che ha convertito, con modificazioni, il d.l. n. 59/2019 contenente misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico – sinfoniche e misure di sostegno delle attività culturali;
  3. legge 08.08.2019 n. 86 (in G.U. n. 191 del 16.08.2019) che entrerà in vigore il prossimo 31 agosto e che contiene numerose e importanti deleghe al Governo in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione.

 

E’ evidente che per noi non sono consentite ferie tranquille (ricordo che nell’agosto del 2018 abbiamo avuto la circolare n. 18 della agenzia delle entrate e l’anno precedente il codice del terzo settore)……

Ma vediamo se e quali passi avanti abbiamo fatto.

 

Sul fronte terzo settore dei tre decreti che a giugno erano dati per imminenti (quello sulle attività diverse di cui all’art. 6 del cts, quello sul bilancio di cui all’art. 13 co. 3 e quello sul bilancio sociale previsto dall’art. 14 del medesimo codice) ne è stato pubblicato solo uno.

 

Ricordo solo che quello sulle attività diverse (il cui testo “non ufficiale” da tempo è in circolazione) è fondamentale al fine di poter determinare una corretta pianificazione fiscale del potenziale ente del terzo settore. Pertanto ben venga la criticatissima proroga al prossimo trenta giugno del termine per l’adeguamento degli statuti che altrimenti avrebbe costretto, in particolar modo le attuali onlus, a scelte non ponderate o razionali.

 

Ma veniamo al decreto sul bilancio sociale.

 

Innanzitutto è previsto che contenga informazioni e dati già presenti nel bilancio di esercizio. La necessità di dover presentare entrambi i documenti per i soggetti che ne sono obbligati impone una duplicazione di adempimenti che forse si sarebbe potuta evitare. Tra i soggetti tenuti alla redazione del bilancio sociale, alla luce delle linee guida, non sono compresi gli enti filantropici. Si deve ritenere, pertanto, che la norma di cui all’art. 39 del cts sul bilancio sociale degli enti filantropici sia un optional e che si dovrà applicare solo se e in quanto detti enti, apparentemente non obbligati, decidessero di redigere il bilancio sociale.

 

Ma pensavate a questo punto di avere tutti gli elementi necessari? Purtroppo no. Infatti il terzo comma dell’art. 7 della legge n. 106/2016 testualmente prevede che:

 

“Il Ministero del lavoro  e  delle  politiche  sociali,  sentito l’organismo di cui all’articolo 5, comma 1,  lettera  g),  predispone linee  guida  in  materia  di  bilancio  sociale  e  di  sistemi   di valutazione dell’impatto sociale delle attivita’  svolte  dagli  enti del  Terzo  settore,  anche  in   attuazione   di   quanto   previsto dall’articolo 4, comma 1, lettera o).  Per valutazione  dell’impatto sociale si intende la valutazione  qualitativa  e  quantitativa,  sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti  delle  attività  svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato.”

 

Il decreto in esame espressamente prevede che: “esula dal presente documento la trattazione della valutazione di impatto sociale che costituirà oggetto di specifiche linee guida” …..” Quindi dovremo attendere un ulteriore documento per poter comprendere l’intero contenuto della norma in esame.

 

Quindi se pensavate di avere in mano tutti gli elementi per poter valutare il “costo” della gestione di una impresa sociale vi sbagliavate.

 

Sta andando molto di moda, in questo periodo, la verifica della possibilità di costituire società sportive dilettantistiche in forma di impresa sociale.

 

In questo caso continua a mancare un elemento fondamentale per poter valutare la fattibilità. Infatti l’art. 11 del d. lgs. 112 sulla impresa sociale prevede “obbligatoriamente” forme di coinvolgimento di lavoratori e di utenti interessati alla attività dell’impresa sociale.

 

Dette modalità dovranno essere inserite in statuto e redatte secondo linee guida previste da un decreto ministeriale di cui ad oggi non abbiamo traccia. Ma di queste modalità di coinvolgimento, alla luce della citata disposizione e del decreto in esame se ne dovrà dare menzione nel bilancio sociale. Come uscirne? E, in particolare, come farlo in concreto? Aspetto chiarimenti dai fautori delle SSD imprese sociali.

 

Tralasciando la conversione in legge della norma sulle fondazioni culturali per il suo interesse molto specifico, veniamo alla legge sullo sport.

 

Cambia qualcosa? Al momento “quasi” niente in quanto tutto è rinviato a emanandi decreti legislativi, da approvare entro il 31 agosto del 2020. L’attuale crisi di Governo non fa ben sperare in tempi solleciti. Quello che è certo è che non sono previste deleghe in materia fiscale (se non con riferimento al lavoro sportivo) e che l’unica norma di immediata applicazione è quella prevista dall’art. 3 sulla cessione del diritto sportivo che subordina la cessione, il trasferimento o l’attribuzione a qualunque titolo, del titolo sportivo, alla valutazione del valore economico del titolo medesimo tramite perizia giurata di un esperto nominato dal Presidente del Tribunale nel cui circondario ha sede la società cedente. Visto che si dovrà applicare anche per l’attività dilettantistica (le cessioni del diritto sportivo sono previste nei regolamenti della pallacanestro dilettante, nella pallavolo e nell’hockey su ghiaccio) avremo sicuramente un maggior costo per i club. Con quale vantaggio? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Tralasciamo la norma sui centri sportivi scolastici a cui vorrei dedicare un apposito pensierino, rimane una considerazione ulteriore. L’art. 8 comma due, lett. d) prevede la possibilità per il Governo di emanare apposite previsioni di misure semplificate volte al riconoscimento della personalità giuridica delle associazioni sportivi. Il mancato accenno alla analoga disposizione già prevista dall’art. 22 del codice del terzo settore conferma che il legislatore continua a voler considerare le sportive come soggetti non ricompresi nella disciplina del terzo settore. Chi sa se prima o poi ne prenderemo definitivamente atto!

 

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Il disegno di Legge delega sullo sport approvato dalla Camera – II° parte

03/07/2019 di Guido Martinelli

L’articolo 5 (ex 4) del disegno di legge sullo sport approvato dalla Camera dei deputati, introduce il capo relativo alle disposizioni in materia di professioni sportive.

 

Importante per le potenziali ricadute appare, al comma 1, lett. a), il riconoscimento del carattere “preventivo – sanitario” dell’attività sportiva volta “al miglioramento della qualità della vita e della salute”.

 

Se questi incisi potranno portare all’utilizzo dell’esenzione da Iva per le attività sanitarie in materia sportiva, questo emendamento costituisce sicuramente la novità avente le maggiori conseguenze positive rispetto a tutte le altre modifiche che il testo ha avuto nel dibattito parlamentare.

 

Viene ricompreso tra i lavoratori sportivi anche il “direttore di gara” e l’adozione di norme che maggiormente tutelino la salute e la sicurezza dei minori che svolgono attività sportiva nonché il principio della pari opportunità nella pratica sportiva.

 

Dovrà essere riordinata la normativa applicabile alle discipline sportive che prevedono l’impiego di animali riguardo agli aspetti sanitari e alla loro tutela e benessere.

 

L’articolo 6, in materia di agenti degli atleti, introduce la necessità di definire un quadro sanzionatorio proporzionato ed efficace “anche con riferimento agli effetti dei contratti stipulati dagli assistiti.

 

L’articolo 7, all’interno della disciplina rivista per la realizzazione di impianti sportivi, contiene, al comma 2, lett. f), l’enunciazione di un principio che potrebbe avere effetti “sconvolgenti” per il mondo dello sport.

 

Viene infatti enunciato un criterio che mira ad individuare “un sistema che preveda il preventivo accordo con la federazione sportiva nazionale, la disciplina sportiva associata, l’ente di promozione sportiva o la società o associazione sportiva utilizzatori e la possibilità di affidamento diretto dell’impianto già esistente alla federazione sportiva nazionale, alla disciplina sportiva associata, all’ente di promozione sportiva o alla società o associazione utilizzatori, in presenza di determinati requisiti oggettivi e coerenti con l’oggetto e la finalità dell’affidamento che assicurino la sostenibilità economico – finanziaria della gestione e i livelli di qualità del servizio eventualmente offerto a terzi” purché non sussistano i requisiti di esclusione  previsti dall’articolo 80 del codice degli appalti.

 

La norma supera la previsione dell’articolo 90 L. 289/2002 che si limitava a precisare che la gestione degli impianti sportivi di proprietà pubblica dovesse essere concessa in via preferenziale a società e associazioni sportive dilettantistiche.

 

Non possiamo tacere come la norma, di rilevante interesse per il mondo dello sport e per l’investimento che le società e associazioni sportive effettuano sull’impianto sportivo pubblico che conducono in gestione, appaia al limite della legittimità in riferimento al codice degli appalti e alla Direttiva 2006/123/CE, conosciuta come Direttiva Bolkestein, relativa ai servizi nel mercato europeo comune.

 

Viene ribadito che anche negli impianti sportivi i distributori automatici di cibi e bevande devono essere riservati a elementi “salutistici”.

 

L’articolo 8 contiene due importanti novità. La prima, in analogia a quanto già previsto per gli enti del terzo settore (e, se ci è consentito, ciò rappresenta ulteriore prova che tra questi non sono ricomprese le società e associazioni sportive dilettantistiche), prevede l’adozione di “misure semplificate volte al riconoscimento della personalità giuridica”  e l’altra volta al “riordino, anche al fine di semplificarla, della disciplina relativa alla certificazione dell’attività sportiva svolta dalle società e dalle associazioni sportive dilettantistiche”

 

L’articolo 9 introduce l’obbligo di utilizzo del casco anche “nella pratica dello sci alpino e dello snowboard e in tutte le aree sciabili, compresi i percorsi fuori pista” nonché “l’obbligo di dotare ogni pista, dove sia possibile, di un’area per la sosta accuratamente delimitata e segnalata”

 

Con un conclusivo articolo 10 viene introdotta una clausola di salvaguardia sulla compatibilità di dette norme con quelle che tutelano l’autonomia delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.

 

Non possiamo fare a meno di rilevare come le modifiche adottate nel primo percorso parlamentare siano sicuramente servite ad introdurre alcuni concetti chiave, a fianco ad altri forse di minore interesse o incisività.

 

Sarà necessario capire se, in Senato, il testo verrà presentato come suscettibile di ulteriori modifiche (che lo costringerebbero a tornare alla Camera per una seconda approvazione) oppure se sarà “blindato” e quindi approvato in via definitiva.

 

In entrambi i casi i tempi, essendo poi necessario procedere con la stesura dei successivi decreti delegati, non saranno brevi per la definitiva operatività della riforma.

 

Si spera solo che si possa, anticipatamente, chiarire i reciproci compiti tra Coni e Sport e salute SpA.

 

Lo sport lo sta attendendo con ansia.

 

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Il disegno di Legge delega sullo sport approvato dalla Camera – I° parte

03/07/2019 di Guido Martinelli

La Camera dei deputati, dopo una discussione in commissione durata circa quattro mesi, ha approvato in prima lettura il disegno di legge n. 1603 – bis presentato dal Governo e recante: “Deleghe al Governo e altre disposizioni in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione”.

 

L’iniziativa trae origine dalle modifiche introdotte dalla Legge di bilancio 2019 (articolo 1, comma 630, L. 145/2018) che ha ridisegnato gli ambiti di operatività del Coni rispetto alla vecchia società, di proprietà del Ministero economia e finanza, Coni servizi, oggi “Sport e salute spa”.

 

Analizziamo le novità introdotte, rispetto all’originario testo licenziato dal Consiglio dei Ministri (vedi: “Il disegno di legge governativo sullo sport”, prima e seconda parte, Ec news, 20 e 21 marzo 2019), che non appaiono di trascurabile importanza.

 

L’articolo 1 mantiene l’ampia delega concessa al Governo per l’adozione di misure in materia di ordinamento sportivo.

 

Viene introdotta l’interessante possibilità di adottare un testo unico in materia di sport.

 

Alcune novità vanno comunque evidenziate.

 

È stata introdotta una delega che consente la limitazione, fino al divieto, di scommettere sulle partite di calcio della Lega Nazionale dilettanti.

 

Non possiamo quindi non interrogarci sul perché porre dei limiti solo agli incontri di calcio dilettantistico mantenendo quindi la possibilità di scommettere sulla miriade di altre gare di sport diversi a carattere dilettantistico.

 

È stato precisato che il potere di vigilanza del Coni sulle Federazioni debba essere svolto in armonia con le indicazioni del Cio e che il potere di commissariamento debba essere limitato all’accertamento di gravi violazioni di norme degli statuti e dei regolamenti sportivi finalizzate al regolare avvio e svolgimento delle competizioni sportive … ferme restando l’autonomia delle federazioni sportive e delle discipline sportive associate e la loro capacità di determinare la propria politica generale”.

 

È stata poi introdotta la necessità di sostenere azioni volte a promuovere la partecipazione e la rappresentanza delle donne nello sport “garantendo la parità di genere nell’accesso alla pratica sportiva a tutti i livelli” nonché quella di “individuare forme e condizioni di azionariato popolare per le società sportive professionistiche”.

 

Viene ribadita l’autonomia amministrativa delle Federazioni e delle discipline sportive associate rispetto al Coni, fermo restando il potere di controllo spettante alla autorità di governo sulla gestione e sulla utilizzazione dei contributi pubblici.

 

L’articolo 2 disciplina l’istituzione dei centri sportivi scolastici che saranno costituiti “secondo le modalità e nelle forme previste dal codice del terzo settore”, il loro regolamento sarà stabilito dalla scuole e l’attività in favore degli studenti sarà svolta di norma a titolo gratuito.

 

Viene prevista, come innovazione, che le attività del centro sportivo scolastico siano programmate dal consiglio di istituto che “può sentire, ove esistenti,” le associazioni e società sportive dilettantistiche iscritte al registro Coni  e che abbiano la propria sede nel medesimo comune in cui è stabilità la sede legale del centro sportivo scolastico.

 

Di rilievo la specifica che i centri sportivi scolastici “possono” (e non essendoci un devono poco si comprende del senso dell’emendamento approvato) affidare lo svolgimento delle discipline sportive scolasticheesclusivamente ai laureati in scienze motorie o ai diplomati isef.

 

Viene introdotto il principio (di cui non si comprende l’inerenza con il tema dell’articolato) che i distributori automatici scolastici somministrino esclusivamente cibi e bevande “salutistiche”.

 

L’articolo 3 disciplina la cessione del titolo sportivo, prevedendo che questa possa avvenire esclusivamente se ammessa dai regolamenti della federazione o della disciplina sportiva associata e “nel rispetto dei regolamenti da essa emanati”.

 

Viene introdotto un nuovo articolo 4 che istituisce “organi consultivi per la tutela degli interessi dei tifosi” andando ad integrare l’articolo 10 L. 91/1981.

 

Viene stabilito che negli “atti costitutivi” (sarebbe stato più corretto indicare negli statuti) delle società sportive professionistiche dovrà essere prevista l’istituzione “di un organo consultivo che provvede con pareri obbligatori ma non vincolanti alla tutela degli interessi specifici dei tifosi”.

 

L’organo consultivo dovrà essere formato da tre a cinque membri eletti ogni tre anni dagli abbonati e sulla base di un regolamento che stabilirà la decadenza dei componenti colpiti da provvedimenti interdittivi.

 

Vengono assegnati sei mesi alle società professionistiche per l’approvazione della modifica statutaria.

 

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Il lavoro sportivo dilettantistico e il codice del terzo settore – II° parte

16/05/2019 di Guido Martinelli

Dopo aver esaminato, con il precedente contributo, l’orientamento della Suprema Corte, esaminiamo ora alcune recenti sentenze di merito, sempre in tema di rapporto di lavoro sportivo dilettantistico.

 

La prima è la sentenza della Corte d’Appello di Milano (Sezione lavoro) n. 121 del 10.04.2019. Anche in questo caso una società sportiva dilettantistica aveva proposto appello avverso la sentenza del Tribunale che aveva rigettato l’opposizione a verbale di accertamento e conseguente cartella esattoriale di pagamento Inail ed avviso di addebito Inps. Ci si riferiva ad un istruttore di fitness e una addetta alla segreteria.

 

La società opponente contestava la debenza delle somme in quanto operava il regime di esenzione contributiva  ex articolo 67 Tuir, trattandosi di compensi qualificabili come redditi diversi.

 

Il Giudice di prime cure aveva negato ingresso alla tesi dell’opponente, rilevando nel caso di specie “una vera e propria attività professionale” idonea ad escludere l’applicazione del regime di favore.

 

Il requisito della professionalità era rinvenuto

 

  • nel caso dell’istruttore di fitness, nella correlazione tra il tipo di pratica sportiva, fitness, e la preparazione e competenza tecnico-scientifica dell’istruttore, laureato in scienze motorie,
  • nel caso dell’addetta alla segreteria, dallo svolgimento della prestazione in via esclusiva ed in modo continuativo da oltre cinque anni.

Il Collegio riteneva fondato l’appello.

 

Dal compendio normativo esaminato, la Corte d’Appello evinceva l’esistenza di un regime di favore che assiste le erogazioni effettuate da società ed associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni a fronte dello svolgimento di attività sportiva dilettantistica, da intendersi per tale non solo quella agonistica o funzionale alla stessa ma anche quella ad essa afferente, preparatoria e strumentale.

 

Il regime prevede che i compensi menzionati debbano essere considerati “diversi“, e se le somme percepite non superano la soglia massima fissata, non concorrono a formare l’imponibile di reddito.

 

Per la classificazione quali redditi diversi devono, a parere del Collegio, ricorrere sia il presupposto soggettivo, costituito dalla natura dilettantistica dell’ente sportivo erogante, sia il requisito oggettivo, dato dalla “corrispettività” all’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica.

 

La disciplina praticata dall’associazione non rientra tra quelle riconducibili al professionismo sportivo, pertanto i relativi collaboratori non “possono essere assoggettati alla disciplina contenuta nella legge n. 91/1981”  ovvero non sono sportivi professionisti.

 

Il Giudice di primo grado, proseguiva il Collegio, aveva escluso l’applicazione dell’esenzione ravvisando il requisito della professionalità nello svolgimento della prestazione ricavato dalla preparazione e competenza specifica del soggetto, laureato in scienze motorie, dalla continuità della prestazione e dalla misura del compenso.

 

L’argomento non era condiviso dal Giudice di appello che osservava che la non professionalità, quale condizione di esenzione, è richiesta solo per le bande musicali e filodrammatiche e non per le collaborazioni in ambito sportivo dilettantistico: ciò che conta è che  le collaborazioni vengano svolte in favore di organismi che perseguono finalità sportive dilettantistiche riconosciuti dal Coni o dagli enti di promozione…“.

 

Le relative prestazioni, proprio in virtù della natura del beneficiario delle stesse, “non possono assumere i caratteri della professionalità proprio perché inserite in un contesto qualificato dal riconoscimento di un organo pubblico… quindi una sorta di presunzione del carattere non professionale delle prestazioni in esame“.

 

In relazione ai collaboratori   amministrativo- gestionali, la sentenza in rassegna valutava il relativo rapporto ai fini del godimento del regime agevolativo come non professionale perché non esigeva “conoscenze tecnico-giuridiche direttamente collegate all’attività di lavoro autonomo esercitata abitualmente. Pertanto “la raccolta di iscrizioni, la tenuta della cassa o della contabilità da parte di soggetti non professionisti ha natura non professionale“.

 

L’appello era accolto per l’insussistenza delle pretese contributive azionate e, per l’effetto, veniva annullata la cartella esattoriale e l’avviso di addebito opposti .

 

Questa decisione sembra confermare la tendenza, già da tempo presente nella Giurisprudenza di merito (e nella prassi amministrativa – circolare Ispettorato Nazionale del Lavoro 1/2016di ritenere il rapporto di lavoro sportivo come categoria “speciale” e, come tale, non riconducibile a nessuno dei criteri ermeneutici del lavoro autonomo o subordinato. Fino ad oggi, però, come abbiamo visto, tale orientamento non è ancora accolto dalla Cassazione.

 

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Il lavoro sportivo dilettantistico e il codice del terzo settore – I° parte

16/05/2019 di Guido Martinelli

Il Ministero del Lavoro, in contemporanea alla discussione in Parlamento del disegno di legge delega per la riforma dello sport, collegato alla Legge di Bilancio 2019, ha attivato un tavolo tecnico, al quale sono stati invitati i rappresentanti sindacali, le associazioni dei giocatori di pallacanestro, calcio, rugby e pallavolo, le leghe di società (calcio, pallacanestro e pallavolo), i rappresentanti dei laureati in scienze motorie, al fine di iniziare a configurare, ai sensi dell’articolo 4 del citato disegno di leggela nuova disciplina del lavoro nello sport, sia professionistico che dilettantistico.

 

Alle realtà presenti, dopo un primo incontro conoscitivo, è stato chiesto di formulare proposte ed inviare documentazione entro lo scorso 30 aprile, che il Ministero si sarebbe riservato di valutare e consolidare in un documento unico.

 

Proviamo ad elencare i punti di sintesi della proposta presentata dalle leghe dilettantistiche maschili e femminili del volley e del basket maschile:

 

  • distinzione del mondo sportivo in attività dilettantisticasemiprofessionistica e professionistica,
  • atipicità della prestazione di lavoro non professionistico rispetto ai parametri del lavoro autonomo o subordinato,
  • distinzione, nell’ambito dei soggetti che operano nello sport non professionisticotra coloro i quali godono già di una posizione previdenziale e assicurativa per altra attività da loro svolta diversa da quella sportiva e soggetti che operano esclusivamente, o comunque in via prevalente nel mondo sportivo non professionistico. Nel primo caso (lavoratore già assicurato) la disciplina rimarrebbe integralmente quella oggi in vigore, nel secondo caso dovrà essere previsto obbligatoriamente un contratto che, a pena di nullità, preveda la determinazione dei compensi e dei fringe benefits al lordo di imposte,
  • mantenimento, in entrambi i casi, della fascia esente da imposte fino ad euro 10.000 annue,
  • uscita dell’area dell’attività sportiva non professionistica dalla gestione, per la parte previdenziale, spettacolo e ingresso nella gestione separata,
  • assoggettamento di tutti i coloro i quali svolgono attività sportiva continuativa, a titolo oneroso ed in via esclusiva, o comunque prevalente, ad una “flat tax” sotto il profilo fiscale ed una contribuzione previdenziale differenziata a seconda della natura degli operatori: in particolare, agli atleti dovranno essere applicate aliquote previdenziali ridotte, da pagarsi sotto forma di “contributo di solidarietà” (stante la circostanza che l’atleta difficilmente svolge questa attività per un numero di anni sufficiente a formare un congruo montante previdenziale), mentre alle figure tecniche e dirigenziali potrà essere applicata la contribuzione “piena”,
  • non assoggettamento a Inail in quanto duplicato della copertura assicurativa prevista per tutti i tesserati dall’articolo 51 L. 289/2002,
  • attività dei procuratori a carico esclusivo degli atleti,
  • sanatoria di tutti i rapporti contrattuali instaurati con la vigente disciplina.

In attesa di verificare quali saranno le reazioni alla proposta presentata dai due sport di squadra più rappresentativi dopo il calcio, la Giurisprudenza prosegue il suo percorso “altalenante”.

 

Merita menzione una recentissima ordinanza della Corte di Cassazione.

 

Con la decisione n. 11492 del 30.04.2019 la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una associazione sportiva dilettantistica, avverso la decisione della Corte d’Appello di Genova che l’aveva condannata, a seguito di una verifica ispettiva, al pagamento di contribuzioni e sanzioni nei confronti di quattro istruttori ai quali veniva applicata, per i compensila disciplina di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.

 

La Corte di legittimità ha respinto il ricorso in quanto ha ritenuto che una parte dell’attività svolta dalla palestra dell’associazione non fosse di tipo sportivo dilettantistico ma avesse un carattere commerciale e dunque i compensi pagati agli istruttori che tenevamo corsi riferibili ad attività di natura commerciale fossero soggetti a contribuzione”.

 

La Corte ha poi ribadito che in giudizio risulta a carico della associazione sportiva, secondo il costante insegnamento dei medesimi Giudici, dare: “prova di svolgere la propria attività nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni imposte ad esse”.

 

Se, da un lato, questa lettura che viene data alla norma appare problematica perché rischia di escludere molte fattispecie concrete dalla possibilità di applicare i compensi sportivi, è altrettanto vero che, applicando il ragionamento della Corte a contrariis, viene confermata la possibilità che, in assenza di gestione con modalità commerciali, la disciplina dei compensi sportivi sia applicabile anche a soggetti che lavorano in favore dello sport come attività prevalente, ancorché non esclusiva e che l’opera degli istruttori non sia inquadrabile come rapporto di lavoro subordinato.

 

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Il decreto crescita e gli enti non profit

03/05/2019 di Guido Martinelli

Il c.d. decreto crescita (D.L. 34/2019, pubblicato in G.U. n. 100 del 30.04.2019) contiene tre articoli che impattano in maniera importante sulla realtà degli enti non profit.

 

Il primo è l’articolo 14 che reintroduce, tra gli enti non commerciali su base associativa che possono continuare a godere della decommercializzazione dei corrispettivi specifici versati da associati e tesserati ai sensi di quanto previsto dall’articolo 148, comma 3, Tuirgli enti assistenziali.

 

Pertanto questa categoria di soggetti (che sarebbe stato preferibile indicare in maniera più precisa) potrà continuare a godere di detta agevolazione anche quando, entrato in vigore il Registro Unico del terzo settore, la platea dei soggetti non iscritti al Registro che potrà continuare a godere di questa agevolazione si assottiglierà notevolmente.

 

Non può non essere ricordato come questo intervento (che si unisce al precedente che aveva “riallargato” detta agevolazione anche alle strutture periferiche di natura privatistica necessarie agli enti pubblici non economici per attuare la funzione di preposto a servizi di pubblico interesse”) appare in netta controtendenzarispetto al contenuto del codice del terzo settore che aveva drasticamente ridotto il numero dei soggetti ai quali poter applicare l’agevolazione in esame.

 

Il successivo articolo 35 rivede, invece, in maniera radicale, gli adempimenti di pubblicità dei contributi pubblici ricevuti, introdotti, sia per le imprese che per le associazioni, dalla L. 124/2017.

 

Innanzitutto il termine per la pubblicazione, già a decorrere dal corrente anno, non viene più previsto nel mese di febbraio ma spostato al 30 giugno di ogni anno. Detto termine dovrà essere rispettato anche da parte di coloro i quali abbiano un periodo di imposta non coincidente con l’anno solare.

 

Inoltre, contrariamente alle indicazioni che aveva dato il Ministero del Lavoro (circolare 2/2019non dovranno essere indicati gli importi che abbiano natura “corrispettiva, retributiva o risarcitoria”.

 

Pertanto dovranno essere indicati sui propri siti internet o analoghi portali digitali, a cura delle “associazioni, onlus e fondazioni” le “informazioni relative a sovvenzionisussidivantaggicontributi o aiuti in denaro o in natura il cui importo totale superi euro 10.000”.

 

Per le società di capitali e le cooperative sportive dilettantistiche nonché per le imprese sociali, sarà necessario distinguere tra quelle tenute alla redazione del bilancio di esercizio e quelle che non sono soggette al medesimo obbligo.

 

Per le prime l’adempimento si intenderà soddisfatto mediante pubblicazione degli importi ricevuti nella Nota integrativa del bilancio di esercizio, per i secondi, in analogia con quanto previsto per gli enti del primo libro del codice civile, la pubblicazione dovrà avvenire sul sito internet o su quello della associazione di categoria di appartenenza dell’impresa.

 

Vengono modificate anche le sanzioni che, in questo caso, coinvolgono anche le associazioni.

 

Modifica che, però decorrerà dal gennaio 2020.

 

Sarà applicata una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti con un importo minimo di euro 2.000. Competente ad irrogare la sanzione sarà l’Amministrazione Pubblica che ha erogato il beneficio o, in difetto, il Prefetto del luogo dove ha sede il beneficiario. Con il provvedimento di irrogazione della sanzione viene stabilito altresì il termine entro il quale ottemperare all’obbligo di pubblicazione. Il perdurare dell’inosservanza di detto obbligo nonché il mancato pagamento della sanzione entro il termine di cui al periodo precedente è sanzionato con la restituzione integrale delle somme ai soggetti eroganti entro i successivi tre mesi.

 

Aveva poi fatto scalpore, all’inizio di quest’anno, la norma che aveva esteso la disciplina dei partiti politici alle fondazioni, associazioni e comitati nei cui direttivi partecipassero persone che avevano o avevano avuto incarichi politici.

 

Le conseguenze erano l’accollo di tutta la disciplina sulla attività anticorruzione anche all’intera famiglia degli enti di cui al primo libro del codice civile.

 

L’articolo 43 del decreto interviene per risolvere in maniera solo parziale il problema.

 

Infatti esclude da tale equiparazione gli enti del terzo settore regolarmente iscritti nel registro unico nazionale. Nelle more della attivazione di detto registro potranno godere di tale esclusione gli enti iscritti, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 101, comma 3, del codice del terzo settore ad uno dei registri attualmente previsti dalle normative di settore.

 

Non vi è dubbio che tale definizione coinvolga attualmente le onlus, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale che pertanto si potranno ritenere legittimamente escluse dagli adempimenti in esame.

 

Il riferimento agli enti del terzo settore sembra escludere, invece, dall’esonero di detti obblighi le associazioni sportive dilettantistiche. Infatti il registro Coni ha valenza solo di carattere amministrativonon essendo stato approvato con legge dello Stato e, comunque, disciplina soggetti che, sicuramente, non possono essere ritenuti solo come tali, appartenenti al terzo settore.

 

Gli adempimenti, pertanto, che residuano sulle sportive che abbiano un terzo dei membri del proprio direttivo che abbia ricoperto incarichi politici o di governo, anche a livello locale, negli ultimi sei anni appaiono rilevanti e, come giustamente rilevato dalla dottrina “decisamente proibitivi se calati su realtà non profit meno strutturate come ad esempio le associazioni sportive che non si iscriveranno al Runts”.

 

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