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L’opinione

AUDIZIONE SETTIMA COMMISSIONE SENATO 05.01.2021 ORE 15.00

14/01/2021 di Guido Martinelli

Considerazioni preliminari

 

L’audizione odierna ha per oggetto i cinque schemi di decreto legislativo oggetto della delega che trae origine dalla L. 86/2019 (“Deleghe al Governo e altre disposizioni in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione”).

 

La mancata approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del sesto decreto, quello c.d. “ordinamentale”, ossia quello che ridisegnava ruoli e compiti delle organizzazioni di vertice dello sport italiano (Coni, Sport e salute, Dipartimento sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Federazioni, discipline sportive associate e Enti di promozione sportiva) lascia irrisolti numerosi dubbi che ricadono anche sui testi oggetto dell’esame odierno.

 

L’atto del Governo n. 230 che reca: “Riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché di lavoro sportivo” appare, per i suoi contenuti, quello maggiormente gravido di importanti e rilevanti conseguenze per lo sport italiano, ed è il testo su cui concentreremo le nostre maggiori attenzioni.

 

Come indicato nelle varie relazioni di accompagno, ad oggi solo quattro discipline sportive hanno attivato al proprio interno un settore professionistico ai sensi della l. 91/81 (calcio, pallacanestro, ciclismo e golf). Non vi è dubbio, quindi che, rispetto alle quasi 400 discipline sportive riconosciute dal Coni, il ridotto numero di quelle che hanno ufficializzato il regime del professionismo dimostra l’estrema difficoltà di estendere il perimetro di quella legge oltre alle citate discipline, di maggior impatto sui media e sul pubblico.

 

Il legislatore delegato ha omesso ogni considerazione sul “perché” fino ad oggi l’inquadramento come professionistico non avesse raccolto l’interesse di molte attività sportive e ha riproposto, praticamente con un lavoro di “copia – incolla” nello schema di decreto delegato la medesima disciplina della legge n. 91/81 che abroga.

 

Va anzi detto che avendo introdotto un concetto unitario di lavoro sportivo, di fatto la distinzione tra professionismo e dilettantismo si riduce alla possibilità, per i sodalizi professionistici di avere lo scopo di lucro e, dall’altro, per i dilettanti, di poter usufruire delle prestazioni degli amatori e dei collaboratori amministrativo – gestionali. In più l’attività dilettantistica continua ad essere determinata per differenza rispetto a quella professionistica, la cui identificazione è rimasta nel potere discrezionale delle Federazioni secondo gli indirizzi del Coni.

 

Onestamente, in una visione prospettica di sviluppo dello sport, crediamo che questa appaia, strutturalmente, la criticità che debba essere più rimarcata. Infatti non vi è dubbio, ad avviso di chi scrive, che ormai il mondo dello sport sia suddiviso in quattro macro aree.

 

L’attuale area del professionismo sportivo, laddove si ritiene possano rimanere (a fatica) solo le attuali 4 discipline, stante gli oneri che comporta e che meglio saranno indicati in seguito, quella di una “zona cuscinetto” che in passato avevamo definito tertium genus tra il mondo del dilettantismo e quello del professionismo, che potrebbe racchiudere tutte le società e associazioni che fanno attività sportiva agonistica in via prevalente a livello nazionale e interregionale, le “imprese sportive” intendendo come tali le società e associazioni che gestiscono palestre e impianti sportivi e in cui, invece, prevale lo svolgimento di attività fisica o motoria (come correttamente definita all’art. 2 co. 1 lett. f. Definizione a seguito della quale non si rintraccia poi nell’articolato alcuna specifica disciplina) nell’ambito dei quali avrebbero potuto trovare compiuta disciplina i nuovi “chinesiologi”, gli enti dilettantistici veri e propri che svolgono sport sociale che potrebbero essere gli unici interessati “anche” ad assumere la veste di enti del terzo settore.  

 

Si era chiesto, anche in precedenti audizioni connesse al mondo dello sport (vedi gli atti dei lavori della settima commissione del Senato, XVII legislatura la cui risoluzione fu approvata in data 6 dicembre 2016) la creazione di un settore intermedio, tra il professionismo “modello calcio” e l’attività dilettantistica di base all’interno del quale collocare soggetti che svolgono attività economiche quali, ad esempio, i gestori di impianti sportivi e, per l’appunto, i rimanenti sport di squadra di vertice.

 

Ognuno di questi 4 settori ha oggi specificità proprie, a partire dalla necessità, per lo scrivente, di rimettere in gioco il presupposto dell’assenza di finalità lucrative. Lo sport avrà sempre di più necessità di investimenti privati per poter evolvere per i quali una remunerazione dovrà poter essere garantita. Appare pacifico che in questo quadro a nulla serve il timido tentativo introdotto di prevedere una parziale distribuzione di utili per le società sportive di cui al libro V del codice civile, scelta che appare più “copiata” dalla previsione dell’impresa sociale di cui al d. lgs. 112/17 che da una scelta strategica in favore dello sport.

 

Invece di andare, come si sarebbe auspicato, quindi, verso discipline giuridiche differenti sulla base del collocamento della propria attività sportiva in una o nell’altra delle macro aree, si è preferito, di fatto, uniformare tutta in un unicum, senza tenere conto, ad esempio, della causa (ludica, di solidarietà, economica) che spinge un soggetto a svolgere attività nello sport e soffocando ogni differenziazione esistente sul piano delle motivazioni esistenti nello svolgimento della pratica sportiva.

 

Per l’attività professionistica, la circostanza che il legislatore delegato abbia dovuto mantenere la non applicazione di molti istituti tipici del rapporto di lavoro subordinato già presenti nella l. n. 91/81 (vedi art. 26 co. 1), snaturandone pertanto alcuni pilastri fondamentali con particolare riferimento allo statuto dei diritti dei lavoratori, non lo ha portato a ritenere opportuno, come lo scrivente avrebbe auspicato, rimettere in discussione la presunzione di subordinazione ivi prevista. I cui effetti cadranno, a riforma operante, a cascata anche sulle rimanenti discipline. Anzi si è allargata la fattispecie applicandola anche al mondo dilettantistico.

 

Ricordo, ad esempio, che le società partecipanti al campionato di A2 di pallacanestro, hanno richiesto alla Federazione la “retrocessione”, da campionato professionistico come era in origine, a campionato dilettantistico, proprio per l’oggettiva impossibilità a mantenere gli obblighi previsti dalla legge n. 91/81 legati, appunto, alla presunzione di subordinazione del rapporto.

 

Le motivazioni sono molteplici. Innanzitutto legate al costo degli atleti provenienti da Federazione straniera. Costoro, nei campionati dilettantistici, rimangono in Italia, in media, 3 o 4 stagioni. Pertanto, rimangono ben lontani dai 20 anni di contributi minimi per godere del trattamento previdenziale del fondo lavoratori sportivi. In più, spesso, hanno regimi di quiescenza non compatibili con i versamenti effettuati nel nostro Paese.

 

Questo comporta che il costo previdenziale rimane indifferente all’atleta proveniente da Federazione straniera, in quanto non ne potrà godere dei benefici relativi (e pertanto farà la sua richiesta di compenso prescindendo da questa componente) mentre rimarrà come costo “puro” per la società sportiva che lo tessera.

 

In più, paradossalmente, il costo previdenziale per i campionati nazionali dilettantistici degli sports di squadra appare superiore, in termini percentuali, rispetto a quello che sostiene il calcio. Infatti, essendo previsto per i contributi alla gestione  spettacolo, come da tabella che si produce, una contribuzione piena fino ad un ammontare di compensi annui pari a euro 103.055, un contributo figurativo fino a euro 751.278 e nulla sulla parte eccedente, gli atleti che percepiscono retribuzioni “importanti” come accade nel calcio, spalmandosi il carico previdenziale su tutto il compenso, hanno un ricarico più basso (e per i redditi più alti molto più basso in termini percentuali, ovviamente) di quello che dovrebbe sostenere un atleta i cui compensi, come accade nella quasi totalità degli atleti tesserati per le società dilettantistiche, rimangono all’interno della fascia ad aliquota piena pari a euro 103.055.

 

 

Questo significa che, comunque, per i lavoratori subordinati dilettanti tutti i contributi previdenziali verrebbero versati ad aliquota piena e che, per la maggior parte di essi, per l’esiguità del compenso, in regime contributivo, produrrà un assai poco rilevante vantaggio previdenziale.

 

La suddivisione dello sport in soli due mondi, quello dilettantistico e quello professionistico, appariva già da tempo anacronistica, pur nonostante è stata mantenuta. Anzi, per i motivi che meglio saranno descritti successivamente, si è di fatto equiparato il professionismo al dilettantismo

 

Che nel mondo dilettantistico ci fosse la necessità di distinguere le attività meramente volontarie e ludiche da quelle di matrice economica era richiesta oggettivamente esistente, ma sicuramente non immaginando che giungesse, di fatto, a costringerci ad applicare le medesime regole del mondo del calcio.

 

L’individuazione, poi, di alcune mansioni tipizzate (Atleta, Allenatore, Istruttore, Direttore tecnico, Direttore sportivo, Preparatore atletico, Direttore di gara), anche qui seguendo la scia già indicata dalla legge n. 91/81 porta a due ulteriori considerazioni.

 

Infatti, le “funzioni”, specialmente quelle a carattere dirigenziale connesse ad esempio alla carica di direttore sportivo, ben possono essere svolte da soggetto che non possiede tale qualifica (ad esempio dirigente accompagnatore, figura riconosciuta da molti regolamenti federali). In tal caso l’applicazione della nuova disciplina sul lavoro sportivo sarà legata alle funzioni svolte o alla qualifica riconosciuta al lavoratore? Questo è uno, e forse non il più importante, dei numerosi quesiti che indicheremo a cui si chiede che sia data risposta.

 

Ma l’aspetto che ci interessa rimarcare maggiormente è l’assoluta mancanza di valutazione della causa della prestazione d’opera sportiva a carattere oneroso. Si è dato per presupposto che, in questo caso, si debba trattare di un rapporto di carattere lavorativo a prestazioni corrispettive. Questo farà nascere l’errata convinzione che si possa lavorare nello sport come atleti e che questa sia “la professione” svolta. Temiamo che questa convinzione, purtroppo già presente, sia del tutto incompatibile con lo sport italiano in generale e a maggior ragione in questo particolarissimo momento che stiamo vivendo.

 

Così non è e la difficoltà che riteniamo maggiore sarà appunto quella di poter distinguere, nella fascia fino a euro 10.000 di corrispettivo cosa e come poter distinguere il lavoratore dall’amatore.  

 

Dalla tipizzazione sopra indicata ne deriva che altre figure tipiche dello sport (ad esempio dirigente accompagnatore, dirigente addetto agli arbitri, covid manager, medico sociale, massaggiatore) non rientrano nella disciplina specifica descritta nel decreto. Queste ultime figure, pertanto, potranno essere lavoratori subordinati, autonomi o “amatori” (art. 29). 

 

A ciò si aggiunga anche la previsione dell’abolizione del vincolo sportivo nel giro di un anno che, non disciplinata in maniera adeguata  da un lato si pone il fine di agevolare il trasferimento degli atleti tra società/associazioni sportive, dall’altro elimina un’ulteriore fonte di entrata per i sodalizi sportivi di provenienza dell’atleta e potrà essere una causa di perdita di liquidità complessiva del sistema sportivo dilettantistico, come accaduto per quello professionistico in cui le risorse non transitate da un club all’altro sono state canalizzate verso spese aggiuntive (prevalentemente ingaggi e fee a procuratori). Senza anche qui aver tenuto presente questo cosa possa significare per l’equilibrio di bilanci che potrebbero aver valorizzato il diritto sulle prestazioni degli atleti. Questo produrrà un incremento del ruolo degli agenti, oggetto tra parentesi dell’atto di Governo n. 226, che produrranno ulteriori costi a carico dei club.

 

Nessuna tutela o incentivo viene dato a chi voglia costituire o gestire una società o associazione sportiva dilettantistica. Avremo tanti lavoratori senza datori di lavoro?

 

Viene previsto che la contrattazione collettiva avvenga attraverso “ le organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale delle categorie dei lavoratori sportivi”. Di cosa siano non c’è cenno nelle definizioni dell’art. 2 che ricorda solo le associazioni giocatori. Detti contratti sarà sufficiente che li firmino le attuali ed esistenti associazioni di giocatori o tecnici, o sarà necessario dare ingresso ai sindacati confederali?

 

Così come previsto dal Codice del Terzo settore anche il nuovo decreto sullo sport prevede che per gli enti dilettantistici l’attività sportiva debba essere svolta “in via stabile e principale” e disciplina, poi, la possibilità di esercitare “attività diverse” purché queste siano previste espressamente in statuto e che “abbiano carattere secondario e strumentale rispetto alle attività istituzionali secondo criteri e limiti definiti con decreto…”: è tipico di molte attività sportive avere un mix di proventi, di natura diversa, che vengono conseguiti proprio per il fine di finanziare le attività sportive (si pensi alle attività di ristorazione, di pubblicità e sponsorizzazione, di merchandising, di gestione di attività estetiche o fisioterapiche). Cosa accadrà se queste, come spesso avviene, siano di importo maggiore di quelle conseguite con lo svolgimento delle attività sportive tipiche? Non potranno essere utilizzate?

 

Il finanziamento dell’attività sportiva è storicamente fondato su tre “pilastri”: a) le quote associative e i corrispettivi specifici (quote di frequenza) connessi alla offerta di servizi sportivi; b) gli introiti promopubblicitari; c) lo svolgimento di attività commerciali a supporto dell’attività sportiva (ad esempio la vendita biglietti di ingresso alle manifestazioni,  la gestione dei posti di ristoro e dell’impianto sportivo, il merchandising).

 

I corrispettivi di cui alle lettere b) e c) costituiscono per le nostre associate i proventi assolutamente prevalenti e dei quali appare impossibile farne a meno. Cosa possa accadere nel caso in cui così fosse non viene indicato ed è altra criticità che deve essere rimarcata con la massima energia.

 

Nel merito dell’atto di Governo in esame sul riordino degli enti e sul lavoro sportivo

 

Definizioni

 

Già la lettura delle definizioni, contenute all’articolo 2, lascia qualche margine di incertezza.

 

La parola sport (punto ll) viene così declinata: “qualsiasi forma di attività fisica fondata sul rispetto di regole ….”. Ma, allora, ci si dovrà porre il problema di come classificare le c.d. “attività motorie”, ossia quelle che vengono svolte all’aperto o che vengono fatte nelle palestre e che non hanno “regole” di svolgimento (ognuno alle macchine le gestisce secondo le proprie personali esigenze). Queste ultime vengono espressamente definite quale “… movimento esercitato dal sistema muscolo – scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello richiesto in condizioni di riposo”.

 

Stante la separazione definitoria tra le 2 attività, sembrerebbe ricavarsi che le attività fisiche, normalmente svolte negli impianti sportivi e non finalizzate alla pratica di una disciplina sportiva riconosciuta con “regole” siano da qualificarsi quali “motorie” e, come tali, ci si perdoni la banalità “non sportive”. Diventerebbe quindi necessario meglio comprendere quale sia la disciplina applicabile all’una fattispecie rispetto all’altra. Ecco che la suddivisione di disciplina tra settori in cui prevalga la pratica dell’attività motoria (in cui dovrebbero dominare i chinesiologi) e quella sportiva (ove vi sarebbero i tecnici “patentati” dalle Federazioni e dagli enti) suggerita in premessa avrebbe facilmente risolto questo aspetto

 

Impianto sportivo viene definito quello preposto: “… allo svolgimento di manifestazioni sportive, comprensiva di uno o più spazi di attività sportiva dello stesso tipo o di tipo diverso, la zona spettatori, nonché eventuali servizi accessori e di supporto”.  Ma se così fosse il tipico spazio dove viene svolta ginnastica a corpo libero, non idoneo a ospitare eventi, in quanto non omologabile ad esempio per dimensioni ridotte, in cui non vi è alcuno spazio per gli spettatori, come dovremmo intenderlo? Questo diventa fondamentale anche ai fini della applicazione della disciplina recata dall’atto di governo n. 227 recante il riordino delle norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio degli impianti sportivi.

 

Come lavoratori sportivi vengono inquadrati solo gli atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici, direttori sportivi, preparatori atletici e direttori di gara. Solo nei loro confronti troverà applicazione la nuova disciplina che verrà meglio di seguito sintetizzata.

 

Quindi per le figure diverse nei confronti delle quali fino a oggi si è applicata, per i compensi, la disciplina di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m (vedi ad esempio le collaborazioni amministrativo – gestionali) non si applicheranno le nuove regolare sul lavoro sportivo dilettantistico.

 

Questo comporterà, ad esempio, che l’attuale collaboratore inquadrato oggi come “amministrativo gestionale” che ricevesse compensi eccedenti la fascia esente dei 10.000 euro (che, come vedremo, lo porterà a rendere imponibili, sia fiscalmente sia previdenzialmente l’intero importo percepito) sarà soggetto alle aliquote previdenziali piene e non potrà godere degli scaglioni previsti per i soggetti definiti quali “lavoratori sportivi”.

 

Enti sportivi

 

Nel delineare il Registro (che non dovrebbe più essere gestito dal Coni quanto dal dipartimento sport presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri) viene indicato che lo stesso certifica l’effettiva natura dilettantistica dell’attività svolta. Questo aspetto riverbera sulla disciplina del Terzo settore, dove viene prevista tra le attività di interesse generale, lo svolgimento di attività sportive dilettantistiche. Appare chiaro che per poterla considerare tale detto ente del terzo settore dovrà essere iscritto anche al Registro delle sportive. Questo comporterà un obbligo di doppia iscrizione e di doppi adempimenti conseguenti che sicuramente non rientrava tra le finalità del Runts che aspirava ad essere, appunto, il registro “unico” del Terzo settore e di cui i sodalizi interessati avrebbero volentieri fatto a meno.

 

La disciplina del registro trova compiuta normazione nell’atto di governo 228 recante semplificazione di adempimenti relativi agli organismi sportivi. Vengono indicati come documenti da allegare alla domanda di iscrizione una serie di dati (tipo tesserati, contratti con i tecnici, impianti usati) che normalmente non possono essere posseduti all’atto della iscrizione al registro se, come si crede, questo dovrà diventare l’atto propedeutico allo svolgimento di qualsia forma di attività sportiva dilettantistica. Viene previsto l’obbligo, anche per le associazioni, di deposito del bilancio mentre non sembra sussistere l’obbligo di deposito dello statuto. Se così fosse rimarrà in capo all’ente affiliante l’onere di verificare la sussistenza dei requisiti statutari previsti dalle norme in esame al fine della affiliazione del sodalizio sportivo richiedente?

 

Si prevede l’obbligo di devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento del sodalizio sportivo. Nulla viene detto, invece, nel caso in cui la società o associazione sportiva chiedesse, senza sciogliersi, la cancellazione dal registro e non provvedesse alla riaffiliazione. In tal caso perderà il patrimonio?

 

Da salutare con assoluto favore l’introduzione di un meccanismo automatico di riconoscimento della personalità giuridica. Andrà chiarito, come già indicato anche nella disciplina sul terzo settore, come questo riconoscimento si possa rapportare con quello previsto dall’art. 14 del codice civile.

 

Vengono ritenute sportive dilettantistiche le associazioni, dotate o no di personalità giuridica, le società “di cui al Libro V Titolo V, cod. civ.”. Lascia perplessi l’abrogazione della possibilità di costituire società sportive dilettantistiche in forma di cooperativa (disciplinate dal Libro VI, una dimenticanza?) e l’introduzione, invece, della possibilità di costituirsi in forma di società di persone, fattispecie le cui caratteristiche, almeno apparentemente, non paiono essere di estremo interesse per il mondo dello sport.

 

Non vi è dubbio che la mancata ricomprensione delle cooperative, ove come si auspica non venisse sanata nel percorso di entrata in vigore del decreto, costringerà le sportive esistenti in tale forma a trasformarsi in società di capitali o di persone. Ma questo dovrà avvenire prima della entrata in vigore del nuovo decreto, e in assenza di certezze sulla sua approvazione. Altrimenti si correrebbe il rischio, a decreto approvato, di non poter più godere delle agevolazioni fiscali previste per lo sport dilettantistico. Un grosso pasticcio che ci si augura possa essere risolto prima della approvazione del provvedimento.

 

Viene chiarito, positivamente, che l’incompatibilità nelle cariche direttive dei sodalizi dilettantistici sussiste “per qualsiasi carica” e non come ora ove l’indicazione “nella medesima carica” porta al possibile equivoco di far ritenere compatibile la carica di Presidente di un club con quella di consigliere di altro club aderente alla medesima Federazione.

 

Tra le disposizioni tributarie si confermano quelle già indicate dall’articolo 90, L. 289/2002 (che viene in gran parte abrogata): la non applicazione della ritenuta del 4% prevista dall’articolo 28, D.P.R. 600/1973 sui contributi erogati dal Coni e dalle Federazioni, l’imposta di registro in misura fissa sugli atti costitutivi e di trasformazione delle sportive e la presunzione di spesa pubblicitaria delle sponsorizzazione fino a 200.000 euro. Si continua qui a definire “fondazioni costituite da istituzioni scolastiche o da associazioni sportive scolastiche” e non si applica il termine “gruppo sportivo scolastico” usato invece dalla legge delega. Si suggerisce di uniformarlo.

 

In merito alla gestione degli impianti, l’articolo 12, comma 2 prevede: “… la gestione è affidata in via preferenziale a società e associazioni sportive dilettantistiche”. Il successivo comma 3 “Gli affidamenti di cui al comma 2 sono disposti nel rispetto delle disposizioni del codice dei contratti pubblici di cui al D. Lgs. 50/2016 e della normativa euro – unitaria vigente”. Come potrà il comma 3, garante della par condicio, essere compatibile con il comma 2 che prevede un affidamento in via preferenziale? Il tema dell’impiantistica sportiva in questo periodo di pandemia è caldissimo e scarsa chiarezza normativa sul punto (in quanto, ad esempio, la legge delega arrivava anche a prevedere la possibilità di un affidamento diretto) potrebbe avere effetti nefasti.

 

Tralasciamo la parte sulle sportive professionistiche in quanto riproduce, sostanzialmente, i contenuti già attualmente in vigore previsti dalla L. 91/1981. Ci sia consentito solo un accenno al comma sette dell’art. 13 laddove si parla di “tifosi” senza chiarire quando un soggetto possa considerarsi tale.

 

Atleti

 

L’articolo 15 prevede che l’atleta con il tesseramento “instaura un rapporto associativo con la propria associazione o società sportiva”. L’affermazione appare foriera di problematiche interpretative in quanto è palese che il tesseramento a una Federazione o a un Ente di promozione sportiva, per come delineato oggi e per come comunque descritto al comma 2 del citato articolo costituisce solo una “licenza” di svolgimento dell’attività sportiva senza alcun riferimento alla sussistenza di vincoli negoziali tra la persona fisica e il sodalizio che ha richiesto il tesseramento. Sotto questo profilo, specialmente con le società di capitali, si crea un contrasto con le norme costitutive della fattispecie delle società di capitali irrisolvibile.

 

L’art. 16 prevede una disciplina articolata per il tesseramento degli atleti minorenni senza, però, chiarire cosa accada nel caso in cui non siano rispettate le prescrizioni ivi indicate

 

Disposizioni in materia di lavoro sportivo

 

Sono considerati lavoratori sportivi: “l’atleta, l’allenatore, l’istruttore, il direttore tecnico, il direttore sportivo, il preparatore atletico, e il direttore di gara che senza alcuna distinzione di genere e indipendentemente dal settore professionistico o dilettantistico, esercita l’attività sportiva verso un corrispettivo al di fuori delle prestazioni amatoriali di cui all’articolo 29”. Va evidenziato che, contrariamente a quanto oggi previsto dalla L. 91/1981, non viene più indicato come presupposto la continuità della prestazione per identificarla come “lavoro” ma solo la sua onerosità.

 

Non esiste, invece, una norma di collegamento rispetto a lavoratori già inquadrati come lavoratori subordinati o autonomi nelle mansioni indicate alla data di entrata in vigore del decreto.

 

Saranno attratti nella nuova disciplina (e, quindi, ad esempio potranno godere della decontribuzione totale o parziale inserita per il 2021 e il 2022 nella bozza di Legge di Bilancio 2021) o manterranno le regole oggi applicate? La riforma non tiene in minima considerazione i soggetti che già operano nel mondo dello sport in modo professionale. I non pochi tecnici che hanno già partita Iva potranno beneficiare delle agevolazioni previste dalla riforma (fiscalizzazione degli oneri previdenziali per i primi 2 anni e aliquote contributive ridotte) oppure assisteremo alla coesistenza di un doppio regime applicabile a soggetti che svolgono la medesima attività e hanno il medesimo inquadramento?

 

Si sottolinea come non si sia assolutamente tenuto conto dell’indicazioni presenti nella legge delega di privilegiare la specificità del mondo sportivo; si sono semplicemente innestate norme generali, civilistiche e lavoristiche, sul tessuto sportivo, senza assolutamente tenere conto delle indicazioni che non solo la giurisprudenza ma anche la prassi amministrativa (in materia vedi circolare n. 1/2016 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro) e la legislazione emergenziale con la qualificazione di lavoratori dei soggetti percettori di compensi sportivi avevano ormai dato per acquisite. Si era già formato un giudicato, anche da parte della stessa Suprema Corte di Cassazione, sulla “atipicità” del lavoro sportivo dilettantistico di cui non si è tenuto assolutamente conto.

 

Si è persa l’occasione per “tipizzare” il lavoro sportivo, in quanto è previsto che l’inquadramento del lavoratore debba rientrare nelle attuali ordinarie tipologie giuslavoristiche. Il lavoratore sportivo potrà assumere la qualifica di lavoratore dipendente, co.co.co. o lavoratore autonomo anche occasionale. Questo approccio rischia di essere foriero di contestazioni da parte degli organi ispettivi, nonché di rivendicazioni da parte dei lavoratori. Ad esempio gli atleti “professionisti” in caso di retrocessione al campionato dilettantistico potranno ricevere un inquadramento diverso da quello di lavoratori subordinati fino ad allora goduto?

 

Mentre oggi non vi è dubbio che, ad esempio in caso di retrocessione da un campionato professionistico a uno dilettantistico, muti proprio la natura giuridica del rapporto e, pertanto, il vecchio contratto professionistico si annulli, siamo così certi che avverrà anche domani, una volta che, appunto, si è delineata una unica figura di lavoro sportivo subordinato, sia per il settore professionistico sia dilettantistico? Il rischio è che in caso di retrocessione, a mio avviso, almeno sotto l’aspetto civilistico, rimangano in vita i “vecchi” contratti e i costi collegati. Idem, in caso di promozione. Potrebbe forse mutare solo il contratto collettivo di riferimento. Credo che questo sia un altro problema che andrebbe affrontato: l’atleta che nella precedente stagione era titolare di un contratto di lavoro subordinato, potrà cambiare inquadramento l’anno successivo? Temo di no facendo anche riferimento al noto principio della indisponibilità del rapporto di dipendenza statuito dalla Corte Costituzionale e ricordo che per tali rapporti non sono previste aliquote ridotte o di vantaggio. Questo perché il Legislatore ha individuato una unica fattispecie di lavoro sportivo subordinato, coniugato poi per il professionismo con una presunzione di subordinazione. La norma, poi, espressamente ricorda che: “ai rapporti di lavoro sportivo si applicano, in quanto compatibili, le norme di legge sui rapporti di lavoro nell’impresa, incluse quelle di carattere previdenziale e tributario”.

 

In questa direzione si muove anche la norma che individua, per i giovani, la possibilità di sottoscrivere contratti di apprendistato. Diventa onestamente difficile poter pensare che un giovane, dopo aver fatto l’apprendista, stipulando un nuovo contratto per le medesime attività e mansioni, possa non essere considerato come un lavoratore subordinato.

 

Per i pubblici dipendenti viene esclusa la possibilità di stipulare prestazioni di lavoro sportivo e viene riconosciuta loro solo la “strada” della prestazione amatoriale che sarà poi analizzata. Ma, prevedendosi che questa sarà tale solo fino alla soglia di corrispettivo di 10.000 euro, sembrerebbe che alle prestazioni sportive del pubblico dipendente potranno essere riconosciuti “rimborsi” solo fino a tale tetto. Questo, oggettivamente, potrà essere un problema per i numerosi atleti e tecnici appartenenti ai corpi sportivi militari e di Stato ai quali oggi come rimborso vengono riconosciute cifre di maggior rilievo.

 

Le eccezioni alla disciplina del rapporto di lavoro subordinato (ossia la non applicazione di una serie di norme essenzialmente presenti nello Statuto dei diritti dei lavoratori) già oggi presenti nella L. 91/1981 per i professionisti sono state estese anche ai lavoratori sportivi subordinati dilettanti.

 

Per il lavoro sportivo professionistico, ribadendo quanto già previsto dalla L. 91/1981, viene prevista, solo per gli atleti, la presunzione di rapporto di lavoro subordinato, salvo i 3 casi, già oggi esistenti, in cui per la bassa intensità del rapporto medesimo, questi sono individuati come collaborazioni coordinate e continuative. Con una novità i cui effetti dovranno essere approfonditi. Viene indicato che l’attività, oltre a essere continuativa, deve essere svolta come “attività principale”. Pertanto, un calciatore di serie C che svolga anche un’altra attività “potrebbe” non essere subordinato? Qualche approfondimento probabilmente appare opportuno.

 

Contrariamente alla giurisprudenza, anche della Suprema Corte, di segno contrario, viene considerato “lavoratore” anche il direttore di gara. Probabilmente in questo caso l’inquadramento dovrà essere quello della collaborazione coordinata e continuativa. Il costo a carico delle Federazioni, discipline associate e Enti di promozione sportiva non sarà trascurabile. Ma siamo proprio sicuri che la causa della prestazione arbitrale sia una causa di lavoro? L’eventuale inidoneità alla prestazione come potrà essere valutata? Sarà il giudice a dover valutare se la mancata designazione di un ufficiale di gara per un incontro costituisca trattamento discriminatorio del lavoratore?

 

L’articolo 29 disciplina le prestazioni “amatoriali”. In questo caso si applica a qualsiasi tipologia di attività in favore di un sodalizio dilettantistico. Diventano quelle per le quali l’inquadramento appare essere solo di carattere fiscale (ossia il combinato disposto di cui agli articoli 67 e 69, Tuir) in quanto: “sono incompatibili con qualsiasi forma di rapporto di lavoro, subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro con l’ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività amatoriale”.

 

Da ciò ne deriva che gli importi che potranno essere riconosciuti non potranno derivare da un accordo di carattere negoziale ma dovranno essere unilateralmente determinati nella forma del rimborso spese forfettario o della indennità di trasferta o per “premi e compensi occasionali in relazione a risultati ottenuti nelle competizioni sportive”.

 

La novità, gravida di problemi, è che nel caso in cui l’amatore percepisca indennità “oltre la soglia di esenzione dei 10.000 euro” la sua prestazione si considererà di natura professionale per l’intero importo. Da qui nascerà la necessità ex post di riqualificare la prestazione e sanare i “ritardi” nei pagamenti delle ritenute previdenziali e fiscali. Chi pagherà le sanzioni per i ritardi e, più che altro, come si calcoleranno le ritenute (gli importi versati all’atleta saranno da considerarsi a questo punto lordi o netti? Se lordi l’atleta dovrà restituire le ritenute che nel frattempo ha incassato? Ove non lo faccia?).

 

Gli amatori dovranno essere assicurati contro i rischi di infortuni, malattie connesse allo svolgimento dell’attività amatoriale e per la responsabilità civile verso i terzi. Coperture più ampie (e quindi più onerose) rispetto a quelle oggi obbligatorie per i tesserati previste dall’articolo 51, L. 289/2002.

 

Dato per acclarata la prevalenza dei collaboratori sportivi dilettanti che percepiscono meno di 10.000 euro l’anno rispetto al complesso dei collaboratori sportivi, come sarà possibile distinguere un “amatore” a cui si riconosce un rimborso forfettario di 20 euro per ogni ora di lezione da un lavoratore a cui si riconosce lo stesso compenso? Il rischio è che il compito sia assunto dalla magistratura, così come è accaduto fino a oggi procedendo caso per caso e senza un criterio oggettivo che ne orienti le scelte.

 

In altri termini, permane una “zona grigia” rappresentata dalle attività sportive svolte a livello “amatoriale”, che potranno continuare a essere indennizzate attraverso rimborsi spese esenti, ove è facilmente prevedibile che in molti troveranno confortevole rifugio.

 

Novità previste per i controlli sanitari dei lavoratori sportivi. Se per gli amatori “dovrebbe” rimanere in vigore la vigente disciplina per la tutela sanitaria delle attività sportive, sia dilettantistiche sia professionistiche, l’articolo 32 dello schema di decreto “rivoluziona” i controlli sanitari dei lavoratori sportivi.

 

Intanto ne saranno coinvolti tutti i lavoratori (quindi non solo atleti ma anche tecnici, direttori sportivi e preparatori atletici). Per costoro dovrà essere prevista l’istituzione di una scheda sanitaria per tutti coloro che svolgono le prestazioni di carattere “non occasionale” (e mi piacerà capire chi sarà a stabilirlo) “nonché l’individuazione dei tempi per l’effettuazione delle rivalutazioni cliniche e diagnostiche in relazione alla tipologia dell’attività sportiva svolta e alla natura dei singoli esami da svolgere”.

 

Detta scheda sanitaria dovrà essere istituita, aggiornata e custodita a cura della Associazione o Società sportiva di appartenenza per i lavoratori dipendenti e dagli stessi sportivi per gli autonomi i quali debbono depositarne duplicato presso la Federazione o la disciplina associata (in questo caso non si capisce perché non siano indicati anche gli Enti di promozione sportiva). L’istituzione e l’aggiornamento della scheda “costituiscono condizione per l’autorizzazione da parte delle singole federazioni e discipline sportive associate allo svolgimento dell’attività dei lavoratori sportivi”. Siamo certi che le Federazioni sapranno gestire questa condizione preliminare?

 

Gli oneri per l’aggiornamento della scheda per i lavoratori subordinati grava sui club mentre per gli autonomi sul singolo sportivo. Anche in questo caso nulla viene detto su cosa accada nel caso le parti omettano di provvedere a detti aggiornamenti. Sarà la Federazione a sospenderne l’attività? E come facciamo con la tutela dei dati? Temo possa essere un grosso pasticcio.

 

Va anche ricordato che ai lavoratori sportivi (sia autonomi sia subordinati) si applicano le vigenti leggi in materia di sicurezza sul lavoro e che: “l’idoneità psico – fisica del lavoratore sportivo è certificata da un medico specialista in medicina dello sport sulla scorta di indagini strumentali”. 

 

Ma la novità è che è al suo esordio nel mondo dello sport anche il medico competente, il medico specializzato in medicina del lavoro. Se ne era già parlato nei protocolli anti Covid. Ora viene espressamente indicato che: “la sorveglianza sanitaria del lavoratore sportivo è compito del medico competente di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), D.Lgs. 81/2008”. Il riferimento solo al lavoratore porta a ritenere che la disposizione si applichi sia agli autonomi che ai subordinati

 

Altra new entry il “responsabile della protezione dei minori” all’interno di ogni Società e Associazione sportiva che avrà lo scopo: “della lotta a ogni tipo di abuso e di violenza su di essi e della protezione della integrità fisica e morale dei giovani sportivi”. Anche qui nulla viene detto sotto l’aspetto sanzionatorio.

 

In particolare sull’inquadramento dell’atleta degli sports di squadra

 

Fino a oggi la l. 91/81 sul professionismo sportivo in quanto norma che faceva eccezione a regole generali non era suscettibile di interpretazioni analogiche o estensive in virtù del richiamo di cui all’art. 14 delle preleggi al codice civile. Separando così nettamente la disciplina professionistica da quella dilettantistica. Nel momento in cui viene prevista oggi una unica tipologia di lavoro sportivo che può esplicarsi sia in forma professionistica che dilettantistica, nel momento in cui per la prima si prevede una presunzione di subordinazione, per il principio della indisponibilità del tipo contrattuale, in materia di rapporti di lavoro, assunta dalla Corte Costituzionale ne consegue che presumendo subordinata la prestazione dell’atleta professionista svolta come attività principale ovvero prevalente e continuativa diventa difficile giungere a diversa conclusione esaminando quella dell’atleta dilettante che si trova nelle medesime condizioni di svolgimento della prestazione.

 

Si ritiene che ben difficilmente gli indici indicati al terzo comma dell’art. 25 potrebbero far giungere a conclusioni diverse.

 

Viene previsto che la prima fascia di compenso fino a diecimila euro sia esente ai fini fiscali ma non previdenziali. Nulla viene esplicitato sul come si possano calcolare contributi previdenziali su un importo che non configuri reddito ai fini fiscali.

 

Diverse appaiono essere anche le gestioni previdenziali: quella del fondo pensioni lavoratori sportivi (ex enpals) per i professionisti (sia lavoratori autonomi che subordinati) e per i dilettanti con contratto di lavoro subordinato.

 

I lavoratori dilettanti autonomi, invece, si iscriveranno alla gestione separata Inps con tre aliquote contributive diverse a seconda che siano già titolari  di altra posizione previdenziale, che si tratti di prestazione occasionale o di cococo, che si tratti di prestazione di lavoro autonomo.

 

Questo significherà maggiori e diversi adempimenti a carico dei sodalizi sportivi che si troveranno ad avere lavoratori iscritti a gestioni previdenziali differenti.

 

In pratica, per il 2023 (quando verrebbe meno il contributo statale introdotto dalla legge di bilancio 2021) il lavoratore sportivo dilettante subordinato pagherà contributi previdenziali al 33% (salvo ulteriori aumenti), il cococo al 30% e il lavoratore autonomo al 22%. Avremo tutti i giocatori con partita iva?

 

La riforma, pertanto, dovendo applicarsi l’aliquota del 33% ai fini previdenziali e del 5,17 ai fini assistenziali produrrà un maggior carico per i club di circa il 40% del monte stipendi, rispetto ad oggi dove non venivano pagati contributi

 

In particolare sulla figura dell’amatore

 

Possono essere classificate come tali sia le figure tipizzate di lavoratore sportive che le “altre”.

 

 Potranno percepire premi e compensi occasionali e rimborsi spese forfettari e indennità di trasferta. In quest’ultimo caso si ritiene compatibile prevedere un emolumento per ogni prestazione resa (tipo pagamento ad ore effettivamente praticate o allenamenti o gare a cui si partecipa). Fino a quando l’importo da loro percepito resta sotto la soglia esente dei 10.000 euro si “dovrebbe” poter applicare l’art. 67 primo comma lett. m) purché, appunto, l’attività non abbia i connotati del lavoro autonomo o subordinato. Non è richiesta comunicazione al centro per l’impiego

 

Nel caso in cui si superasse tale limite le prestazioni sono da considerare “di natura professionale” per l’intero importo.

 

Tale fattispecie presenta comunque, a nostro avviso, delle criticità che si evidenziano nel caso in cui il percettore superasse nel periodo di imposta i diecimila euro:

 

•           quale tipo di inquadramento sarà possibile fare a posteriori (si ricorda l’obbligo di comunicazione preventiva per rapporti di lavoro subordinato o autonomo) nel caso in cui al termine del periodo di imposta il soggetto “amatore” avesse superato il tetto esente dei diecimila euro ?

•          si applica ai fini fiscali per la parte eccedente l’art. 25 l. 133 che non viene abrogato?

•          a chi spetta il versamento delle ritenute previdenziali e fiscali non versate?

•          a chi spetta l’onere in presenza di attivita’ svolta in favore di più soggetti sportivi ?

•           come distinguere per importi complessivi sotto i 10000 euro il lavoratore sportivo dall’amatore?

 

La definizione dei punti indicati appare essenziale sin dalla entrata in vigore della nuova disciplina

 

In particolare sulla figura degli amministrativo – gestionali

 

La nuova disciplina sinteticamente prevede  che siano a tutti gli effetti cococo (ma non per presunzione legislativa, pertanto attenzione ai rischi di lavoro subordinato). Fino ai 10.000 euro nessuna ritenuta fiscale e previdenziale, in caso di supero di detto limite, tutto l’emolumento è soggetto alla contribuzione previdenziale e fiscale prevista per detta fattispecie. Si ritiene che permanga l’obbligo di comunicazione al centro per l’impiego. Non si applica ai soggetti che prestano lavoro sportivo tipizzati.

 

Anche qui rimane il problema del cosa accade nel momento in cui ci si rendesse conto di aver superato la fascia esente (vedi il punto sugli amatori) e come distinguere un rapporto di lavoro subordinato da una collaborazione coordinata e continuativa a carattere amministrativo – gestionale

 

Provando a riassumere la disciplina sulle prestazioni sportive dilettantistiche

 

Lavoratori sportivi dilettanti: (atleta, allenatori, istruttori, direttore tecnico, direttore sportivo, preparatore atletico, direttore di gara): si applica l’articolo 36, comma 7 della bozza di decreto sul lavoro sportivo. Pertanto, indipendentemente dal tipo di inquadramento (lavoro subordinato, autonomo, occasionale, co.co.co) trova vigore esclusivamente ai fini fiscali “la soglia di esenzione di cui all’articolo 69 comma 2” del Tuir. Appare pertanto pacifico che per questi lavoratori sui primi 10.000 euro di compenso non ci sia carico fiscale (“non concorrono a formare il reddito”) ma si dovranno regolarmente pagare i contributi previdenziali. Sul come poi si possano calcolare sulla parte che non concorre a formare il reddito ci si augura che saranno fornite sollecite indicazioni.

 

Collaboratori amministrativo – gestionali: si applica l’articolo 37 che prevede che quando i compensi superano il citato limite dei 10.000 euro le “prestazioni sono considerate di natura professionale per l’intero importo”. Quindi, se capisco bene, saranno imponibili sia fiscalmente che previdenzialmente anche i primi 10.000 euro.

 

Amatori: si applica l’articolo 29. Anche per costoro nel caso di supero dei 10.000 euro di compensi le prestazioni: “sono considerate di natura professionale … per l’intero importo”. Pertanto, saranno imponibili sia fiscalmente sia previdenzialmente anche i primi 10.000 euro.

 

Pertanto:

15.000 euro di compenso ad atleti, istruttori o direttori sportivi:  imponibile fiscale per 5.000 euro (supero di 10.000) e previdenziale per 15.000

15.000 euro di compenso ad amministrativo – gestionali: soggetto a obblighi sia ai fini fiscali sia previdenziali per l’intero importo

15.000 euro di rimborsi spese forfettari ad amatori: soggetto a obblighi sia ai fini fiscali sia previdenziali per l’intero importo

10.000 euro di compenso ad atleti, istruttori o direttori sportivi: nessun obbligo fiscale ma soggetto a obblighi previdenziali sull’intero importo

10.000 euro di compenso ad amministrativo – gestionali: nessun obbligo di ritenute di natura fiscale o previdenziale

10.000 euro di rimborsi spese forfettari ad amatori: nessun obbligo di ritenute di natura fiscale o previdenziale

 

Infine, vengono riconosciute le professioni di chinesiologo di base, di quello sportivo e del manager dello sport per rispondere alla delega che imponeva il riconoscimento delle attività dei laureati in scienze motorie.

 

Purtroppo non essendo previste “esclusive” per le attività indicate si ritieni che pochi passi avanti abbiano fatto detti giovani laureati per un effettivo riconoscimento della loro professione.

 

Anche la previsione della loro presenza all’interno dei centri che organizzano corsi sportivi a pagamento è fortemente limitata alla equiparazione che lo stesso decreto, in analogia con quanto previsto dalla legislazione regionale in materia, compie con il tecnico diplomato da una Federazione o da un Ente di promozione sportiva.

 

E, comunque, da tale obbligo del laureato in scienze motorie sarebbero comunque esentate le attività sportive agonistiche e “le attività motorie a carattere ludico ricreativo non riferibili a discipline sportive riconosciute dal coni e dal cip tra cui il ballo e la danza nonché le attività relative a discipline riferibili a espressioni filosofiche dell’individuo che comportino attività motorie” (articolo 40, comma 4, lettera b) della nuova bozza di decreto sul lavoro sportivo).

 

In conclusione una piccola chiosa. L’art. 39 comma tre lett. a) fa riferimento a domande di contributi per l’anno 2020. Forse per una disposizione che entrerà in vigore nel 2021 c’è qualcosa che non quadra.

 

 

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Le prestazioni sportive alla luce della Legge di bilancio e dei decreti di riforma dello sport

13/01/2021 di Guido Martinelli

Approvata in via definitiva la Legge di bilancio, sono attualmente in corso davanti la settima commissione del Senato le audizioni sugli schemi di decreto legislativo approvati in prima lettura dal Consiglio dei Ministri, oggetto della delega di cui alla L. 86/2019 in materia di riforma dello sport.

 

La disciplina più impattante sulla vita dei sodalizi sportivi è data dalla nuova configurazione del rapporto di lavoro sportivo dilettantistico.

 

Tale riforma è stata, in un certo modo, anticipata dal legislatore, che ha inserito nella Legge di bilancio 2021 (articolo 1, comma 34, Legge 178/2020) una norma del seguente tenore: Al fine di garantire la sostenibilità della riforma del lavoro sportivo, è istituito … un apposito fondo, con dotazione di 50 milioni di euro per l’anno 2021 e di 50 milioni di euro per l’anno 2022, per finanziare nei predetti limiti l’esonero, anche parziale, dal versamento dei contribuiti previdenziali a carico delle federazioni sportive nazionali, discipline sportive associate, enti di promozione sportiva, associazioni e società sportive dilettantistiche, con esclusione dei premi e dei contributi dovuti all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), relativamente ai rapporti di lavoro sportivo instaurati con atleti, allenatori, istruttori, direttori tecnici, direttori sportivi, preparatori atletici e direttori di gara”.

 

Va ricordato che lo schema di decreto approvato in prima lettura prevede che la novella sul lavoro sportivo entrerà in vigore il 1° settembre 2021 (sull’ovvio presupposto della approvazione definitiva della stessa).

 

Ciò premesso si pone immediatamente un tema. Già oggi abbiamo molti “istruttori” ai quali non viene riconosciuto un compenso sportivo ma sono regolarmente inquadrati come lavoratori autonomi o subordinati. Ebbene, costoro (o, meglio, per la quota di contributo a carico dei loro datori di lavoro) potranno accedere al fondo già creato e quindi godere del contributo?

 

E questo anche nel caso in cui la riforma del lavoro sportivo interrompesse il suo percorso?

 

E gli istruttori che già oggi lavorano come autonomi con partita Iva, a partire da settembre potranno godere della riparametrazione delle aliquote contributive previste dalla Legge di bilancio?

 

L’istruttore che opera come autonomo sia per una sportiva che per una impresa commerciale che gestisce una palestra come si dovrà comportareApplicherà aliquote differenti per la medesima prestazione?

 

Un chiarimento si impone.

 

Questo per non citare la disposizione successiva, che prevede la sospensione (per le società sportive professionistiche e dilettantistiche che hanno il domicilio fiscale, la sede legale o la sede operativa nel territorio dello Stato e operano nell’ambito di competizioni sportive in corso di svolgimento ai sensi del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 24 ottobre 2020”) dai versamenti delle ritenute e degli adempimenti e dei versamenti dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria, in scadenza dal 1° gennaio 2021 al 28 febbraio 2021.

 

I versamenti sospesi ai sensi del comma 36 sono effettuati, senza applicazione di sanzioni e interessi, in un’unica soluzione entro il 30 maggio 2021 o mediante rateizzazione fino a un massimo di ventiquattro rate mensili di pari importo, con il versamento della prima rata entro il 30 maggio 2021.

 

A prescindere del riferimento ad un D.P.C.M. i cui effetti sono scaduti da tempo, cosa si dovrà intendere per competizioni sportive in corso di svolgimento?

 

Se è chiaro il riferimento alle discipline di squadra dilettantistiche e professionistiche che stanno attualmente disputando i loro campionati a porte chiuse, la società sportiva che avesse già qualificato un atleta per le attività individuali che è in attesa della disputa delle fasi finali del proprio campionato di categoria, rientra tra i soggetti che potranno beneficiare della proroga dei versamenti? Anche qui, facendo riferimento a scadenze imminenti, un sollecito chiarimento appare auspicabile.

 

Per tornare alla riforma dello sport potremmo sintetizzare che, per gli sport di squadra, almeno per le categorie nazionali siamo arrivati al “professionismo” generalizzato.

 

Infatti, fino a oggi, la L. 91/1981 sul professionismo sportivo, in quanto norma che faceva eccezione a regole generali, non era suscettibile di interpretazioni analogiche o estensive in virtù del richiamo di cui all’articolo 14 delle preleggi al codice civile.

 

Veniva così nettamente separata la disciplina professionistica da quella dilettantistica.

 

Nel momento in cui viene prevista nello schema di decreto una unica tipologia di lavoro sportivo che può esplicarsi sia in forma professionistica che dilettantistica e si prevede una presunzione di subordinazioneper il principio della indisponibilità del tipo contrattuale, in materia di rapporti di lavoro, assunta dalla Corte Costituzionale, ne consegue che, ritenuta subordinata la prestazione dell’atleta professionista svolta come attività principale ovvero prevalente e continuativa, diventa difficile giungere a diversa conclusione esaminando quella dell’atleta dilettante che si trova nelle medesime condizioni di svolgimento della prestazione.

 

In più con aliquote previdenziali piene (le agevolazioni sulle aliquote nella riforma sono infatti previste solo per il lavoro autonomo).

 

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La riforma dello sport e il codice del terzo settore

11/12/2020 di Guido Martinelli

Appare interessante analizzare lo schema di decreto legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri in attuazione dell’articolo 5 L. 86/2019recante il riordino e riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici, nonché di lavoro sportivo, raffrontandolo con la disciplina vigente del codice del terzo settore (D.Lgs. 117/2017).

 

Il primo punto da sottolineare è l’articolo 5, comma 2, laddove viene previsto che gli enti sportivi dilettantistici “ricorrendone i presupposti possono assumere la qualifica di enti del terzo settore … e di imprese sociali, in tal caso le norme del presente decreto trovano applicazione solo in quanto compatibili”.

 

Si conferma, pertanto, la possibilità del doppio binario. Un sodalizio, quindi,

 

  • potrà rivestire solo lo status di società o associazione sportiva dilettantistica, in tal senso applicherà le norme dei decreti in corso di emanazione e applicherà la disciplina fiscale prevista per le sportive (sul punto si veda anche la circolare AdE 18/E/2018),
  • oppure potrà ricoprire “anche” la natura di ente del terzo settore (nelle sue varie diramazioni: organizzazione di volontariato, associazione di promozione sociale, impresa sociale, altri enti del terzo settore) e, in tal caso, applicare esclusivamente la disciplina specifica prevista per tale fattispecie, oltre a quella sportiva, per quanto compatibile.

 

Importante richiamo lo ritroviamo anche all’articolo 7, ove per la definizione di divieto di scopo di lucro indiretto si fa riferimento all’analogo contenuto del D.Lgs. 112/2017 per l’impresa sociale.

 

Così come previsto dal codice del terzo settore (vedi gli articoli 5 e 6, disciplinanti le attività di interesse generale e diverse) anche il nuovo decreto sullo sport prevede che, per gli enti dilettantistici, l’attività sportiva debba essere svolta “in via stabile e principale” e disciplina, poi, all’articolo 8 (che rubrica “Attività secondarie e strumentali”la possibilità di esercitare “attività diverse”, purché queste siano previste espressamente in statuto e che “abbiano carattere secondario e strumentale rispetto alle attività istituzionali secondo criteri e limiti definiti con decreto…”.

 

Con l’auspicio che, una volta entrata in vigore la riformanon si ripeta, per l’approvazione di questo decreto, quanto sta accadendo nel terzo settore (nell’ambito del quale, ad oltre tre anni dalla entrata in vigore del codice, si sta ancora attendendo il decreto sulle attività diverse), non possiamo non temere gli effetti di questa norma: è tipico di molte attività sportive avere un mix di proventi, di natura diversa, che vengono conseguiti proprio per il fine di finanziare le attività sportive (si pensi alle attività di ristorazione, di pubblicità e sponsorizzazione, di merchandising, di gestione di attività estetiche o fisioterapiche).

 

Cosa accadrà se queste, come spesso avviene, siano di importo maggiore di quelle conseguite con lo svolgimento delle attività sportive tipiche? Non potranno essere utilizzate? Una risposta urgente sul punto appare necessaria.

 

Un altro punto di contatto è tra la disciplina delle Ssd e quella della impresa sociale. Infatti, l’articolo 7, comma 3, per le società sportive, di persone o di capitali, è identico, nel contenuto, all’articolo 3, comma 3, D.Lgs. 112/2017 per le imprese sociali.

 

Viene prevista, in entrambe le fattispecie, la possibilità di destinare “una quota inferiore al cinquanta per cento degli utili e degli avanzi di gestione annuali” ad aumento gratuito di capitale, oppure la distribuzione di dividendi ai soci in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato.

 

Rimane, però, irrisolta (e forse aggravata) la questione, per le sportive che assumeranno la veste anche di enti del terzo settore, del come inquadrare, nella disciplina del codice del terzo settore, il rapporto con gli odierni percettori dei c.d. compensi sportivi, ovvero della previsione contenuta nell’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.

 

Infatti la riforma sullo sport li suddivide tra lavoratori e “amatori”. La categoria dei lavoratori appare sicuramente speculare a quella già indicata nel codice del terzo settore: pertanto per costoro non paiono presentarsi dubbi interpretativi. Chi è “lavoratore” per l’emanando decreto sullo sport, lo sarà anche per la disciplina del terzo settore.

 

I problemi nascono con la categoria degli “amatori”. Infatti il codice del terzo settore contrappone ai lavoratori i volontari, ritenendo tali coloro i quali svolgono la loro attività in maniera gratuita escludendo: “in ogni caso (…) rimborsi spese di tipo forfettario”.

 

Gli amatori dello sport, invece, possono ricevere “indennità di trasferta e rimborsi spese anche forfettari” entro il vigente limite dei 10.000 euro l’anno.

 

Pertanto gli amatori dei club sportivi che accederanno al terzo settore dovranno rimanere senza rimborso spese forfettario? Allo stato attuale la risposta non può che essere affermativa.

 

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Il Registro Unico Nazionale del Terzo settore: alcune considerazioni di carattere fiscale

12/10/2020 di Guido Martinelli

In attesa della ormai imminente uscita in Gazzetta Ufficiale, sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è stato nel frattempo pubblicato il Decreto ministeriale n. 106 del 15.09.2020 che disciplina le procedure per l’iscrizione e per la cancellazione degli enti dal registro unico nazionale del terzo settore (di seguito Runts) nonché i documenti da presentare ai fini della iscrizione, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 53, comma 1, D.Lgs. 117/2017 (di seguito codice del terzo settore o cts).

 

Il comma 2 assegna alle Regioni e alle Provincie autonome 180 giorni (termine ordinatorio, evidenziamo) per la predisposizione della struttura informatica che renderà operativo il Registro.

 

L’articolo 30 del decreto in esame prevede che sarà il Ministero, con provvedimento dirigenziale, verificato lo stadio di realizzazione del sistema telematico, a determinare il termine a decorrere dal quale ha inizio il processo di trasferimento al Runts dei dati relativi agli enti già iscritti ai registri regionali delle organizzazioni di volontariato (odv) e delle associazioni di promozione sociale (aps).

 

Da tale data i soggetti neocostituiti o quelli già in essere che intendono assumere la veste di odv o aps potranno presentare la domanda di iscrizione, venendo meno, da quel momento, la possibilità di iscriversi airegistri previsti dalle, a quel punto definitivamente abrogatenorme di settore (L. 266/1991 e L. 383/2000).

 

Fermiamoci un attimo sulle procedure previste per gli enti che già oggi possono qualificarsi odv o aps.

 

L’articolo 31 prevede che, entro i successivi 90 giorni, le Regioni e le Province comunicheranno i dati delle associazioni presenti nei loro registri.

 

Proviamo a collocare nel tempo questi adempimenti: Decreto 106/2020 in G.U. a metà ottobre, operatività del Runts, nella migliore delle ipotesi (180 giorni dopo), metà aprile; trasmigrazione dei dati (altri 90 giorni) metà luglio 2021.

 

A questo punto (articolo 31, comma 4ciascun ufficio regionale o provinciale del Runts verificherà “entro centottanta giorni la sussistenza dei requisiti per l’iscrizione degli enti di propria competenza”.

 

Importante sottolineare che il decreto prevede che i requisiti di presenza, per gli enti che associno a loro volta altre associazioni, previsti per le odv (gli enti diversi dalle odv associate non potranno essere superiori al 50% del numero delle odv presenti) e per le aps (analogo) saranno verificati alla data antecedente il “dies a quo” indicato dall’articolo 30 da cui deriva tutta la procedura.

 

Nel caso in cui, dalla verifica dei requisiti, emergessero motivi ostativi alla iscrizione, l’ufficio potrà concedere altri sessanta giorni all’ente per procedere alla regolarizzazione.

 

Nel frattempo, essendo ottimisti, siamo così arrivati ai primissimi mesi del 2022.

 

Nel corso di tale periodo le odv e aps oggetto di indagine “continuano a beneficiare dei diritti derivanti dalla rispettiva qualifica”.

 

Ma proprio qui si pone il problema: quale sarà, nel frattempo, la disciplina fiscale applicabile a detti enti?

 

Ovviamente il presupposto è che, nel corso del 2021, si ottenga anche l’autorizzazione da parte della U.E. per l’entrata in vigore del titolo X del cts a partire dal 1° gennaio 2022.

 

In questo caso, pur non essendo ancora “formalmente” iscritte al Runts, potranno le associazioni in esame già applicare le agevolazioni fiscali previste o, in caso contrario, essendo nel frattempo venuta meno, a seguito della integrale entrata in vigore del cts, la disciplina fiscale agevolativa precedente, si troveranno per un certo numero di settimane a non aver più diritto al alcuna agevolazione?

 

E nel caso in cui potessero applicare le agevolazioni di cui al titolo X e poi non si perfezionasse l’iscrizione al Runts, queste manterranno la loro validità?

 

Attenderemo doverosi chiarimenti da parte della Agenzia delle entrate.

 

Va segnalato che la lettera c) del comma 5 dell’articolo 8 prevede che, tra la documentazione da trasmettere al Runts in sede di iscrizione, vi siano anche, per gli enti in attività da uno o più esercizi, “l’ultimo o gli ultimi due bilanci consuntivi approvati”.

 

Se questi, per gli enti che sono già oggi odv o aps dovranno essere conformi al decreto (già in vigore) previsto dal comma 3 dell’articolo 13 cts, per i “nuovi” saranno necessariamente “in forma libera” e, pertanto, non comparabili e non verificabili principalmente in riferimento alla verifica richiesta di commercialità o meno dell’attività.

 

A questo punto rimaniamo in “sollecita” attesa del decreto sulle attività diverse di cui all’articolo 6 del cts che dovrà fornire l’ultimo tassello per valutare al meglio il se un ente possa richiedere l’iscrizione al Runts e se gli converrà farlo.

 

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Il concetto di democrazia negli statuti delle Ssd

07/10/2020 di Guido Martinelli

Il comma 17 dell’articolo 90 L. 289/2002 ha codificato nel nostro ordinamento le società di capitali sportive dilettantistiche senza scopo di lucro, ormai universalmente definite come Ssd.

 

In realtà il panorama sportivo già alla data di entrata in vigore di detta norma vedeva presenti molte società di capitali dilettantistiche senza scopo di lucro.

 

Il presupposto per la loro costituzione era dato dalla L. 91/1981 sul professionismo sportivo, che allora prevedeva, per le società sportive professionistiche, la costituzione in società di capitali non profit, disciplina che veniva applicata, in via analogica, anche nel mondo dilettantistico.

 

In più, la legge istitutiva del Coni, parlando di società e associazioni, aveva fatto ritenere ammissibile l’utilizzo di tale figura giuridica che, inizialmente, aveva come fine la richiesta di mutui dell’istituto per il credito sportivo che allora potevano essere concessi solo a società sportive dotate di responsabilità limitata.

 

Si discusse sulla natura di questi enti, in particolare anche alla luce della circolare n. 21/2003 della Agenzia delle entrate che in proposito scriveva: “ In particolare, viene introdotta una nuova tipologia di società di capitali che si caratterizza per le finalità non lucrative e che si inserisce nell’ordinamento giuridico come una peculiare categoria di soggetti societari”.

 

L’esame letterale dell’articolo 90, comma 17, lett. c (“…società sportiva di capitali costituita secondo le disposizioni vigenti”) e comma 18, lett. e  (“le società sportive … per le quali si applicano le disposizioni del codice civile”) portò però a ritenere che le Ssd dovessero considerarsi, a tutti gli effetti, società disciplinate dal quinto libro del codice civile (e, quindi, soggette comunque agli adempimenti da questo previsti indipendentemente dalle agevolazioni fiscali godute) e quindi che non debbono e possono essere considerate società di diritto speciale.

 

La legittimazione era legata alla distinzione che veniva fatta tra lucro oggettivo e soggettivo.

 

Il primo pacificamente ammesso stante la natura di impresa del soggetto in questione; il secondo, ossia la distribuzione del profitto tra gli associati, tassativamente vietato.

 

Ciò premesso il comma 1 del medesimo articolo 90 prevede che alle Ssd si possano applicare “le altre disposizioni tributarie riguardanti le associazioni sportive dilettantistiche”: principale tra queste, per quanto oggi di nostro interesse, l’articolo 148, comma 3, Tuir.

 

In particolare il problema che oggi si pone è se le SSd debbano inserire nei loro statuti le specifiche clausole previste dal comma 8 dell’articolo 148 Tuir al fine di poter godere della defiscalizzazione dei corrispettivi specifici previsti dal comma 3.

 

Tra queste, in particolare, quelle concernenti la democraticità del rapporto associativo previste dalle lettere c) ed e) della citata disposizione agevolativa.

 

Lo spunto per questa riflessione nasce da una sentenza della CTR Marche (sez. II, n. 295 del 22.06.2020), la quale respinge il ricorso proposto da una Ssd avverso un accertamento dell’Agenzia, confermato in primo grado.

 

I giudici di appello, dopo aver ricordato la costante giurisprudenza della Suprema Corte, secondo la quale deve prevalere, ai fini della utilizzabilità delle agevolazioni fiscali previste dalle norme in esame per il mondo dello sport dilettantistico, la sostanza sulla forma, analizzano se la contribuente abbia i requisiti per godere della agevolazione di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir, in particolare se l’attività sia conforme a statuto e se l’attività sia rivolta a terzi.

 

Contraddittorio appare il chiedersi, come si propone il Giudicante, se l’attività sia conforme a statuto, dopo aver affermato che la ricorrente “è indubitabilmente una società sportiva dilettantistica ai sensi dell’articolo 90”.

 

Se così non fosse non potrebbe avere i requisiti per il riconoscimento ai fini sportivi legato all’iscrizione al Registro Coni, regolarmente posseduta dalla Ssd.

 

Ma il punto che a noi più interessa è quello dove viene indicato che lo statuto avrebbe dovuto possedere: “indefettibili requisiti… tra i quali rientra, diversamente da quanto opina parte appellante, anche quello della democraticità delle attività svolte”.

 

Ciò comporta, secondo il giudizio della Commissione, “che il tesserato della ssd deve volere ed essere consapevole che mediante la richiesta di iscrizione, egli diviene centro di imputazione di diritti e di doveri in seno alla ssd”.

 

Onestamente non si comprende quale rapporto, sotto il profilo civilistico, possa assumere il tesserato secondo la prospettazione dei Giudici di Appello.

 

Possiamo solo ricordare che l’Agenzia delle entrate, nella sua circolare 18/E/2018 ha confermato che le “società sportive dilettantistiche non sono soggette all’obbligo di prevedere statutariamente la clausola della democraticità, valevole invece per le associazioni sportive dilettantistiche”: conseguentemente, queste, a differenze della Asd “non devono integrare i propri statuti con le clausole concernenti la democraticità del rapporto associativo previste dalle lettere c) ed e) del comma 8 dell’articolo 148 del Tuir”.   

 

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Il nuovo decreto sul cinque per mille

21/09/2020 di Guido Martinelli

Con un “po’ di ritardo” (doveva essere emanato, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 4 D.Lgs. 111/2017 entro 120 giorni dall’agosto 2017) è stato pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 231 del 17.09.2020, il D.P.C.M. 23.07.2020 con il quale sono state disciplinate le modalità e i termini per l’accesso al riparto del cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche degli enti destinatari del contributo, nonché le modalità e i termini per la formazione, l’aggiornamento e la pubblicazione dell’elenco permanente degli enti iscritti al riparto e per la pubblicazione degli elenchi annuali degli enti ammessi.

 

L’articolo 1 prevede, al comma 1, lett. a), che possa essere destinato, in base alla scelta del contribuente, al sostegno degli enti del terzo settore iscritti nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.

 

In attesa della istituzione di detto registro, opportunamente, il comma 2 prevede, però, che detta disposizione abbia effetto “a decorrere dall’anno successivo a quello di operatività del registro unico nazionale del terzo settore”.

 

Resta comunque confermato che, fino a tale data, la possibilità di partecipare al riparto sarà riservata solo a organizzazioni di volontariato, onlus e associazioni di promozione sociale regolarmente iscritte negli attuali registri tenuti dalle Regioni e dalla Agenzia delle Entrate.

 

Il successivo articolo 3 prevede che gli enti del terzo settore debbano dichiarare, in sede di iscrizione al Runts, di volersi accreditare anche ai fini dell’accesso al contributo del cinque per mille.

 

Dopo aver elencato le altre realtà aventi titolo per accedere (enti di ricerca scientifica e sanitariaattività sociali del Comune di appartenenza), il comma 1 dell’articolo 1, alla lettera e), prevede che il riparto del contributo possa essere destinato, in base alla scelta del contribuente alle seguenti finalità: “sostegno delle associazioni sportive dilettantistiche riconosciute ai fini sportivi dal Coni che siano affiliate agli enti di promozione sportiva” nella cui organizzazione è presente il settore giovanile che svolgono prevalentemente attività di avviamento e formazione allo sport dei giovani di età inferiore a 18 anni, o di avviamento alla pratica sportiva a favore di persone di età non inferiore a 60 anni, o nei confronti di soggetti svantaggiati in ragione delle condizioni fisiche, psichiche, economiche, sociali o familiari.

 

La circostanza che la norma indicata faccia riferimento solo alle Asd affiliate agli Eps appare probabilmente un errore, in quanto il successivo articolo 6, che disciplina le modalità di accreditamento per l’accesso al contributo, prevede espressamente anche l’affiliazione a Fsn e Dsa. Ci si augura che il punto sia presto chiarito.

 

Da evidenziarsi che il successivo articolo 2 prevede che, ai fini dell’accreditamento, le sportive dovranno rivolgersi, come amministrazione competente, al Coni, pur se le bozze di testo unico sullo sport che sono circolate non prevedono più il Registro delle associazioni e società sportive dilettantistiche in capo a detto ente.

 

Sia gli enti del terzo settore che le sportive dovranno presentare domanda entro il 10 aprile in via telematica.

 

Entro il successivo giorno 20, dai rispettivi enti accreditanti saranno pubblicati gli elenchi dei soggetti che hanno presentato domanda.

 

Entro il 30 aprile sarà possibile ricorrere contro eventuali esclusioni, e il successivo 10 maggio è il termine previsto per la pubblicazione degli elenchi definitivi.

 

L’inserimento in elenco, fermo restando i requisiti per l’accesso ai benefici, esplica effetti anche per gli esercizi finanziari successivi a quello di iscrizione.

 

I beneficiari dovranno redigere, entro un anno dalla ricezione delle somme, un apposito rendiconto che indichi “in modo chiaro e trasparente” la destinazione e l’utilizzo delle somme percepite da inviare all’amministrazione accreditante per il controllo.

 

In caso di ricevimento di contributi inferiori ai 20.000 euro non saranno tenuti all’invio del rendiconto e della relazione, che dovranno comunque essere redatti e detenuti dal sodalizio ricevente.

 

Il rendiconto dovrà indicare le spese sostenute per il funzionamento del soggetto beneficiario, ivi incluse le spese per risorse umane e per l’acquisto di beni o servizi, dettagliate per singole voci di spesa, “con l’evidenziazione della loro riconduzione alle finalità e agli scopi istituzionali del soggetto beneficiario” nonché gli eventuali accantonamenti delle somme percepite per la realizzazione di progetti pluriennali con durata massima triennale, fermo restando l’obbligo di rendicontazione successivamente al loro utilizzo.

 

Detto rendiconto dovrà essere pubblicato entro trenta giorni dalla ultima prevista per la compilazione anche sul sito internet della associazione.

 

Il contributo potrà essere recuperato se l’erogazione è avvenuta a seguito di dichiarazioni mendaci o sia stato impiegato per finalità diverse da quelle perseguite istituzionalmente dal soggetto beneficiario.

 

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La prima bozza del decreto legislativo contenente il testo unico sullo sport

19/07/2020 di Guido Martinelli

Il Ministro Spadafora ha distribuito la prima bozza del c.d. “testo unico sullo sport”, ossia il decreto delegato di cui alla L. 86/2019La scelta, del tutto condivisibile, è stata quella di riunire in un unico testo tutte le deleghe indicate nel testo legislativo.

 

Il lavoro costituisce una revisione di tutta la governance e la disciplina dello sport italiano, fino ad oggi determinata sostanzialmente da tre provvedimenti: dal D.Lgs. 242/1999 (meglio noto come decreto Melandri – per la parte istituzionale sullo sport), dalla L. 91/1981 sul professionismo sportivo e dall’articolo 90 L. 289/2002 per la parte sul dilettantismo.

 

Appare ovvio come, in una prospettiva così ambiziosa, questa prima bozza contenga alcune luci e molte ombre ma sono convinto che i contributi delle forze politiche potranno riordinare in maniera ottimale la materia.

 

Intanto viene finalmente definito cosa debba intendersi per “sport”.

 

Si parla di qualsiasi forma di attività fisica. Qui si presenterà il problema se i giochi in cui prevale la componente mentale, pensiamo ad esempio a certi giochi di carte (vedi burraco) o agli ormai emergenti e-sports potranno, alla luce di questa definizione, rientrare nella categoria delle attività sportive.

 

Si dovrà iniziare a convivere con la maggiore novità a livello istituzionale. Mentre, fino ad oggi, il referente a cui lo Stato aveva affidato ogni competenza in materia di sport era il Coni, ora le competenze sono distribuite (in maniera più o meno organica) tra tre soggetti: il Coni, la società Sport e Salute e l’ufficio sport (futuro dipartimento) della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Da evidenziare, rispetto alla situazione odierna, che, essendo rimasto al Coni solo la competenza in materia di “preparazione degli atleti”, i rappresentanti degli enti di promozione sportiva escono dal Consiglio Nazionale e dalla Giunta Nazionale del Coni e sono “sostituiti” dai rappresentanti dei gruppi militari e di Stato.

 

Al Coni viene riassegnata una pianta organica di personale al fine di meglio evidenziare l’autonomia tra detto ente e la Sport e Salute spa.

 

Sul territorio il Coni manterrà la sua presenza istituzionale con il Presidente regionale mentre la struttura operativa prima alle sue “dipendenze” diventerà un comitato territoriale per la promozione dello sport, presieduto da un rappresentante della Regione e composto da membri indicati dall’amministrazione scolastica, dal Coni, dal Cip, da Sport e Salute e dagli enti di promozione sportiva.

 

Viene accentuato il carattere privatistico delle Federazioni e delle discipline sportive associate e i loro bilanci non saranno più approvati dalla Giunta nazionale del Coni ma direttamente dai Consigli Federali. Solo in caso di parere contrario del collegio dei revisori si procederà alla convocazione della assemblea generale della Federazione o della disciplina associata per l’approvazione del bilancio.

 

Il riconoscimento degli enti di promozione sportiva è affidato all’ufficio sport della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

Importanti novità in materia di società sportive dilettantistiche. Viene infatti previsto, in analogia con quanto indicato dal D.Lgs. 112/2017 per l’impresa sociale, che possono diventare tali tutte le società di cui al libro V del codice civile. Qui si pone il problema di come possano, le società di persone, fattispecie collocate all’interno del citato libro codicistico, garantire l’assenza del fine di lucro come richiesto, stante il fatto che non viene prevista in questo caso la separazione del patrimonio della società da quello dei singoli soci.

 

Ma la novità sicuramente di maggiore rilievo appare essere il recepimento, del tutto auspicato, del principio già presente per le imprese sociali, che vede la possibilità, nelle società sportive dilettantistiche, di destinare: “una quota inferiore al cinquanta per cento degli utili o degli avanzi di gestione annuali … alla distribuzione … di dividendi ai soci in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato”. Una riedizione, in modo più confacente alla realtà dello sport, di quella che era stata la società sportiva dilettantistica lucrativa, poi abrogata.

 

Contrariamente (e per fortuna) a quanto accade oggi viene previsto che la finalità sportiva debba essere prevalente e l’eventuale esercizio di attività diverse deve essere solo secondario e strumentale.

 

Altra novità da sottolineare è la previsione della ammissibilità del rimborso al socio “del capitale effettivamente versato ed eventualmente rivalutato”, oggi ritenuta genericamente non ammessa.

 

Viene meglio chiarita la clausola di incompatibilità per gli amministratori di ricoprire “qualsiasi carica” (quindi anche quelle di carattere non amministrativo) in altre società o associazioni sportive dilettantistiche che operano nell’ambito della medesima federazione o disciplina sportiva associata.

 

Vengono poi confermate, al momento in maniera molto “disordinata”, alcune agevolazioni tributarie già in essere.

 

Si parte dalla conferma della non applicabilità della ritenuta di cui all’articolo 28 D.P.R. 600/1973 ai contributi del Coni, delle FSN e degli Eps, l’imposta di registro in misura fissa agli atti costitutivi e di trasformazione delle società e associazioni sportive dilettantistiche, la conferma della presunzione di spesa pubblicitaria delle sponsorizzazioni fino a 200.000 euro, l’applicabilità dell’articolo 4 comma quarto del decreto Iva. Tale ultima indicazione, se confermata nel testo finale potrebbe far cessare le preoccupazioni sull’applicabilità di tale disposizione alle società sportive dilettantistiche.

 

Richiederà, forse, ancora qualche meditazione il titolo relativo ai rapporti di lavoro nello sport.

 

La prima novità è l’eliminazione di ogni distinzione tra dilettanti e professionisti, così essendo previsto: “È lavoratore sportivo l’atleta, l’allenatore, il direttore tecnico, il direttore sportivo, il preparatore atletico e il direttore di gara che, senza alcuna distinzione di genere e indipendentemente dal settore professionistico o dilettantistico, esercita l’attività sportiva verso un corrispettivo, al di fuori delle prestazioni amatoriali…”.

 

Da evidenziare, in questa classificazione, la presenza della figura del direttore di gara, la cui prestazione, fino ad oggi, per giurisprudenza costante, era stata ritenuta a prevalente finalità associativa e non di carattere lavorativo.

 

Sulla base di tale premessa le prestazioni potranno essere classificate come subordinate o autonome, in quest’ultimo caso anche nella forma della collaborazione coordinata e continuativa. Si prevede espressamente l’applicazione, in tale ultimo caso, della disciplina del lavoro subordinato nel caso in cui la prestazione sia resa con modalità di esecuzione organizzate dal committente ai sensi dell’articolo 2, comma 1, D.Lgs. 81/2015, in quanto si stabilisce l’abrogazione della esclusione di tale disciplina prevista per le sportive dilettantistiche dalla lettera d) del secondo comma del medesimo articolo.

 

Al fine di ridurre il contenzioso in materia di qualificazione dei contratti di lavoro sportivo viene prevista la possibilità della loro certificazione sulla base di parametri stabiliti dagli accordi collettivi o, in assenza, determinati dal “Ministero dello Sport”, di concerto con il Ministero del Lavoro.

 

Viene espressamente prevista la possibilità, in presenza di prestazioni occasionali, della applicazione dei contratti “Presto”.

 

Il richiamo conclusivo all’applicabilità, seppur non previsto dal testo in esame, in quanto compatibili, delle rimanenti “norme di legge sui rapporti di lavoro nell’impresa, incluse quelle di carattere previdenziale e tributario” porta a ritenere che sia esclusa la natura atipica della prestazione lavorativa nello sport, non classificabile come tale tra le figure di lavoro autonomo o subordinato, che era stata, invece, la motivazione per la quale la prassi amministrativa e la giurisprudenza avevano fino ad oggi ritenuto applicabile alle prestazioni dilettantistiche la disciplina di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.

 

Per i dipendenti pubblici è prevista la possibilità di prestare attività sportiva fuori dall’orario di lavoro solo in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche e a fronte di “indennità e rimborsi”. Ne deriva che non potrà essere contrattualizzata per la parte sportiva la prestazione di un lavoratore dipendente da una pubblica amministrazione.

 

La disciplina del rapporto di lavoro subordinato sportivo (che troverebbe applicazione anche nelle prestazioni dilettantistiche) è disegnata sulla falsariga di quella esistente per i professionisti, prevista dalla L. 91/1981.

 

Vengono escluse alcune norme previste per il lavoro subordinato incompatibili con la natura sportiva della prestazione (vedi ad esempio la disciplina dei licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo), previsto come regime l’apposizione del termine massimo di cinque anni al rapporto e il rinnovo dello stesso, la cessione del contratto, il possibile inserimento di forme di trattamento di fine rapporto, di competenza arbitrale per le controversie e il divieto di clausole limitative della libertà professionale dello sportivo a fine contratto.

 

Si conferma che nel professionismo sportivo vige, per gli atleti, la presunzione di lavoro subordinato, salvo i casi già oggi previsti dalla L. 91/1981 di attività a ridotta intensità di prestazione.

 

Il contratto di lavoro del direttore di gara dovrà essere, invece, stipulato dalla federazione, disciplina sportiva associata o ente di promozione sportiva di appartenenza.

 

Vengono poi disciplinate le prestazioni sportive amatoriali.

 

Queste debbono essere volontarie e, quindi, essenzialmente gratuite e sono incompatibili con qualsiasi rapporto di lavoro con il sodalizio sportivo. In tal caso potranno essere riconosciuti soltanto: “premi e compensi occasionali in relazione ai risultati ottenuti nelle competizioni sportive nonché indennità di trasferta e rimborsi spese anche forfettari ai quali si applica il regime tributario agevolato”.

 

Ne deriva che le prestazioni a carattere continuativo per le quali sono previsti “compensi” non potranno più rientrare tra quelle per le quali è previsto un regime fiscale agevolato.

 

Viene mantenuto l’obbligo assicurativo esistente nei confronti di questi “amatori” per infortuni e malattie (non si comprende perché viene escluso il caso morte) a cui si aggiunge la responsabilità civile verso terzi.

 

Assolutamente innovativa appare la possibilità di stipulare con i “giovani atleti” (non è chiaro quale sia il limite d’età) “contratti di apprendistato”.

 

Viene allargata anche al settore dilettantistico la disciplina della L. 91/1981 sul premio di addestramento in caso di stipula di primo contratto di lavoro subordinato sportivo.

 

Si impone entro un anno dalla entrata in vigore del decreto l’abolizione del vincolo sportivo.

 

Viene rivista la disciplina sui controlli sanitari di sicurezza degli sportivi.

 

er i lavoratori subordinati sportivi vengono previste coperture assicurative rafforzate da parte dell’Inail

 

Sotto il profilo previdenziale, viene estesa l’Ivs del fondo già esistente per i professionisti sportivi anche ai dilettanti, che assumerà la denominazione di fondo pensione lavoratori sportivi, precisando che sarà comunque calcolato con il sistema contributivo.

 

Per i lavoratori sportivi titolari di contratto di collaborazione coordinata o continuativa o di prestazione occasionale viene costituita una sezione apposita presso il citato fondo pensioni lavoratori sportivi al quale si applicherà la disciplina oggi esistente per le medesime fattispecie iscritte alla gestione separata Inps.

 

Ai fini del calcolo del contributo dovuto l’importo del compenso mensile dei lavoratori sportivi autonomi è determinato convenzionalmente con decreto del Ministro del Lavoro, sentite le Federazioni, e “interamente a carico dei lavoratori sportivi autonomi”.

 

Le società e associazioni sportive dilettantistiche sono responsabili del versamento di tutti i contributi, anche per la parte a carico dei lavoratori, salvo rivalsa.

 

Nei settori dilettantistici l’aliquota contributiva per i lavoratori sportivi iscritti al fondo pensioni è pari al 10%.

 

I lavoratori non iscritti ad altra gestione previdenziale potranno, su base volontaria, incrementare tale aliquota con onere a loro esclusivo carico ai fini del diritto ai trattamenti pensionistici loro spettanti sino alla concorrenza delle aliquote previste per la gestione separata Inps.

 

La cessione dei contratti sulle prestazioni sportive degli atleti è soggetta ad Iva ma, ai fini dei redditi, gode della agevolazione di cui all’articolo 148 Tuir.

 

Viene confermato che la qualificazione come redditi diversi ex articolo 67 (esonerati da obbligazioni previdenziali e assicurative) diventa applicabile solo alle prestazioni occasionali “amatoriali” e solo nel limite della fascia esente oggi di 10.000 euro.

 

La medesima fascia di esenzione fiscale si applica anche ai redditi di lavoro sportivo qualsiasi sia la tipologia di rapporto.

 

Nei settori dilettantistici sul reddito imponibile da lavoro sportivo, qualsiasi sia la tipologia di rapporto, sino allo scaglione di euro 65.000 si applica una imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi e delle addizionali regionali e comunali pari al 15%.

 

contributi previdenziali versati in ottemperanza a disposizioni di legge non concorrono a formare il reddito di chi li ha versati.

 

Analogo discorso andrà operato per le collaborazioni amministrativo – gestionali. Entro il limite dei 10.000 euro manterranno la loro natura di redditi diversi, in presenza di compensi superiori si applicherà la disciplina dell’obbligo assicurativo.

 

Viene creato un fondo in favore del professionismo negli sport femminili e comunque, anche per le attività dilettantistiche, per i primi tre anni viene previsto l’esonero dal versamento del 100% dei contributi previdenziali e assistenziali entro il limite massimo di 8.000 euro su base annua.

 

Si istituzionalizza la presenza di un insegnante di educazione fisica laureato in scienze motorie nella scuola primaria.

 

Da precisare che, nelle norme finali, viene previsto che la disciplina sul lavoro sportivo decorra dal primo gennaio 2022.

 

Quanto mai opportuno questo rinvio, stante le novità contenute, che dovrebbe meglio essere precisato in relazione ai numerosi sport di squadra la cui stagione è infrannuale.

 

Di estremo interesse appare la scelta di far scattare automaticamente, su richiesta del notaio rogante l’atto costitutivo, la personalità giuridica per le associazioni non riconosciute che chiedano l’iscrizione al registro Coni. Il tutto senza prevedere alcun patrimonio minimo.

 

Nel registro Coni dovranno essere depositati, oltre ai dati già oggi obbligatori, “i contratti di lavoro sportivo e le collaborazioni amatoriali con indicazione dei soggetti, compensi e mansioni svolte…. Il rendiconto economico – finanziario o il bilancio di esercizio approvato dall’assemblea e il relativo verbale”.

 

Vengono escluse le Federazioni dall’elenco Istat degli enti soggetti a controllo pubblico.

 

Viene soppresso per le sportive il modello Eas.

 

La parte sulla sicurezza prevede l’introduzione di una serie di misure di concentrazioneaccelerazione e semplificazione delle procedure di costruzione, ristrutturazione e ripristino degli impianti sportivi nonché norme relative alla pratica degli sport invernali da discesa e da fondo.

 

Il testo unico conclude inserendo, come parte relativa alla giustizia, i contenuti della L. 280/2003 non essendo tale materia oggetto di delega.

 

Le disposizioni finali, sulle quali forse una ulteriore riflessione andrebbe svolta, prevedono l’abrogazione del decreto Melandri (e del decreto correttivo c.d. Pescante) e di una serie di altre norme tra le quali, per quanto di nostro interesse, l’articolo 90 L. 289/2002.

 

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Dal Consiglio nazionale del notariato indicazioni sugli aspetti costitutivi degli Ets

09/07/2020 di Guido Martinelli

Con lo Studio n. 104 – 2020 il Consiglio Nazionale del Notariato fornisce importanti indicazioni in materia di atto costitutivo, statuto, riconoscimento della personalità giuridica e pubblicità degli enti del terzo settore.

 

In via preliminare chiarisce che i rapporti “civilistici” tra il primo libro del codice civile in materia di associazioni e fondazioni e il codice del terzo settore sono retti dal principio dei vasi comunicanti.

 

Infatti la disciplina, immutata, del codice del 1942 continuerà ad applicarsi per gli enti associativi e le fondazioni che non potranno accedere al terzo settore per l’attività svolta o che comunque, pur potendolo, decideranno di non volerlo fare e, per quanto compatibile, per gli ets in riferimento ai profili non disciplinati dal codice civile.

 

Evidenzia che, comunque, gli enti senza scopo di lucro “non Ets” potranno ispirarsi o riprendere la disciplina del codice del terzo settore che è “certamente compatibile con le regole e i principi del codice civile”.

 

Nel merito, poi, sono numerose le chiare e importanti prese di posizione che assume.

 

Ritiene, lo studio in esame, che si possa e si debba fare ricorso alla disciplina codicistica delle società di capitali in presenza di lacune nel codice del terzo settore.

 

Pertanto, ad esempio, viene ritenuto applicabile l’ultimo comma dell’articolo 2375 cod. civ., che espressamente consente la redazione del verbale dopo la chiusura della riunione assembleare, purché la stessa sia effettuata senza ritardo.

 

Viene ribadito che, fino all’attivazione del Registro Unico Nazionale del Terzo settore (Runts), “non sarà possibile utilizzare l’espressione Ets o ente del terzo settore nella denominazione (salva la possibilità di approvare fin d’ora la modifica statutaria relativa condizionandola alla iscrizione)” al registro.

 

La definizione di interesse generale che deve costituire l’oggetto sociale esclude la possibilità che possano rientrare nel novero degli enti del terzo settore quelli la cui attività sia diretta “al soddisfacimento di interessi privati del fondatore o degli associati”.

 

Fornisce, il documento in esame, anche l’indicazione che nello statuto possa essere sufficiente, come sede, indicare solo il Comune, inserendo nello statuto la delega al Consiglio direttivo per la modifica dell’indirizzo della sede nell’ambito del Comune indicato.

 

Pur nel silenzio del Cts in materia, il Consiglio del Notariato ritiene che gli Ets costituiti in forma associativa privi di personalità giuridica debbano costituirsi almeno in “forma scritta” al fine di poter verificare i requisiti formali prescritti per l’ingresso nel terzo settore, lo statuto potrà essere inserito sia in “corpo unico” con l’atto costitutivo o costituire allegato di quest’ultimo.

 

Importanti chiarimenti vengono forniti anche in riferimento alle modalità previste dal codice del terzo settore per il riconoscimento della personalità giuridica (articolo 22 cts).

 

Se un ente del terzo settore volesse richiedere la personalità giuridica dovrà necessariamente adottare la procedura indicata dal citato articolo 22 e non potrà richiedere l’iscrizione al registro delle persone giuridiche della Prefettura o della regione o provincia autonoma; così come solo quest’ultima procedura sarà invece consentita all’ente che non sia iscritto al Runts.

 

Resta inteso che, comunque, siamo di fronte a due percorsi che conducono alla medesima natura giuridica.

 

Altra importante considerazione che chiarisce un aspetto fino ad oggi oggetto di interpretazioni contrastanti: per gli ets con personalità giuridica acquisita ai sensi dell’articolo 22 Cts, alla cancellazione dal Runts non consegue necessariamente la perdita della personalità giuridica ma semplicemente l’onere, per i tenutari del registro delle associazioni riconosciute, di verificare il possesso dei requisiti per il permanere dell’iscrizione anche fuori dal perimetro del terzo settore.

 

Il patrimonio minimo previsto per il riconoscimento dovrà essere versato in denaro al momento della sottoscrizione dell’atto costitutivo o, se identificato in beni diversi dal denaro, tramite il deposito contestuale di una relazione effettuata da revisore legale che dovrà essere allegata all’atto costitutivo.

 

Lo Studio del notariato esclude la possibilità di costituire un ets con personalità giuridica “mediante conferimento d’opera o di servizi anche se garantiti da polizza assicurativa o fideiussione bancaria”. Nulla vieta, però, che durante la vita dell’ente la permanenza del requisito patrimoniale assuma un valore dinamico da valutarsi in relazione al netto patrimoniale.

 

Si conferma l’applicabilità agli ets dell’ultimo comma dell’articolo 31 cod. civ., laddove si prevede che i creditori dell’ente associativo in liquidazione che non abbiano fatto valere i loro crediti potranno chiedere il pagamento entro un anno dal ricevimento di quanto loro dovuto ai soggetti che percepissero la devoluzione dei beni dell’ets in liquidazione.

 

Lo Studio conclude che nel vigente periodo transitorio in corso sarà possibile costituire nuove Aps o Odv sulla base delle indicazioni del nuovo codice del terzo settore, iscriverle nei vecchi registri regionali del volontariato o della promozione sociale (dai quali poi trasmigreranno nel Runts) e godendo del vigente regime fiscale previsto per tali enti in attesa della operatività del titolo X del Cts.

 

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L’inquadramento dei collaboratori sportivi dopo il coronavirus

21/04/2020 di Guido Martinelli

La possibile, imminente, “fase due” dell’emergenza pandemica avvicina il momento della ripresa delle attività sportive.

 

Quali novità si presentano per l’inquadramento delle risorse umane impiegate all’interno degli impianti?

 

Il punto di partenza credo sia l’articolo 3 del decreto attuativo dell’articolo 96 D.L. 18/2020, c.d. Cura Italia.

 

Questa norma definisce i beneficiari del provvedimento sopra indicato quali “i lavoratori titolari di un rapporto di collaborazione ai sensi dell’articolo 67 primo comma lettera m) del d.p.r. 22 dicembre 1986 n. 917”.

 

Da tale indicazione conseguono numerose conseguenze.

 

La prima è che, per la prima volta a livello legislativo dopo l’abrogazione della definizione di dette collaborazioni quali coordinate e continuative (previste dalla Legge di bilancio 2018 e abrogate con il c.d. Decreto dignità – D.L. 87/2018), si ha conferma che le c.d. prestazioni sportive dilettantistiche hanno natura lavoristica.

 

Pertanto risulta acclarato che detta forma di retribuzione potrà essere riconosciuta anche a soggetti che svolgono tale attività a titolo principale, ancorché non esclusivo.

 

La seconda è che, all’interno di tale categoria, noi ritroviamo tutti i percettori di compensi sportivi, quindi anche gli atleti dilettanti e gli ufficiali di gara e gli arbitri.

 

La natura di lavoratore di tali ultime categorie di soggetti che garantiscono il corretto svolgimento delle manifestazioni sportive dilettantistiche è confermata anche dall’articolo 5, comma 1, lettera c), L. 86/2019 che espressamente comprende tra i lavoratori anche la figura “del direttore di gara”.

 

Appaiono, pertanto, al momento superate tutte le precedenti posizioni dottrinali e giurisprudenziali che intravedevano in tali figura più una prestazione a finalità associative che a natura corrispettiva.

 

È altrettanto chiaro che l’emersione di tali lavoratori e, in particolare, la loro rilevata quantificazione in termini numerici, legata alla richiesta della indennità dei 600 euro non può essere nascosta, anche perché si incrocia con il periodo di vigenza della delega concessa al Governo (scadrà a fine agosto prossimo) per la riscrittura della disciplina del lavoro sportivo dilettantistico.

 

È ormai palese che la distinzione tra sportivi “lavoratori” e in quanto tali professionisti, disciplinati dalla L. 91/1981 e soggetti dilettanti, intesi come coloro che svolgono tali attività per diletto, appare superata non solo dalla prassi ma anche dalle norme che si sono succedute.

 

Essendo confermato, dalle parole più volte ripetute del Ministro Spadafora che la scadenza di agosto per i decreti delegati di riforma dello sport sarà rispettata, ci troveremo di fronte alla ripresa delle attività e nuove regole che disciplineranno l’esercizio di attività sportive dilettantistiche.

 

Il problema sarà il costo per la copertura previdenziale e assicurativa di queste prestazioni. Infatti, solo qui è presente la vera differenza rispetto ad altre forme di lavoro autonomo previste dall’ordinamento.

 

Secondo una tabella predisposta dal portale “Fisco sport”, su un compenso di 25.000 euro lordi già oggi l’inquadramento come sportivo dilettante prevede un carico fiscale pari a euro 3.450; se ipotizzassimo, invece, una partita iva a forfait al 5%, le imposte sono pari a euro 860 e il forfait al 15% prevede imposte pari a euro 2.580.

 

È palese, quindi, che la differenza in termini di costi tra i trattamenti non sportivi e quelli sportivi è data esclusivamente dal carico previdenziale, presente nei primi e non nei secondi visto che, addirittura, lo sportivo, ai fini fiscali, ha un carico maggiore.

 

Nel momento in cui anche sulle prestazioni sportive, conformemente, del resto, alla loro qualificazione come prestazioni di lavoro e in ossequio al dettato costituzionale, sarà inserita una copertura previdenziale e assicurativa la “convenienza” ad utilizzare tale soluzione si ridurrebbe notevolmente.

 

D’altro canto diventa difficile prevedere che non si vada in questa direzione.

 

Ma se questo fosse vero, come crediamo, la conseguenza è che i centri sportivi appena usciti (o forse non ancora) dall’incubo della chiusura degli impianti per la pandemia (con la correlata crisi finanziaria derivata dai mancati incassi) si troveranno, con ogni probabilità, a dover sopportare costi ulteriori non previsti e comunque impossibili da sostenere nel quadro della post emergenza.

 

Ecco allora che sarebbe auspicabile che il riconoscimento come rapporto di lavoro pieno (con correlato versamento di contributi previdenziali e assicurativi) per i lavoratori dello sport dilettantistico fosse accompagnato da un periodo iniziale di defiscalizzazione di detti oneri, al fine di facilitare la ripresa o comunque legato ad un inquadramento che possa prevedere un diverso e più ridotto peso dei contributi rispetto a quelli oggi previsti per il settore spettacolo (si veda, a tal proposito, il settore dell’agricoltura o quello dei lavori domestici).

 

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Il futuro delle collaborazioni sportive

25/03/2020 di Guido Martinelli

In questi giorni sui social si parla molto del contributo previsto per i collaboratori sportivi. Precisiamo subito. Ad ora non c’è nulla di certo, pertanto non scatenatevi a preparare documenti o a fare richieste. Se e quando e come sarà possibile farlo vedrete che saranno adeguatamente comunicati dai siti istituzionali.

 

I 50 milioni di euro stanziati dal decreto Cura Italia a copertura del contributo di 600 euro per i collaboratori delle associazioni e società sportive dilettantistiche, federazioni sportive e enti di promozione sportiva, come ho già evidenziato, appaiono palesemente insufficienti se e ove non venisse rigidamente e meglio delimitata la platea degli aventi diritto (una per tutti: gli atleti sono compresi o no?). In più sarebbe “poco” più utile anche un limitato incremento di tale importo stante anche i costi che ci saranno per istruire e liquidare tutte le posizioni dei richiedenti.

 

Allora mi chiedo: l’incremento di tale importo serve davvero? Ma serve davvero in un quadro in cui la ripresa dell’attività è messa a rischio dalla assoluta assenza di aiuti concreti al mondo dei sodalizi sportivi? In più cosa facciamo li aiutiamo adesso e poi a settembre li facciamo ripiombare nella provvisorietà dei contratti sportivi come oggi disciplinati? E che solo (e finalmente) il decreto Cura Italia ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica?

 

D’altro canto qualsiasi modifica alla disciplina vigente per il lavoro sportivo dilettantistico (volto a introdurre una tutela previdenziale e assicurativa per questi lavoratori) comporterebbe un loro maggior costo per la associazione o società sportiva in un momento di grossa crisi come quello attuale.

 

A mio avviso, pertanto, invece di ipotizzare un incremento di questo fondo, perché non ipotizzare, a partire da settembre 2020, una forma di fiscalizzazione degli oneri sociali in favore dei lavoratori dello sport dilettantistico?

 

La circostanza di poter lavorare e far lavorare gli sportivi e gli operatori dei centri con una tutela previdenziale e assicurativa certa ma senza maggiori oneri per i club credo che faccia molto meglio al movimento, anche in vista di una ripresa delle attività, piuttosto che seicento euro a pioggia adesso che rischiano di essere comunque zero domani.

 

Destinare risorse da finalizzare, previo nuovo inquadramento legislativo della fattispecie, alla fiscalizzazione degli oneri sociali per le nuove “assunzioni” dello sport credo che serva sia agli istruttori che ai club.

 

L’alternativa, altrimenti, è la rinuncia all’attività o il mantenimento dell’attuale inquadramento, oggi da tutti criticato.

 

Avv. Guido Martinelli

 

 

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