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L’opinione

Le Ssd alla luce della riforma dello sport

27/06/2022 di Guido Martinelli

l D.Lgs. 36/2021, pubblicato nella G.U. n. 67 del 18.03.2021, i cui effetti decorreranno dal prossimo 1° gennaio, innova in maniera decisiva la disciplina delle società di capitali sportive dilettantistiche fino ad oggi disciplinate dall’articolo 90 L. 289/2002, che sarà abrogato con il dispiegarsi degli effetti del nuovo decreto.

 

Mentre la possibilità di costituire società sportive di persone, prevista oggi nel testo ufficiale, sarà probabilmente eliminata con l’entrata in vigore di un decreto correttivo attualmente in fase di approvazione (secondo le prime indiscrezioni), le novità maggiormente caratterizzanti la nuova società sportiva di capitali, previste in particolare ai commi 3 e 4 dell’articolo 8, risulteranno confermate anche dalla novella di imminente diffusione.

 

Creando un parallelo uniforme con quanto già riportato all’articolo 3, comma 3, D.Lgs. 112/2017 in materia di impresa sociale, viene prevista, per le Ssd, la possibilità di destinare una quota inferiore al cinquanta per cento degli utili “e degli avanzi di gestione annuali, dedotte eventuali perdite maturate negli esercizi precedenti”:

 

  1. ad aumento gratuito del capitale sottoscritto e versato dai soci nei limiti dell’indice Istat di incremento dei prezzi al consumo nell’esercizio sociale in cui gli utili sono stati prodotti
  2. alla distribuzione, anche attraverso l’emissione di strumenti finanziari, di dividendi ai soci in misura comunque non superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato.

 

Viene inoltre riconosciuta la possibilità del rimborso al socio del capitale effettivamente versato ed eventualmente rivalutato o aumentato nei limiti sopra indicati.

 

Si conferma in via legislativa quanto l’Agenzia delle entrate, in via interpretativa, aveva già indicato nella propria circolare 18/2018, ossia che per le Ssd valgono esclusivamente le previsioni del codice civile e, pertanto, diversamente dalle associazioni, non le stesse non sono tenute al rispetto statutario dei principi di democrazia e di uguaglianza di diritti tra tutti gli associati.

 

È comunque previsto (articolo 7, comma 1, lett. b) che l’oggetto sociale faccia specifico riferimento all’esercizio “in via stabile e principale dell’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche, ivi compresa la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza alla attività sportiva dilettantistica”.

 

Eventuali attività diverse (articolo 9) potranno essere esercitate soltanto a condizione che lo statuto lo consenta e che abbiano carattere secondario e strumentale rispetto alle attività istituzionali e siano alle stesse strettamente connesse nei limiti di un emanando decreto interministeriale (ricordiamo che analogo principio vige nella riforma del Terzo settore e in quell’ambito il decreto, già emanato, prevede che i proventi da attività diverse non possano essere superiori al trenta per cento dei ricavi complessivi dell’ente o al sessantasei per cento dei costi).

 

Preoccupa l’indicazione, presente già nella rubrica dell’articolo, che detti proventi debbano essere secondari e strumentali nonché il rapporto di connessione che viene indicato come obbligatorio dalla norma.

 

Ci si augura che questa previsione non escluda proventi palesemente non connessi (si pensi ad esempio ad una Ssd che gestisca una palestra con un reparto di estetica) e che la linea di confine tra le attività “diverse” consentite e le attività “diverse” non consentite sia tracciata in termini esclusivamente quantitativi.

 

Appare necessario verificare un altro passaggio. L’attuale previsione del comma 18 del citato articolo 90, in materia di oggetto sociale, richiama l’“organizzazione di attività sportive dilettantistiche, compresa l’attività didattica per l’avvio, l’aggiornamento e il perfezionamento nelle attività sportive”.

 

Il decreto introduce il nuovo termine “gestione” (“organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche”). Questo porterebbe a ritenere che le Ssd che si limitassero, ad esempio, a gestire un impianto sportivo “locando” gli spazi attrezzati ai vari fruitori ma senza gestire direttamente attività riconosciute come sportive (il riferimento potrebbe essere a quelle palestre dove si svolgono esclusivamente attività motorie) potrebbero essere illegittime.

 

Viene confermato, facendo salvo quanto già sopra indicato, il divieto di distribuzione indiretta di utili. Per la definizione di questa fattispecie si fa espresso richiamo alla norma contenuta nell’articolo 3, commi 2 e 2 bis, D.Lgs. 112/2017.

 

Viene considerata distribuzione indiretta di utili vietata:

 

  • la corresponsione ai componenti degli organi sociali di compensi “individuali non proporzionati all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze”,
  • i pagamenti ai dipendenti e ai professionisti, se superiori del quaranta per cento rispetto a quanto previsto per le medesime qualifiche dai contratti collettivi,
  • la remunerazione di strumenti finanziari in misura superiore a due punti rispetto al limite massimo previsto per la distribuzione di dividendi,
  • l’acquisto di beni o servizi per corrispettivi superiori al loro valore normale o a condizioni più favorevoli di quelle di mercato.

 

Esaminati nel precedente contributo gli aspetti “civilistici” delle nuove società sportive dilettantistiche per come disegnate dalla riforma dello sport, appare necessario ora verificare quali possano essere le conseguenze sotto il profilo fiscale.

 

Ciò sul presupposto che la parziale distribuzione di utili autorizzata dalla legge potrebbe avere effetto anche sulla disciplina fiscale sino ad oggi applicata dalle società sportive dilettantistiche di capitale.

 

In via preliminare chiariamo che la distribuzione parziale di utili viene indicata dalla riforma dello sport come una opzione possibile (“gli enti dilettantistici possono destinare una quota inferiore al cinquanta per cento degli utili ….”).

 

Pertanto, nel caso in cui questa possibilità venisse espressamente esclusa in statuto, ovviamente cadrebbero tutte le considerazioni seguenti che sono riservate, invece, a quelle società di capitali sportive che intenderanno usufruire di questa opportunità.

 

La prima norma da esaminare è la possibilità di continuare ad applicare la L. 398/1991.

 

Questa norma, nata esclusivamente per le associazioni sportive dilettantistiche, ha visto la sua applicazione anche alle società in virtù di quanto previsto dall’articolo 90 Legge 27 dicembre 2002, n. 289 che rimarrà in vigore anche successivamente alla entrata in vigore del D.Lgs. 36/2021.

 

Ora sia l’articolo 1 L. 398/1991, che fa espresso riferimento alle associazioni sportive “senza scopo di lucro”, che l’articolo 90 Legge 27 dicembre 2002, n. 289 (“società sportive dilettantistiche costituite in società di capitali senza fine di lucro”) sembrerebbero escludere la possibilità di continuare ad applicare, in presenza di distribuzione di utili, la legge in esame.

 

È pur vero che l’articolo 8, comma 1 (che, ricordiamo rubrica “Assenza di fine di lucro”), indicano che le società sportive debbano destinare “eventuali utili ed avanzi di gestione allo svolgimento dell’attività statutaria o all’incremento del proprio patrimonio” ma il comma 3 (i cui contenuti sono stati descritti nel nostro precedente contributo) appare come un’eccezione (o, se si preferisce, una deroga) al principio e, pertanto, escluderebbe la possibilità di applicare la L. 398/1991.

 

Ad analoga conclusione si dovrà arrivare facendo riferimento a due altre norme di uso comune da parte delle Ssd.

 

Ci riferiamo all’articolo 148, comma 3, Tuir ai fini delle imposte sui redditi, e l’articolo 4, comma 4 ai fini Iva sulla decommercializzazione dei corrispettivi specifici.

 

Questo perché entrambe le norme vincolano la loro applicazione al “divieto di distribuire anche in modo indiretto, utili o avanzi di gestione nonché fondi, riserve, o capitale”.

 

Conferma alla tesi della non applicabilità di dette norme alle Ssd che avessero scelto la possibilità di una distribuzione parziale di utili si ricava anche dalla previsione dell’articolo 36, comma 3, D.Lgs. 36/2021, laddove, nel prevedere l’assoggettamento ad Iva dei corrispettivi per la cessione dei contratti degli atleti, specifica che ai fini dei redditi si potrà applicare l’articolo 148 solo per le società e associazioni sportive dilettantistiche “senza fini di lucro”.

 

L’inciso, che non è presente in altri passaggi del decreto in cui si fa riferimento ai sodalizi sportivi appare conferma della non applicabilità dell’articolo 148 Tuir alle Ssd con distribuzione di utili.

 

Chiarito questo non vi sono, invece, dubbi che tutte le Ssd, ivi comprese quelle “parzialmente lucrative”, potranno e dovranno applicare la nuova disciplina sul lavoro sportivo dilettantistico, nonché la disposizione di cui all’articolo 12 del citato D.Lgs. 36/2021 laddove si prevede l’inapplicabilità della ritenuta di cui all’articolo 28 D.P.R. 600/1973 sui contributi erogati dal Coni e dagli enti affilianti (ricordando che l’esonero da ritenuta non fa perdere la natura di componente positiva di reddito del contributo per le Ssd)l’imposta di registro in misura fissa per gli atti costitutivi e di trasformazione; la presunta natura di spesa pubblicitaria dei corrispettivi per sponsorizzazione fino a euro 200.000; l’esenzione da Iva sulle somme versate a titolo di premio di addestramento e formazione tecnica.

 

La nostra società sportiva di capitale potrà comunque sempre godere delle rimanenti agevolazioni previste per il mondo dello sport dilettantistico che proviamo a riassumere:

 

  • esclusione da imposta sulla pubblicità della cartellonistica collocata all’interno di Impianti con capienza non superiore a 3.000 posti;
  • esclusione dall’applicazione della tassa sul bollo e sulle concessioni governative;
  • detrazioni dall’imposta per contributi erogati fino ad un massimo di euro 1.500. L’articolo 15, comma 1, lett. i-ter consente la detrazione del 19% dei contributi erogati da persone fisiche ad associazioni sportive dilettantistiche fino ad un massimo di euro 1.500 annui;
  • detrazione del 19% delle spese di iscrizione ai corsi fino a euro 210 annui;
  • riduzione dell’accisa gas metano.

 

di Biagio Giancola, Guido Martinelli

 

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Prime considerazioni sulla riforma del lavoro sportivo dilettantistico

14/06/2022 di Guido Martinelli

Permane l’incertezza sulla disciplina del lavoro sportivo che dovrà essere applicata a partire dal prossimo 1° gennaio 2023. Infatti, il tanto atteso testo del correttivo al D.Lgs. 36/2021 continua a latitare.

 

Ricordiamo che manca ancora l’approvazione, in prima lettura, da parte del Consiglio dei Ministri che possa dare il via all’iter finale di approvazione (parere consultivo delle commissioni parlamentari competenti e della conferenza Stato-Regioni, oltre al voto finale, nuovamente da parte del Governo).

 

Pertanto, se ci sarà correttivo, questo vedrà la sua definitiva approvazione a ridosso della sua entrata in vigore e conseguente applicazione.

 

Questo sta impedendo ogni programmazione al mondo dello sport che si trova impossibilitato, non avendo certezze sul “costo lavoro”, sia a formulare i propri budget di attività sia a redigere i piani economico-finanziari necessari per la partecipazione alle procedure di assegnazione degli impianti sportivi pubblici.

 

E, sul tutto, grava l’interpretazione dell’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir fornita dalla Corte di Cassazione, che prevede l’utilizzo della norma agevolativa solo in presenza di attività che non sia quella principale del “lavoratore”, ribadendo, con efficacia interpretativa e quindi con effetto anche sul passato, la tesi della inapplicabilità della disciplina dei redditi diversi a lavoratori che svolgono con continuità l’attività sportiva dilettantistica.

 

Ma alla luce di qualche indiscrezione nel frattempo trapelata, della circostanza che trattasi di “correttivo” e che, pertanto non potrà la novella “stravolgere” l’impianto dell’attuale D.Lgs. 36/2021, nonchè di alcuni documenti di prassi amministrativa pubblicati recentemente dalla Agenzia delle entrate, qualche prima considerazione riteniamo possa essere fatta.

 

La prima è quella che, di fatto, si riduce fino quasi ad annullarsi la differenza tra sport professionistico e sport dilettantistico.

 

Per entrambe le fattispecie avremo che le prestazioni sportive a carattere oneroso saranno da inquadrare come prestazioni di lavoro, autonomo o subordinato a seconda dei casi, entrambe prevedranno il regime di svincolo per gli atleti, anche le società dilettantistiche potranno procedere ad una parziale distribuzione degli utili e il socio recedente potrà valorizzare la sua quota a valore di bilancio.

 

Scompaiono i compensi sportivi disciplinati solo sotto il profilo fiscale, quelli che abbiamo applicato (male, come ci ha detto la Cassazione) fino ad oggi e scompaiono anche gli “amatori”, altra figura ibrida presente nel vigente D.Lgs. 36/2021.

 

Quindi avremo solo “volontari” (che sono coloro i quali non percepiscono alcun tipo di compenso per l’attività svolta). Per costoro dovrà solo essere garantita, in aggiunta alle polizze assicurative connesse al tesseramento, la copertura per responsabilità civile verso terzi.

 

I lavoratori retribuiti di un centro sportivo si divideranno in due grandi famiglie:

 

  • i lavoratori “ordinari”, che saranno coloro i quali svolgono mansioni non riconosciute come sportive dal decreto in esame o dagli enti affilianti di competenza (ad esempio: custodi, manutentori, addetti alle pulizie, al pro shop, al punto di ristoro, all’area benessere, ecc.) nei cui confronti si applica la disciplina ordinaria del rapporto di lavoro,
  • e i “lavoratori sportivi” intendendosi come tali allenatori, istruttori, atleti, direttori sportivi, direttori tecnici nei cui confronti, invece, si applicherà la disciplina prevista dal nuovo decreto.

 

Qui si pone il tema del dover inquadrare il rapporto di lavoro che, secondo quanto prevede la norma, potrà costituire rapporto di lavoro autonomo, subordinato o collaborazione coordinata e continuativa.

 

Probabilmente questa appare essere la criticità prevalente che rimarrà anche dopo il correttivo.

 

La volontà di arrivare ad una tipizzazione di tutto il rapporto di lavoro sportivo (inquadrandolo sempre e comunque come collaborazione coordinata e continuativa), richiesta a gran voce, sembra che non sia stata accolta dal legislatore.

 

Pertanto, salva l’introduzione di alcune presunzioni e l’importante lavoro preventivo che si potrà fare con la certificazione dei contratti sportivi, questa incertezza permarrà come connotato “negativo” della riforma.

 

Rimane confermata anche la figura delle amministrativo-gestionali con la medesima disciplina prevista per i lavoratori sportivi.

 

Nel frattempo, è giunta notizia che il CCNL sul lavoro negli impianti sportivi e palestre, sottoscritto da Confcommercio come parte datoriale e dalle organizzazioni di settore di Cgil, Cisl e Uil come parti sindacali è stato prorogato fino al 31.12.2023 con alcune modifiche, in particolare sui minimi tabellari.

 

Questo significherà, ad esempio, che le prestazioni medie di un istruttore inquadrato al terzo livello dovranno essere retribuite, sulla base di 40 ore di prestazione settimanale, ad un minimo di euro 1.450,36 lordo a partire dal prossimo primo ottobre; minimo a cui le sportive del terzo settore dovranno a maggior ragione attenersi ai sensi di quanto previsto dall’articolo 16, comma 1, del codice del terzo settore.

 

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Cosa cambierà per le sportive con la riforma dello sport? – seconda parte

08/04/2022 di Guido Martinelli

Proseguendo l’analisi avviata con il precedente contributo, un aspetto di sicuro interesse per il mondo sportivo è la possibilità, prevista dall’articolo 14 D.Lgs. 39/2021, per le associazioni sportive dilettantistiche “non riconosciute”, di acquisire la personalità giuridica mediante deposito, da parte del notaio rogante, dello statuto presso l’istituendo nuovo registro delle attività sportive.

 

Gli effetti della norma decorreranno dal prossimo 31 agosto.

 

Riepiloghiamo lo stato dell’arte.

 

La personalità giuridica di diritto privato, per gli enti di cui al primo libro del codice civile:

 

  • consiste nella acquisizione della autonomia patrimoniale perfetta (delle obbligazioni contratte ne risponde solo il patrimonio della associazione)
  • e si ottiene, ai sensi di quanto previsto dagli articoli 14 e ss. cod. civ. e D.P.R. 361/2000, attraverso una domanda alla Prefettura per gli enti che operano su base nazionale o alla Presidenza della Giunta Regionale (o Provinciale per le provincie autonome) per le realtà territoriali che operano in materie delegate alle Regioni.

 

Il riconoscimento ha natura discrezionale, sulla base della valutazione di conformità posta in essere dalla Autorità amministrativa tra quelle che sono le finalità dell’ente e il patrimonio che dimostra di possedere e che ha la funzione di garantire i terzi che contraggono con l’ente riconosciuto.

 

Nel tempo si è arrivati ad avere una quantificazione del patrimonio necessario al fine di ottenere il riconoscimento estremamente variegata sul territorio nazionale (per le associazioni: Lombardia euro 30.000; Emilia Romagna euro 25.000; Piemonte euro 15.000, Bolzano euro 5.500).

 

Il D.P.R. 117/2017 disciplina, all’articolo 22, per gli enti del terzo settore una procedura “semplificata” per ottenere detto riconoscimento delegando al notaio rogante la verifica della sussistenza dei requisiti, anche patrimoniali, per l’ottenimento del riconoscimento, che si perfeziona con l’iscrizione al Runts da parte del medesimo.

 

Il codice del terzo settore uniforma su tutto il territorio nazionale la consistenza patrimoniale necessaria quantificandola in euro 15.000.

 

In questo quadro normativo si inserisce l’articolo 14 D.Lgs. 39/2021 che, con procedura analoga (deposito da parte del notaio), porta a far conseguire alle associazioni sportive richiedenti il citato riconoscimento.

 

La novità assoluta è che detta richiesta non deve essere comprovata dalla esistenza di alcuna valutazione di ordine patrimoniale.

 

Identificato il vulnus si deve valutare come questo impatti sul mondo dei rapporti economici.

 

Se è vero, come è pacifico, che il minimo patrimoniale assolveva a garanzia dei diritti dei terzi, questa funzione è stata stravolta dal diritto societario che vede parecchi enti dotati di personalità giuridica con patrimoni minimi o addirittura simbolici (srl semplificate, cooperative, ecc.).

 

Il mondo sportivo, diversamente da quello del terzo settore, non ha una differenziazione netta, ad esempio, nel tipo di attività, tra associazioni e società sportive dilettantistiche.

 

Se si volessero, quindi, trasferire anche nel D.Lgs. 39/2021 gli stessi principi dell’articolo 22 cts, avremmo che una asd che svolge una attività non economica deve garantire i terzi con 15.000 euro di patrimonio e una ssd che magari ha milioni di euro di volume d’affari è regolarmente dotata di autonomia patrimoniale con un capitale sociale di 10.000 euro (e magari neanche interamente versato).

 

Premesso quindi che l’assenza della richiesta di un patrimonio minimo, in un’ottica evolutiva degli enti associativi non appare discutibile, assai dubbia è la disciplina indicata.

 

Infatti il comma 13-quinquies dell’articolo 10 D.L. 73/2021 (convertito con modifiche dalla L. 106/2021) ha abrogato, per le associazioni e società sportive dilettantistiche, l’obbligo del deposito dello statuto al registro delle attività sportive.

 

Pertanto il notaio dovrà comunque depositare l’atto al dipartimento per lo sport ma non ci potrà essere l’iscrizione dell’ente al registro anche perché l’ente dovrà provvedere anche alla affiliazione alla Federazione o all’ente di promozione sportiva di riferimento.

 

Quale sarà quindi il dies a quo del riconoscimento?

 

In più, se appare chiaro il dettato per gli enti di nuova costituzione (“…il notaio che ha ricevuto l’atto costitutivo di una associazione, verificata la sussistenza delle condizioni previste dalla legge per la costituzione dell’ente … deve depositarlo entro venti giorni presso il competente ufficio del dipartimento per lo sport…) , non si comprende come possano richiedere il riconoscimento associazioni sportive prive di personalità giuridica già iscritte al registro alla data di entrata in vigore della nuova disciplina.

 

Così come appare di assai difficile praticabilità la richiesta di depositare, all’atto della richiesta di iscrizione al registro delle attività sportive, i “dati dei tesserati”. Ciò in quanto il tesseramento normalmente decorre da quando la sportiva è regolarmente affiliata ed operativa.

 

Una figura nuova prevista dalla riforma, all’articolo 33, comma 6, D.Lgs. 36/2021 è quella del “responsabile della protezione dei minori” che ha lo scopo di prevenire ogni possibile abuso o violenza sui giovani sportivi.

 

Funzioni e compiti di questo nuovo soggetto che si affaccia al mondo dello sport saranno meglio definiti in un emanando decreto interministeriale previsto dalla stessa norma. 

 

 

 

 

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Cosa cambierà per le sportive con la riforma dello sport? – prima parte

18/03/2022 di Guido Martinelli

Proviamo ad analizzare quali saranno gli adempimenti che le associazioni e società sportive dilettantistiche dovranno effettuare per allinearsi alla previsione dei decreti di riforma dello sport che entreranno in vigore a partire dal prossimo 1° gennaio.

 

Il primo aspetto da controllare sarà quello di verificare la compatibilità con la nuova disciplina dell’oggetto sociale, indicato in statuto, che dovrà necessariamente prevedere il “riferimento all’esercizio in via stabile e principale dell’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche”.

 

Questo significherà, per quelle associazioni sportive che non siano anche associazioni di promozione sociale e per le società di capitali, eliminare dalle finalità istituzionali tutte quelle non strettamente connesse con la pratica sportiva (vedi proventi da posti di ristoro, vendita materiale sportivo, attività estetica o fisioterapica, ecc.).

 

Dette attività dovranno rientrare tra quelle secondarie e strumentali, disciplinate dall’articolo 9 D.Lgs. 36/2021 e che potranno essere effettuate con i limiti e i criteri che saranno definiti da un emanando decreto ministeriale.

 

Se, come tutto fa credere, saranno analoghi a quelli previsti per gli enti del terzo settore, i proventi derivanti dalle attività “extra sportive non potranno superare il trenta per cento dei ricavi o il sessantasei per cento dei costi sostenuti dalla sportiva nel periodo di imposta.

 

Si chiarisce che, al momento, non si conosce chi potrà verificare il rispetto di detta proporzione (si ricorda che le Asd non saranno tenute al deposito del bilancio nel nuovo registro delle attività sportive) e, comunque, quale sia la sanzione che potrà essere comminata a chi non rispettasse i limiti che saranno indicati nel decreto sopra ricordato.

 

Si evidenzia anche, come diversità rispetto al regime del terzo settore, che l’eventuale cancellazione dal registro delle attività sportive potrà avere come conseguenza solo la perdita delle agevolazioni previste per i sodalizi sportivi dilettantistici ma nessuna conseguenza sotto il profilo patrimoniale.

 

Al contrario, invece, l’eventuale cancellazione dal Runts provocherà l’obbligo di devoluzione dell’incremento patrimoniale che l’ente ha conseguito nel periodo in cui ha assunto la qualifica di ente del terzo settore

 

Ne conseguirà che saranno da eliminare dagli statuti eventuali categorie di associati per i quali veniva prevista solo l’attività ricreativa (ad esempio diritto a frequentare la club house) e non la pratica sportiva.

 

Da evidenziare che non viene previsto alcun periodo transitorio per l’adeguamento degli statuti e, tantomeno, una facilitazione, come invece era contenuta nella riforma del terzo settore sulle modalità di tenuta della assemblea di modifica statutaria.

 

Ci si augura che, sempre in analogia a quanto previsto dal D.Lgs. 117/2017 le modifiche obbligatorie per legge non impongano l’assoggettamento anche ad imposta di registro.

 

Ma tale modifica non sarà priva di conseguenze sotto anche altri profili.

 

Il più rilevante è che le finalità istituzionali saranno, a questo punto, solo quelle sportive.

 

Pertanto accadrà che tutte le iniziative “non sportive” poste in essere da una Asd (ad esempio un corso culturale per i propri associati) per le quali viene previsto un corrispettivo specifico, non essendo più conformi alle finalità istituzionali della associazione, produrranno un ricavo imponibile per l’ente sia reddituale che ai fini iva anche se l’accesso fosse riservato esclusivamente agli associati

 

Inoltre, diventando proventi commerciali non connessi con le finalità istituzionali non potranno più neanche rientrare nelle forfettizzazioni previste sia ai fini dei redditi che dell’Iva dalla L. 398/1991.

 

Ciò avvantaggerà, invece, le sportive che avranno assunto anche lo status di associazioni di promozione sociale.

 

In tal caso sarà possibile indicare, oltre allo sport dilettantistico, ulteriori attività di interesse generale indicate dall’articolo 5 del codice del terzo settore, quali, ad esempio, quelle culturali o ricreativerecuperando in tal caso la decommercializzazione su tali attività, dei corrispettivi specifici versati dagli associati (e, per le aps, dai familiari conviventi).

 

Altra valutazione, di carattere discrezionale, riservata alle Ssd, sarà legata alla possibile introduzione della possibilità di prevedere parziali modifiche al divieto di distribuzione di utili stabilito dal terzo comma dell’articolo 8.

 

Questo potrebbe significare, però, la perdita del diritto a godere di determinate agevolazioni fiscali riconosciute esclusivamente agli enti senza scopo di lucro.

 

Si ricorda che l’iscrizione al Registro delle attività sportive diventerà requisito necessario “per accedere a benefici e contributi pubblici di qualsiasi natura”.

 

Va ricordato che anche per le sportive sarà necessario devolvere il patrimonio, in caso di scioglimento, esclusivamente a fini sportivi ma, contrariamente a quanto sul punto previsto dal codice del terzo settore, la procedura di devoluzione non dovrà essere “autorizzata” né è sanzionata da nullità in caso di mancato rispetto della norma.

 

 

 

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Le Asd e l’obbligo di tenuta dei libri sociali

17/02/2022 di Guido Martinelli

L’analisi dell’obbligo di tenuta dei libri sociali per i sodalizi sportivi dilettantistici impone una distinzione preliminare: la prima riguarda la forma giuridica (associazione o società), la seconda riguarda la qualifica (ente iscritto solo al registro Coni o iscritto anche al Runts).

 

Se la sussistenza dell’obbligo appare pacifica per le società sportive dilettantistiche, qualche approfondimento necessita la disciplina per le associazioni.

 

Infatti, fino alla entrata in vigore del codice del terzo settore (D.Lgs. 117/2017), non vi era alcuna norma che disciplinasse o imponesse la tenuta dei registri sociali per gli enti di cui al primo libro del codice civile (associazioni, fondazioni e comitati).

 

La previsione di cui all’articolo 2421 cod. civ. in materia di società, sull’obbligo di tenuta dei libri sociali, non si ritiene di valore cogente per gli enti associativi.

 

Tant’è che il suggerimento sulla opportunità della loro tenuta nasceva da considerazioni prevalentemente di carattere probatorio.

 

Infatti, come è noto, per le associazioni non riconosciute, la responsabilità solidale e illimitata, di cui all’articolo 38 cod. civ., si pone in capo a colui il quale esterna la volontà dell’ente, indipendentemente dalla qualifica ricoperta.

 

Per consentirgli di rivalersi, ove fosse chiamato a rispondere dell’obbligazione assunta in nome e per conto della associazione, nei confronti degli altri componenti dell’organo collegiale, la possibilità è data solo dal poter provare la condivisione della scelta. Prova che, evidentemente, è fortemente facilitata dal possesso di una verbalizzazione della seduta.

 

Inoltre, ai fini fiscali, la possibilità di poter godere della agevolazione sui corrispettivi specifici di cui all’articolo 148, comma 3, Tuir è legata all’adozione del principio della “sovranità assembleare” di cui alla lettera e) del comma 8 della citata norma.

 

Anche in questo caso, per poter “dimostrare” l’effettivo perseguimento di tale principio, la verbalizzazione delle sedute assembleari ne diventa ovvio presupposto.

 

In questo quadro si inserisce l’articolo 15 D.Lgs. 117/2017 (meglio noto come codice del terzo settore), rubricato “Libri sociali obbligatori” che impone la tenuta del:

a) libro degli associati;

b) libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’assemblea (all’interno del quale dovranno essere trascritti anche i verbali redatti per atto pubblico);

c) libro delle adunanze e delle deliberazioni del Consiglio di amministrazione o del Comitato direttivo;

d) libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’organo di controllo (se previsto dallo statuto) nonché del Collegio dei probiviri.

 

La norma ne impone l’attivazione (“gli enti del terzo settore devono tenere”) ma non disciplina le modalità di tenuta, conservazione e di eventuale vidimazione e non prevede espressa sanzione per la loro mancata eventuale attivazione.

 

Il comma 3 del citato articolo 15, in parallelo con l’articolo 2422 cod. civ., riconosce ad associati od aderenti il diritto di esaminare i libri sociali, secondo le modalità regolamentate nell’atto costitutivo o nello statuto.

 

Appare necessaria questa regolamentazione in quanto, altrimenti, si assisterebbe ad un diritto ingestibile all’indiscriminato accesso a questi documenti, con possibile anche violazione della disciplina sul trattamento dei dati personali.

 

Oltre ai citati registri, l’articolo 17, comma 1, del codice del terzo settore impone, in presenza di attività svolta da volontari, l’attivazione di un apposito ulteriore registro dove indicare “volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale”.

 

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, con la nota n. 7180 del 28.05.2021, ha reso noto che – a giudizio dell’amministrazione – resta in vigore quanto previsto dal D.M. 14.02.1992, n. 92 (adottato in attuazione dell’articolo 4 L. 266/1991, abrogato).

 

Ciò significa, in particolare, che è necessario che il registro dei volontari abbia una numerazione progressiva delle pagine, la bollatura in ogni pagina da parte del notaio, di un segretario comunale o di altro pubblico ufficiale abilitato, nonché l’apposizione della dichiarazione del numero complessivo delle pagine da parte dell’autorità che ha bollato.

 

Va intanto chiarito che il registro dei volontari non si sovrappone a quello degli associati in quanto un ente del terzo settore ben potrà avere associati non volontari e, viceversa, volontari non associati.

 

Se, quindi, per la sportiva che sia anche ente del terzo settore appare obbligatoria la tenuta dei registri sopra indicati (si auspica che sia presto chiarita la necessità o meno di vidimare anche i libri sociali, così come espressamente ricordato dal Ministero competente per il libro dei volontari), si pone il problema se questi obblighi si estendano anche alle sportive iscritte solo al registro della attività sportive, quindi non Ets.

 

L’obbligo appariva pacifico alla luce di quanto previsto dall’articolo 6, comma 3, D.Lgs. 39/2021 che imponeva il deposito presso il registro delle attività sportive dei verbali delle modifiche statutarie, di quelli elettivi e di quelli di modifica della sede sociale.

 

Detto deposito non è più previsto in virtù della novella contenuta dall’articolo 10 D.L. 73/2021 convertito con L. 106/2021 ma si ritiene, comunque, che l’assenza dei libri citati in premessa, in caso di verifica, per le Asd non iscritte al registro del terzo settore potrebbe essere visto come assenza di regolare “vita associativa” con conseguente perdita delle agevolazioni previste per gli enti associativi

 

 

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Il lavoro sportivo dilettantistico e la giurisprudenza della Cassazione

25/01/2022 di Guido Martinelli

Dopo la decisione della CTR Trentino Alto Adige che avevamo commentato il mese scorso (“La giurisprudenza e la riforma del lavoro sportivo” in Euroconference News del 6 dicembre scorso), la Suprema Corte di Cassazione ha continuato il suo lavoro di nomofilachia con una serie di sentenze, tutte emesse durante le recenti vacanze natalizie, sul lavoro sportivo dilettantistico (sentenze nn. 41397/2021; 41467/2021; 41418/2021; 41419/2021; 41420/2021; 41468/2021; 41570/2021; 41729/2021; 175/2022; 177/2022; 952/2022; 953/2022; 954/2022).

 

Tredici decisioni, tutte della sezione lavoro, univoche e conformi nel ritenere che, in presenza di una attività sportiva dilettantistica svolta a titolo oneroso, con continuità, in maniera professionale, i compensi sportivi dilettantistici di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir non possano essere riconosciuti (“… non consente di includere all’interno dell’area dei redditi diversi le somme percepite da coloro i quali svolgono professionalmente le attività cui le somme si riferiscono..).

 

Queste decisioni si pongono in netta controtendenza rispetto ad un’ampia giurisprudenza di merito.

 

Secondo la Corte d’appello Firenze, sentenza n. 683/2014: “… la finalità perseguita dal legislatore è quella di realizzare un regime di favore a vantaggio delle associazioni sportive dilettantistiche esentando dal pagamento dell’imposta (e della contribuzione) quanto queste corrispondano in forme di rimborsi forfettari o di compensi non solo agli atleti ma anche a tutti coloro che collaborino con mansioni tecniche o anche gestionali, al funzionamento della struttura riconosciuta dal Coni. Vi sottende, ovviamente, la necessità di incentivare questo tipo di attività e di alleggerirne i costi di gestione, sul presupposto della oggettiva valenza della funzione, anche educativa che consegue all’esercizio di attività sportive non professionistiche“.

 

Il Tribunale Ancona, con sentenza n. 3642/2011 ha statuito quanto segue: “deve, pertanto, ritenersi che il legislatore abbia previsto l’esonero da tassazione e contribuzione in favore dell’intera attività sportiva dilettantistica, in tutte le sue manifestazioni, anche laddove non strettamente collegate ad un evento agonistico, così come reso evidente dall’inclusione in tale esonero anche delle attività di carattere amministrativo-gestionale.

 

Sul punto si veda anche la sentenza della Corte d’Appello Milano, Sez. Lav., n. 1172/2014 secondo la quale il mancato riferimento alla non professionalità per le prestazioni sportive dilettantistiche contenuto nell’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir sarebbe significativo della voluntas legis di non attribuire alcuna rilevanza a detto requisito: ci sarebbe “una sorta di presunzione del carattere non professionale delle prestazioni in esame”.

 

Ma l’orientamento di legittimità in esame appare anche in controtendenza rispetto ad una precedente pronuncia della Suprema Corte“.…invero, in un’ottica premiale della funzione sociale connessa all’attività sportiva dilettantistica, quale fattore di crescita sul piano relazionale e culturale, il legislatore ha inteso definitivamente chiarire che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione ed assistenza ad attività sportiva dilettantistica beneficiano dell’esenzione fiscale e contributiva, senza voler limitare, come in precedenza in alcuni ambiti sostenuto, tale favor alle sole prestazioni rese in funzione di una partecipazione a gare e/o a manifestazioni sportive…” (Cassazione Civile, Sez. lavoro, ordinanza n. 24365 del 30.09.2019).

 

Il Collegio, in tutte le tredici decisioni in commento, che ripetono le medesime motivazioni, ripercorre la storia legislativa in ordine alla tutela assicurativa dello sport fino al quadro normativo attuale.

 

Dopo aver ricordato la disciplina dello sport professionistico e la scelta verso la subordinazione per presunzione legislativa, la Corte punta a distinguere la prestazione sportiva dilettantistica inquadrata come attività a carattere ludico da quella svolta nell’ambito di una prestazione sinallagmatica a carattere lavorativo.

 

Viene quindi definitivamente smentita la tesi che inquadrava il lavoro sportivo dilettantistico come norma speciale e fattispecie dotata di terzietà rispetto ai criteri ermeneutici del lavoro autonomo o del lavoro subordinato sulla quale si era posta anche la prassi amministrativa.

 

In tale direzione si erano posti prima il Ministero del Lavoro con la sua nota del 21 febbraio 2014 prot. n. 4036 (“In questo quadro il Ministero ravvisa pertanto l’opportunità di farsi promotore d’intesa con Inps di iniziative di carattere normativo volte ad una graduale introduzione di forme di tutela previdenziale a favore di soggetti che, nell’ambito delle associazioni e società sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni, dalle Federazioni Sportive Nazionali nonché dagli enti di promozione sportiva, svolgono attività sportiva dilettantistica nonché attività amministrativa gestionale non professionale ex articolo 67 primo comma lett. m) ultimo periodo del Tuir”) e, successivamente, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro con propria lettera circolare del 01.12.2016 n. 1/2016 (che testualmente riporta: “… la volontà del legislatore … è stata certamente quella di riservare ai rapporti di collaborazione sportivo – dilettantistici una normativa speciale volta a favorire e ad agevolare la pratica dello sport dilettantistico rimarcando la specificità di tale settore che contempla anche un trattamento differenziato rispetto alla disciplina generale che regola i rapporti di lavoro”).

 

Oltre alle decisioni della Corte di legittimità, richiamate nel precedente contributo, va ricordata la L. 86/2019, contenente la delega al Governo per la riforma dello sport.

 

Da tale norma ne è derivato, per quanto di nostro interesse, il D.Lgs. 36/2021, i cui effetti decorreranno dal 31. 12.2022, che, nel titolo V, articoli 25 e ss., reca: “Disposizioni in materia di lavoro sportivo”. La richiamata disposizione ha escluso la tipizzazione del rapporto ribadendo la tesi, condivisa dalla Cassazione, che la prestazione dello sportivo dilettante va verificata alla luce dei principi generali del diritto del lavoro (quindi non più come fattispecie autonoma o atipica); principi che, applicati al caso di specie, ci vedrebbero soccombenti.

 

Questo il contesto di valutazione dell’applicabilità degli oneri previdenziali all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.

 

La preliminare osservazione è nel senso di escludere dall’area dei redditi diversi “le somme percepite da coloro i quali svolgono professionalmente le attività cui le somme si riferiscono”.

 

A queste conclusioni conduce “l’incipit” dell’articolo 67 Tuir, che esclude i “redditi di capitale, quelli conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, in relazione alla qualità di lavoratore dipendente”.

 

Si tratta di presupposti fondanti ai fini della esclusione/inclusione tra i redditi diversi e ciò anche nel caso in cui il percettore percepisca compensi nell’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica.

 

La disposizione porrebbe un discrimine che non è costituito dalla caratterizzazione della attività in sé e dal profilo ricavabile dal riconoscimento dell’Ente sportivo preposto, ma dalla modalità della sua esplicazione, cosicché si può operare in campo dilettantistico professionalmente.

 

I succeduti interventi giurisprudenziali hanno argomentato sulla rilevanza e sulla astratta applicabilità in materia previdenziale della disposizione di cui all’articolo 67 Tuir citato “fermo restando che ne ricorrano i presupposti concreti”.

 

In sostanza, occorre attingere ai criteri di selezione “dei redditi individuati e comprovare la effettiva e concreta presenza dei requisiti specifici richiesti dalla citata disposizione”; dall’affermazione della riferibilità dell’articolo 67 Tuir a compensi per attività sportiva dilettantistica, non discende certamente l’individuazione di un’area di automatica esenzione dall’obbligo contributivo invocabile dalle associazioni o società formalmente riconosciute quali dilettantistiche.

 

Si tratta quindi di verificare la sostanziale natura dilettantistica dell’ente erogatore di compensi, verifica non soddisfatta dal “dato del tutto neutrale dell’affiliazione ad una Federazione sportiva o al Coni”.

 

Il contribuente è onerato a dare prova dei presupposti e dei requisiti per godere del regime di vantaggio.

 

In virtù dell’ipotesi eccettuativa di cui all’articolo 67 citato, anche riferita all’obbligo contributivo previdenziale, non sono soggette agli obblighi predetti le prestazioni contenute nei limiti monetari prefissati e relative alle dettagliate attività, a condizione che chi invoca l’esenzione dimostri la fonte del reddito, la natura sostanziale dilettantistica dell’ente erogatore , lo svolgimento della prestazione “in ragione del vincolo associativo esistente tra prestatore e associazione o a società dilettantistica, restando esclusa la possibilità che si tratti di prestazioni collegate all’assunzione di un distinto obbligo personale”, che il soggetto percettore non svolga tale attività con carattere professionale e cioè “in corrispondenza all’arte o professione abitualmente esercitata anche se non in modo esclusivo”.

 

Se è pur vero che l’enunciato di diritto della Corte di legittimità non costituisce fonte del diritto, non ha carattere vincolante, non rappresenta una lex specialis essendo nell’esercizio della funzione giurisdizionale, è altrettanto vero che costituisce la generalizzazione del principio che regola, “regge” il caso, principio con funzione uniformante l’interpretazione e la portata applicativa della norma.

 

Pare che la scelta interpretativa riposi sul precetto fondamentale dell’articolo 38 Costituzione; “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria…”indipendentemente dalla qualificazione giuridico-formale del rapporto di lavoro.

 

Le figure nuove e le aree di attività considerate dal legislatore fiscale nella disposizione di cui all’articolo 67 Tuir se ed in quanto presentano caratteristiche esterne al lavoro, come declinato nelle classiche categorie, beneficiano dell’esenzione Irpef e non sono soggette a contribuzione previdenziale.

 

Tanto sul presupposto, condizionante, che non si tratti di lavoratori, e quindi che l’attività svolta dagli operatori in seno a ente sportivo dilettantistico non costituisca un mestiere, ma abbia caratteristiche, hobbistiche, amatoriali, di diletto, per condivisione di finalità, a favore di un ente sostanzialmente e concretamente dilettantistico, che il compenso non sia remunerativo proporzionalmente alla quantità e qualità dell’attività prestata e sia contenuto nei limiti monetari di cui all’articolo 69 Tuir.

 

In caso contrario dovrà valutarsi il rinvio integrale agli articoli 36 e 38 Costituzione.

 

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La giurisprudenza e la riforma del lavoro sportivo

06/12/2021 di Guido Martinelli

La CTR del Trentino-Alto Adige, sez. I Trento, con sentenza n. 79 del 08.10.2021 esaminando il ricorso di un maestro di sci, affronta diversi punti di interesse della disciplina fiscale e del lavoro di tale categoria di professionisti dello sport.

 

maestri di sci sono, infatti, insieme agli istruttori di vela, gli unici sportivi che posseggono un albo professionale istituito per legge (L. 81/1991).

 

Il contribuente in esame, che era anche dipendente pubblico, aveva svolto in maniera del tutto episodica attività di maestro di sci in favore di terzi e svolto una attività di: “coordinamento e aiuto organizzazione gare nonché di preparazione e manutenzione del materiale” in favore di uno sci club da cui aveva conseguito un compenso defiscalizzato pari a euro 7.500.

 

Il tutto senza applicare la disciplina, sia ai fini iva che dei redditi, del lavoro autonomo professionale derivante dall’iscrizione all’albo.

 

Il giudice di appello, su ricorso della Agenzia delle entrate che aveva impugnato la sentenza di primo grado favorevole al resistente, ha confermato sostanzialmente la tesi del primo giudicante e respinto l’impugnazione della Amministrazione finanziaria.

 

La decisione si basa su alcuni punti di diritto che appare opportuno analizzare.

 

L’iscrizione ad un albo professionale, di per sé, non costituisce svolgimento di attività professionale; ne potrà costituire “un indizio di abitualità ma non rappresenta un indice univoco di regolarità, stabilità e sistematicità dell’esercizio professionale”.

 

L’attività di maestro di sci era limitata a cinque giornate complessive per le due annualità accertate e quindi, come tale, è stata ritenuta una “attività non abituale ma, all’opposto, del tutto episodica e saltuaria”. Pertanto non si configura l’abitualità prevista dall’articolo 53, comma 1, Tuir.

 

Pertanto il primo punto da evidenziare è come il Giudicante abbia ritenuto possibile (anche ai fini Iva) una prestazione occasionale (sussistendone le caratteristiche) anche da parte di un soggetto iscritto ad un albo professionale.

 

Il secondo punto, sul quale si esprimono forti riserve, è la compatibilità tra una prestazione sportiva dilettantistica (quella che ha dato origine al pagamento da parte dello sci club dei 7.500 euro) e lo status di pubblico dipendente, in apparente contrasto con la disciplina di cui all’articolo 90 L. 289/2002; disciplina che, ricordiamo, sarà comunque modificata dal D.Lgs. 36/2021 che entrerà in vigore, per la parte di interesse, a partire dal 1° gennaio 2023.

 

Altro aspetto toccato dal giudicante che lascia qualche perplessità è quella di aver ritenuto essere una attività diversa rispetto a quella di maestro di sci quella svolta in favore della associazione sportiva dilettantistica.

 

Ad avviso di chi scrive una attività di coordinamento e aiuto nella organizzazione delle gare rientra comunque tra le attività tipiche di un maestro di sci.

 

Ma la parte di maggiore attualità e interesse è data dal collegamento effettuato con il D.Lgs. 36/2021, ed in particolare con l’articolo 36, comma 7, che disciplina il trattamento tributario del nuovo lavoro sportivo dilettantistico.

 

Secondo il giudicante “sebbene non applicabile alla vicenda de qua merita di essere rammentata perché prevede che la soglia di esenzione attualmente pari a euro 10.000,00 di cui all’articolo 69 comma 2 del d.p.r. 22 dicembre 1986  n. 917 si applica anche ai redditi da lavoro sportivo nei settori dilettantistici quale che sia la tipologia di rapporto ed esclusivamente ai fini fiscali”.

 

Come è noto il decreto legislativo di riforma dello sport in esame, già pubblicato in Gazzetta ufficiale, farà decorrere i suoi effetti solo dal 1° gennaio 2023.

 

La tesi del Collegio, evidentemente, è quella che, trattandosi in gran parte di norme a carattere interpretativo, possano già oggi essere oggetto di eventuali interpretazioni analogiche o estensive.

 

È certo che la Commissione tributaria ha comunque ritenuto “lavorativa” la prestazione in esame e, pertanto, accettando che la disciplina applicata ai compensi erogati dallo sci club fosse quella di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m, Tuir, ha ritenuto che la vigente disciplina sui “compensi sportivi dilettantistici” sia riconoscibile anche per prestazioni lavorative sinallagmatiche.

 

Tesi, invece, non accolta dal legislatore della riforma che ha istituito le c.d. prestazioni amatoriali (che hanno le caratteristiche di non prevedere, sempre entro il tetto dei diecimila euro, versamento di oneri previdenziali e fiscali) limitandole, all’articolo 29, comma 2, a quelle per le quali possono essere riconosciuti premi e compensi occasionali nonché indennità di trasferta e rimborsi spesa, mentre ha disciplinato quelle che hanno un aspetto negoziale come fattispecie di lavoro subordinato, autonomo, collaborazione coordinata e continuativa o occasionale che se mantengono, come ricordato dalla decisione in esame, l’assenza di ritenute fiscali fino ai citati diecimila euro, prevedono comunque l’assoggettamento a contribuzione previdenziale.

 

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Le associazioni sportive dilettantistiche e il Runts

19/11/2021 di Guido Martinelli

Come è noto, il prossimo 23 novembre è la data, determinata con decreto direttoriale n. 561 del 26.10.2021, dalla quale scatteranno i termini a decorrere dai quali sarà possibile “popolare” il nuovo registro unico nazionale del terzo settore (Runts), sia attraverso la presentazione delle istanze di nuova iscrizione in una delle sezioni del Runts,  ai sensi di quanto previsto dall’articolo 38, comma 1, D.M. 15.09.2020, sia attraverso il trasferimento al Runts dei dati relativi agli enti iscritti nei registri delle Odv e delle Aps delle regioni e province autonome e nel registro nazionale delle Aps.

 

Le sportive che abbiano già assunto la qualifica di associazioni di promozione sociale non dovranno effettuare alcun adempimento in quanto il trasferimento avverrà automaticamente e sarà il Runts che provvederà a richiedere eventuale documentazione mancante o ad evidenziare eventuali necessarie modifiche statutarie al fine di adeguamento alla disciplina del codice del terzo settore.

 

Le altre, invece, potranno liberamente valutare, a partire da tale data in avanti, l’opportunità di iscriversi o meno.

 

Ne deriva che nessuna associazione dovrà fare alcun tipo di adempimento entro il 23 novembre.

 

Si ricorda che il D.L. 77/2021 (Decreto Sostegni) ha previsto, all’articolo 66, una nuova proroga per Odv, Aps e Onlus che intendano adeguare i propri statuti a quanto previsto dal Codice del Terzo settore in forma semplificata, con le modalità e le maggioranze previste per le assemblee ordinarie. Il nuovo termine è fissato al 31 maggio 2022.

 

Questa possibilità è esclusa, invece, per gli adeguamenti statutari che saranno richiesti alle Asd che dovessero presentare per la prima volta domanda di iscrizione al Runts.

 

In tal caso le eventuali modifiche che venissero richieste dovranno essere approvate da assemblee straordinarie espressamente convocate con i quorum costitutivi e deliberativi richiesti dallo statuto.

 

Questo non deve, però, fare dimenticare che l’ingresso nel terzo settore non è privo di conseguenze. Volendo anche dimenticare gli adempimenti (tra i quali, evidenziamo, l’obbligo della redazione dei rendiconti sulla base dei criteri fissati dal codice e dai decreti applicativi) resta un tema essenziale. Ossia la circostanza che un eventuale “pentimento”, ossia la decisione, magari legata alla disciplina fiscale che sarà applicata, di rinunciare e chiedere la cancellazione dal Registro comporta l’obbligo di devolvere per attività altruistiche l’eventuale incremento patrimoniale realizzato nel periodo di iscrizione al Runts.

 

A tal fine ribadiamo il suggerimento di redigere, all’atto della presentazione della domanda di iscrizione, una situazione patrimoniale aggiornata della associazione al fine di poter sempre con facilità determinare quale sia stato l’incremento patrimoniale in caso di cancellazione dal registro.

 

Le sportive che si dovranno iscrivere lo potranno fare solo in via telematica.

 

Sarà pertanto necessario munirsi di casella di posta elettronica e firma digitale. Inoltre, dovranno scegliere in quale “sezione” del registro intenderanno iscriversi.

 

Tendenzialmente le sportive potranno o iscriversi nell’ultima sezione, quella riservata “agli altri enti” che non richiede vincoli particolari (ma che consentirà di poter utilizzare solo le agevolazioni fiscali previste per la generalità degli enti del terzo settore) oppure assumere la veste di imprese sociali o di associazioni di promozione sociale. In questo caso si dovrà porre attenzione agli ulteriori requisiti costitutivi previsti per le imprese sociali dal D.Lgs. 112/2017 oppure per le Aps dagli articoli 35 e 36 del codice del terzo settore.

 

La circostanza che le sportive non siano state, come tali e contrariamente ad altri tipi di enti, espressamente tipizzate dal codice del terzo settore, appare essere, se pure ve ne fosse stato bisogno, ulteriore prova di come nel codice del terzo settore possano essere ospitate solo alcune specifiche realtà del mondo dello sport e non tutti i soggetti che appartengono a questo mondo.

 

Va detto che, invece, si è avuta notizia che non sia stata ancora presentata alla Unione europea la richiesta di autorizzazione per l’entrata in vigore del titolo X del D.Lgs. 117/2017 che contiene la parte fiscale della riforma del terzo settore. Per tale richiesta è stata nominata una apposita commissione che dovrà redigerla. Pronta, invece, è quella relativa alle imprese sociali.

 

La conclusione che ne deriva è che gli enti che si iscriveranno al Runts potranno e dovranno, almeno ancora per tutto il 2022, applicare la disciplina fiscale oggi esistente.

 

Una delle motivazioni “forti” che avrebbe visto orientate le sportive verso il terzo settore sarebbe stata la possibilità di ottenere la personalità giuridica attraverso la disciplina semplificata  prevista dall’articolo 22 del codice del terzo settore.

 

Gli enti del terzo settore già esistenti o in fase di costituzione potranno ottenere la personalità giuridica con un semplice atto notarile previa identificazione di un patrimonio di 15.000 euro, valore fisso per tutto il territorio nazionale.

 

Va detto che il D.Lgs. 39/2021, che entrerà in vigore il prossimo primo settembre per le sportive, con meccanismo analogo, consentirà di ottenere la personalità giuridica addirittura in assenza di patrimonio.

 

È pertanto presumibile che le sportive rimangano in attesa di poter cogliere, tra qualche mese il medesimo risultato senza dover avere alcun tipo di limite patrimoniale

 

 

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Le associazioni nella giurisprudenza della Corte di Cassazione

12/10/2021 di Guido Martinelli

La quinta sezione della Corte di Cassazione ha, in queste ultime settimane, emanato diverse pronunce in materia di enti su base associativa.

 

La sentenza n. 25451 del 21.09.2021 ha preso in esame il ricorso presentato dall’ultimo legale rappresentante di una associazione sportiva dilettantistica, avverso la decisione della commissione tributaria regionale che riconosceva la responsabilità personale del Presidenteex articolo 38 cod. civ., in merito ad un avviso di accertamento “in relazione a operazioni oggettivamente inesistenti per prestazioni pubblicitarie e sponsorizzazioni”.

 

Il ricorrente deduceva l’inesistenza dell’atto impositivo in quanto emesso nei confronti di soggetto che era già cessato nel momento in cui era stato notificato l’avviso di accertamento.

 

La Suprema Corte parte dal presupposto che l’estinzione o la cessazione dell’ente accertato non preclude alla Amministrazione finanziaria la possibilità di far valere le pretese fiscali emerse con riguardo al periodo della sua esistenza.

 

Ciò in quanto i termini per l’accertamento decorrono dall’anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione “sicché ove si ritenesse che l’estinzione del soggetto intervenuta nelle more fosse idonea ad impedire la ripresa, ne deriverebbe una ingiustificata riduzione dei termini in deroga delle norme in questione”.

 

Cessato il soggetto, l’azione accertativa deve essere rivolta solo nei confronti di coloro che si sono succeduti nella posizione che era propria dell’ente.

 

Secondo i giudici, l’associazione non riconosciuta si estingue immediatamente con il verificarsi di una delle cause di estinzione previste in statuto così come la liquidazione avviene secondo quanto indicato nel contratto associativo senza accedere alla procedura tipizzata dal codice civile per le associazioni riconosciute.

 

Ne deriva che in caso di estinzione dell’associazione non riconosciuta la pretesa può legittimamente essere fatta valere nei confronti di coloro che hanno agito in nome e per conto della associazione e, dunque, nei confronti in particolare dell’ultimo legale rappresentante della associazione stessa, destinatario di una obbligazione personale e solidale”.

 

La sentenza n. 25628 del 22.09.2021, invece, interviene su un accertamento dell’Ufficio, nei confronti sempre di una associazione sportiva dilettantistica dove veniva contestata, tra le altre, “l’irregolare tenuta di una contabilità separata tale da non consentire la distinzione della attività istituzionale da quella commerciale”.

 

Il sodalizio sportivo impugnava davanti ai giudici di legittimità una decisione della commissione regionale la quale avrebbe mal interpretato l’obbligo di tenuta di una contabilità separata, ex articolo 144, comma 2, Tuir, il quale non implica anche la tenuta di separati bilanci.

 

Richiamandosi ad una precedente decisione (n. 526/2021) della stessa sezione, la sentenza ricorda come la tenuta di un unico impianto contabile e di un unico piano dei conti strutturato in modo da poter individuare in ogni momento le voci destinate all’attività commerciale non sia “di ostacolo all’eventuale attività di controllo esercitata dagli organi competenti”.

 

La tenuta di una contabilità separata, si precisa, non prevede l’istituzione di un libro giornale e di un piano dei conti separato per ogni attività: non si dovrà confondere: “l’obbligo della tenuta della contabilità separata con l’obbligo di tenuta di distinti e completi bilanci di esercizio”.

 

La sentenza n. 25814 del 23.09.2021 viene emessa a fronte di un ricorso di una associazione sportiva avverso la decisione della Commissione tributaria regionale che aveva riconosciuti come indeducibili i costi sostenuti per la costruzione di un centro ippico realizzato su un terreno condotto in locazione di proprietà di due coniugi soci dell’associazione in quanto privi del requisito della inerenza.

 

Detto principio imponeva che l’utilità della spesa ricadesse in via esclusiva a vantaggio dell’impresa; nel caso in esame, invece, secondo i giudici di merito la costruzione dell’immobile e delle relative pertinenze che accedevano al terreno erano di proprietà di terze persone che ne mantenevano la titolarità, “lasciando alla società contribuente soltanto un mero diritto di godimento sottoposto alle ordinare previsioni di scadenza del contratto di affitto.

 

La Corte accoglie i motivi di ricorso del contribuente. Ritiene, infatti che la deducibilità dei costi di ristrutturazione del locale non possa essere subordinata al diritto di proprietà dell’immobile, essendo sufficiente che gli stessi siano sostenuti nell’esercizio dell’impresa, “al fine della realizzazione del miglior esercizio della attività imprenditoriale e dell’aumento della stessa e che ovviamente risultino dalla documentazione contabile”.

 

Analogamente si ritiene che si abbia diritto alla detrazione Iva purché sia presente un nesso di strumentalità tra tali beni e l’attività svolta anche se potenziale o di prospettiva.

 

La sentenza n. 26365 del 29.09.2021 è stata emessa a fronte di un ricorso dell’Agenzia delle entrate che ha impugnato una decisione della commissione tributaria regionale che aveva accolto l’appello di una associazione sportiva avverso un accertamento in materia di imposte dirette e iva.

 

Il tema è quello noto della applicabilità, all’ente in esame, delle agevolazioni fiscali di cui all’articolo 148 Tuir.

 

L’Amministrazione finanziaria, infatti, ha contestato, tra l’altro, due assunti su cui si era fondata la sentenza di appello: il primo che l’ufficio non avesse dimostrato univocamente la carenza di democraticità della associazione e che le ingenti spese di pubblicità non potessero essere assunte a indice della natura commerciale della associazione non essendo la propaganda “avulsa dal mondo no profit”.

 

La Cassazione, richiamandosi alla costante propria giurisprudenza precedente ribadisce che la applicabilità del regime agevolativo di favore previsto per le associazioni sportive dilettantistiche è subordinata alla sussistenza dei requisiti specificamente indicati dall’articolo 148, comma 8, Tuir la cui dimostrazione spetta al contribuente che se ne voglia avvalere.

 

L’associazione che voglia fruire delle agevolazioni non solo dovrà dimostrare l’effettivo svolgimento di attività senza scopo di lucro ma dovrà anche dimostrare di essersi conformata alle clausole relative al rapporto associativo che devono essere inserite nell’atto costitutivo o nello statuto.

 

La Corte conclude, accogliendo il ricorso dell’Agenzia, ricordando come fosse già stato in passato deciso che le agevolazioni non potessero essere riconosciute in presenza di distribuzione di utili, omessa compilazione del libro soci e mancata partecipazione degli associati alla vita dell’ente.

 

La sentenza n. 26516 del 30.09.2021 porta ad un interessante principio di diritto in materia di tracciabilità dei movimenti finanziari di una associazione sportiva dilettantistica.

 

Il problema è relativo all’applicabilità del principio del favore rei in quei casi in cui la violazione si era avuta nel periodo in cui era ancora sanzionata con la perdita del diritto ad applicare la L. 398/1991.

 

La circostanza che la decadenza di questo diritto fosse stata abrogata “sana” anche i periodi pregressi?

 

La Suprema Corte è di parere contrario. Infatti, richiamando un analogo principio affermato a Sezioni unite (Sezioni Unite, n. 2060 del 28.01.2011), in cui lo ius superveniens aveva abolito non retroattivamente una decadenza da un beneficio agevolativo, afferma che: “nella fattispecie oggetto del presente quesito la norma vigente all’epoca dei fatti non contemplava un trattamento peggiorativo a carico del contribuente ma escludeva che gli si potesse estendere un regime premiale il che esclude l’obbligatoria retroattività della norma abrogatrice in nome del principio del favor rei”

 

Concludiamo la nostra rassegna con la sentenza n. 359777 del 04.10.2021 (in questo caso emessa dalla terza sezione penale).

 

Il tema era legato alla omessa presentazione della dichiarazione Iva in seguito alla riclassificazione come commerciali (e quindi soggetti anche ad iva) di proventi riscossi da un sodalizio sportivo dilettantistico che li aveva considerati non soggetti ad imposte dirette e Iva in virtù del combinato disposto di cui agli articoli 148, comma 3, Tuir articolo 4, comma 4, D.P.R. 633/1972.

 

In primis i giudici di legittimità confermano che, in virtù di quanto previsto dall’articolo 90, comma 1, L. 289/2002la disciplina agevolativa applicabile alle associazioni si estende anche alle società di capitali sportive dilettantistiche.

 

Si controverte sul termine “iscritto” contenuto nella norma del Tuir. Ossia l’agevolazione è applicabile anche a soggetti iscritti alla società sportiva ma non tesserati presso l’ente affiliante a livello nazionale riconosciuto dal Coni?

 

Appare chiara, ad avviso del Collegio, la ratio del provvedimento che mira a favorire, anche a fini fiscali, l’espletamento delle attività istituzionali dell’ente, identificate “in quelle svolte in favore di soggetti aderenti direttamente al medesimo ovvero vincolati ad altre associazioni che svolgano la stessa attività e facciano parte di un’unica organizzazione locale o nazionale o anche solo tesserati presso le rispettive organizzazioni nazionali”.

 

In questi ultimi casi si valorizza la stabile adesione del destinatario della prestazione del singolo ente alla medesima attività sportiva di riferimento individuata in rapporti associativi con altri enti della medesima organizzazione sportiva o con la stessa federazione sovraordinata.

 

In parole povere nei confronti di soggetti della stessa “famiglia” sportiva. Si vuole escludere dalla agevolazione le “prestazioni non strumentali rispetto al perseguimento effettivo degli scopo istituzionali e come tali inquadrabili solo in meri rapporti di tipo commerciale”.

 

Le attività decommercializzate devono essere circoscritte, secondo la Suprema Corte, solo a quelle che appaiono realmente dirette in favore di coloro che sono parte effettiva della vita dell’ente, e come tali risultano reali beneficiari e al tempo stesso attori delle finalità sportive perseguite.

 

Sulla base di ciò la decisione assume che: “termini quali iscritti o partecipanti, alla luce della peculiare struttura organizzativa, non appaiono espressivi dei predetti vincoli interni con riguardo alle associazioni o società in esame e quindi non possono individuare i destinatari delle attività de-commercializzate in parola”.

 

Avv. Guido Martinelli – Avv. Biagio Giancola

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La riforma dello sport: quesiti irrisolti sotto il profilo fiscale

24/09/2021 di Guido Martinelli

Il D.Lgs. 36/2021, recante il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché di lavoro sportivo, i cui effetti decorreranno dal 1° gennaio 2023, dedica, in particolare, due articoli agli aspetti fiscali.

 

Il primo è l’articolo 11, sul quale ci siamo soffermati in un precedente contributo (“Gli aspetti fiscali nella riforma dello sport”, EcNews del 04.02.2021), il secondo è l’articolo 36, che proveremo ad analizzare, anche per le “lacune” che contiene.

 

L’articolo 36, comma 1, D.Lgs. 36/2021 disciplina il trattamento fiscale delle indennità di anzianità erogate al termine dell’attività sportiva subordinata, sia per il settore professionistico che dilettantistico, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 26, comma 4 del decreto in esame, facendole rientrare tra i redditi soggetti a tassazione separata.

 

Il comma 2 rinvia, per quanto non diversamente disposto dal decreto, alle norme previste dal Tuir. E qui ci troviamo di fronte ad un primo problema.

 

Infatti le società sportive di capitali sono enti commerciali per natura. Pertanto dovrei applicare esclusivamente la disciplina citata.

 

Ma l’articolo 90, comma 1, L. 289/2002 prevede che alle Ssd si applichino le agevolazioni fiscali previste per le associazioni sportive, enti non commerciali, con ciò contraddicendo la disciplina del Tuir.

 

Probabilmente la formulazione voleva, sia pure in maniera equivoca, mantenere lo status quo e, di conseguenza, sotto il profilo operativo, per tale aspetto, nulla dovrebbe cambiare.

 

Il comma 3 sembra finalmente risolvere l’annoso problema del trattamento fiscale della cessione dei contratti di lavoro subordinato sportivo.

 

Vigente anche il regime di svincolo, il trasferimento di un atleta che aveva in corso un contratto di lavoro autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa, così come quello di un atleta al termine del proprio contratto di lavoro subordinato, non consente alcun “ristoro” in favore della società di precedente tesseramento che non sia quello di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 31 del decreto in esame.

 

Ciò premesso, il corrispettivo derivante dalla cessione del contratto di lavoro subordinato sportivo viene previsto da assoggettare ad Iva “distintamente dalle altre attività esercitate, tenendo conto anche del rispettivo volume d’affari. Per le attività dilettantistiche, invece, la norma riconosce la possibilità di applicare la disciplina ai fini delle imposte sui redditi prevista dall’articolo 148, comma 3, Tuir.

 

Questo produce però delle conseguenze. Ad esempio sarà, invece, regolarmente da ricomprendere nel perimetro della commercialità la cessione effettuata da sportiva iscritta anche al Runts (e come tale impossibilitata ad applicare l’articolo 148 Tuir), mentre si pone l’irrisolto problema se i requisiti per poter applicare l’articolo 148 Tuir (presentazione modello Eas e statuto compatibile con i principi ivi indicati) debbano essere posseduti solo dal soggetto cedente o anche dal cessionario.

 

Il comma 4 prevede che le somme versate a titolo di premio di addestramento e di formazione tecnica siano “equiparate” alle operazioni esenti (quindi incidendo anche nella determinazione del pro rata di detraibilità sugli acquisti) mentre non concorrono, nel caso dei dilettanti, alla determinazione del reddito per gli enti che hanno optato per la L. 398/1991. Rimane il dubbio della natura dei proventi per i soggetti che svolgono solo attività istituzionale o che comunque non hanno fatto l’opzione per la L. 398/1991.

 

Il comma 5 ribadisce l’applicabilità dell’articolo 90 L. 289/2002, dell’articolo 25 della L. 133/1999 (e qui non appare chiaro l’inciso “fatta eccezione per i contratti di lavoro autonomo”) e della L. 398/1991

 

Il comma 6 contiene una delle maggiori novità in materia fiscale della riforma. Viene infatti previsto che la qualificazione come redditi diversi delle varie voci di emolumento previste dall’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir è limitata al tetto (oggi 10.000 euro) previsto dall’articolo 69, comma 2, primo periodo, Tuir.

 

Indicando espressamente che questo vale sia ai fini fiscali che previdenziali (e ci sentiamo di poter aggiungere assicurativi).

 

Si specifica che la voce “premi e compensi” è relativa ad emolumenti “occasionali riconosciuti in relazione ai risultati ottenuti nelle competizioni sportive.” Questo uso del termine “occasionale” sarà sicuramente oggetto di contestazione in sede di accertamento.

 

Il comma 7 prevede che la soglia di esenzione fiscale fino a 10.000 euro si applichi anche ai redditi da lavoro sportivo, qualunque sia la tipologia di rapporto in essere, ed esclusivamente ai fini fiscali.

 

Ciò comporterà dei problemi di non facile distinzione tra le fattispecie previste dal decreto ai fini del calcolo del contributo previdenziale dovuto e degli obblighi dei sostituti di imposta da parte delle società sportive tra i “lavoratori” che percepiscono meno di 10.000 euro e sono soggetti alla ritenuta previdenziale e gli amatori che non sono soggetti ad alcun tipo di ritenuta.

 

 

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