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L’opinione

La Cassazione e il lavoro sportivo dilettantistico

12/09/2019 di Guido Martinelli

Nelle scorse settimane è diventata virale, sui mezzi di comunicazione di massa, la notizia di una sentenza della Corte di Cassazione secondo la quale la mera attività di fitness posta in essere da una palestra formalmente iscritta al Registro Coni delle società e associazioni sportive dilettantistiche non consentirebbe il riconoscimento agli istruttori dei c.d. compensi sportivi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir seminando grande preoccupazione presso i gestori di impianti sportivi

 

Contrariamente a quanto si è letto, come commento alla decisione in esame (per la cronaca stiamo parlando della sentenza n. 21535 del 20.08.2019) la mia interpretazione è che si tratta, invece, di una sentenza importante e positiva per il mondo delle associazioni e società sportive affiliate a Federazioni sportive nazionali.

 

Infatti, la considerazione di partenza quando si affronta il tema dei compensi sportivi è stata, per lungo tempo, se questi potessero essere riconosciuti anche a soggetti che “lavoravano” nel mondo dello sport dilettantistico o, invece, soltanto a coloro i quali svolgevano detta attività per “diletto”, ossia avendo comunque un’altra attività lavorativa diversa da quella sportiva che veniva svolta in via principale. Ciò sul presupposto che la categoria dei compensi sportivi aveva una disciplina solo fiscale e che, non prevedendo alcuna tutela assicurativa o previdenziale per i lavoratori, non potesse essere estesa anche ai lavoratori dello sport.

 

Solo dal 2014, con una prima sentenza della Corte d’Appello di Firenze n. 683/2014 a cui fecero seguito altre Corti di merito (Milano e Bologna) e con una serie di documenti di prassi amministrativa (per ultima la circolare 1/E/2016 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro) si fece spazio l’interpretazione per la quale sarebbe stato possibile, visto il valore sociale dello sportriconoscere i compensi sportivi “anche” a soggetti che svolgevano nello sport la loro attività principale.

 

Va detto che tale tesi, però, non era stata ancora pienamente accolta a livello di giudizi di legittimità (in senso contrario, infatti, tra le tante, la sentenza della Corte di Cassazione civile n. 31840/2014).

 

La sentenza in esame (e voglio richiamare qui un altro precedente conforme della Suprema Corte di Cassazione, ordinanza n. 11492 del 30.04.2019), anche se indirettamente, sembra invece accogliere la tesi della circolare Inl del 2016. Dichiara dovuti i contributi previdenziali in quanto la fattispecie in esame non viene ritenuta “esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica”. Pertanto, argomentando a contrariis, se, invece, lo fosse stato, il giudizio sarebbe stato diverso.

 

Pertanto, il tema oggi non sembra più essere, anche per la Corte di Cassazione, se sia possibile riconoscere i compensi di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir ai soggetti che “lavorano” nell’ambito delle attività sportive dilettantistiche ma “quando” dette prestazioni possano considerarsi tali.

 

Va detto che tutta questa disciplina è oggetto di delega legislativa contenuta nell’articolo 5 L. 86/2019 che affida al Governo il compito di individuare, con decreto da emanarsi entro agosto 2020, “la figura del lavoratore sportivo …… indipendentemente dalla natura dilettantistica o professionistica dell’attività sportiva svolta e definizione della relativa disciplina in materia assicurativa, previdenziale e fiscale e delle regole di gestione del relativo fondo di previdenza” pertanto tutte le considerazioni sopra esposte dovranno essere riviste alla luce dei decreti che saranno emanati.

 

Quando l’attività di fitness può considerarsi attività sportiva?

 

L’iscrizione al Registro Coni, presupposto per l’ottenimento delle agevolazioni in esame, è subordinato allo svolgimento di effettiva attività federale. I due presupposti, previsti anche nella circolare Inl sopra citata, per il riconoscimento dei compensi sportivi, sono dati, appunto, dall’iscrizione al registro Coni e dallo svolgimento di mansioni di carattere sportivo espressamente previste e disciplinate dalle singole Federazioni sportive nazionali.

 

Pertanto, in presenza di iscrizione al registro Coni, legittimata dall’effettivo esercizio di attività federale, e dallo svolgimento di mansioni riconosciute dalle Federazioni (nell’ambito di discipline sportive riconosciute dal Coni) nulla osta al riconoscimento dei compensi sportivi.

 

Se invece, come accade ad esempio nel sito internet della associazione soccombente nel giudizio in esame, l’elenco delle attività svolte ne contiene molte non ricomprese nell’elenco delle discipline sportive riconosciute dal Coni, non può stupire l’esito della decisione assunta dalla Cassazione.

 

Rimane, però, un ulteriore requisito previsto nell’incipit dello stesso articolo 67 TuirLe prestazioni non devono costituire redditi di lavoro subordinato (pertanto le prestazioni dello sportivo non potranno essere caratterizzate dalla eterodirezione da parte della direzione della palestra) o di esercizio di arti e professioni (ossia il personal trainer che effettua anche prestazioni per singole persone fisiche estranee all’ordinamento sportivo).

 

Ne deriva, pertanto, che la disciplina sui compensi sportivi non potrà mai essere definita per linee generali ma dovrà sempre essere “calata” sulle modalità delle attività effettivamente esercitate.

 

 

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Dove eravamo rimasti?

27/08/2019 di Guido Martinelli

“Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all’alba, voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola, e per amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne ho punto voglia, e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini di nido”

 

Pinocchio, come molti altri ragazzi, non ne vuole sapere di andare a scuola, ma il Grillo parlante non desiste, e anche a fine agosto, in tarda ora, ci consegna l’ennesima lucida analisi della situazione destinata a chi si occupa di sport e terzo settore fornendoci ancora una volta la conferma che il legislatore continua a voler considerare le sportive come soggetti non ricompresi nella disciplina del terzo settore.

 

In queste giornate di fine agosto, a ferie in fase di conclusione, credo opportuno fare il punto della situazione.

 

Per chi si occupa di sport e terzo settore in agosto abbiamo avuto nell’ordine:

 

  1. decreto 4 luglio 2019 (in G. U. n. 186 del 09.08.2019) contenente “Adozione delle linee guida per la redazione del bilancio sociale degli enti del terzo settore;
  2. legge 08.08.2019 n. 81 (in G. U. n. 188 del 12.08.2019) che ha convertito, con modificazioni, il d.l. n. 59/2019 contenente misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico – sinfoniche e misure di sostegno delle attività culturali;
  3. legge 08.08.2019 n. 86 (in G.U. n. 191 del 16.08.2019) che entrerà in vigore il prossimo 31 agosto e che contiene numerose e importanti deleghe al Governo in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione.

 

E’ evidente che per noi non sono consentite ferie tranquille (ricordo che nell’agosto del 2018 abbiamo avuto la circolare n. 18 della agenzia delle entrate e l’anno precedente il codice del terzo settore)……

Ma vediamo se e quali passi avanti abbiamo fatto.

 

Sul fronte terzo settore dei tre decreti che a giugno erano dati per imminenti (quello sulle attività diverse di cui all’art. 6 del cts, quello sul bilancio di cui all’art. 13 co. 3 e quello sul bilancio sociale previsto dall’art. 14 del medesimo codice) ne è stato pubblicato solo uno.

 

Ricordo solo che quello sulle attività diverse (il cui testo “non ufficiale” da tempo è in circolazione) è fondamentale al fine di poter determinare una corretta pianificazione fiscale del potenziale ente del terzo settore. Pertanto ben venga la criticatissima proroga al prossimo trenta giugno del termine per l’adeguamento degli statuti che altrimenti avrebbe costretto, in particolar modo le attuali onlus, a scelte non ponderate o razionali.

 

Ma veniamo al decreto sul bilancio sociale.

 

Innanzitutto è previsto che contenga informazioni e dati già presenti nel bilancio di esercizio. La necessità di dover presentare entrambi i documenti per i soggetti che ne sono obbligati impone una duplicazione di adempimenti che forse si sarebbe potuta evitare. Tra i soggetti tenuti alla redazione del bilancio sociale, alla luce delle linee guida, non sono compresi gli enti filantropici. Si deve ritenere, pertanto, che la norma di cui all’art. 39 del cts sul bilancio sociale degli enti filantropici sia un optional e che si dovrà applicare solo se e in quanto detti enti, apparentemente non obbligati, decidessero di redigere il bilancio sociale.

 

Ma pensavate a questo punto di avere tutti gli elementi necessari? Purtroppo no. Infatti il terzo comma dell’art. 7 della legge n. 106/2016 testualmente prevede che:

 

“Il Ministero del lavoro  e  delle  politiche  sociali,  sentito l’organismo di cui all’articolo 5, comma 1,  lettera  g),  predispone linee  guida  in  materia  di  bilancio  sociale  e  di  sistemi   di valutazione dell’impatto sociale delle attivita’  svolte  dagli  enti del  Terzo  settore,  anche  in   attuazione   di   quanto   previsto dall’articolo 4, comma 1, lettera o).  Per valutazione  dell’impatto sociale si intende la valutazione  qualitativa  e  quantitativa,  sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti  delle  attività  svolte sulla comunità di riferimento rispetto all’obiettivo individuato.”

 

Il decreto in esame espressamente prevede che: “esula dal presente documento la trattazione della valutazione di impatto sociale che costituirà oggetto di specifiche linee guida” …..” Quindi dovremo attendere un ulteriore documento per poter comprendere l’intero contenuto della norma in esame.

 

Quindi se pensavate di avere in mano tutti gli elementi per poter valutare il “costo” della gestione di una impresa sociale vi sbagliavate.

 

Sta andando molto di moda, in questo periodo, la verifica della possibilità di costituire società sportive dilettantistiche in forma di impresa sociale.

 

In questo caso continua a mancare un elemento fondamentale per poter valutare la fattibilità. Infatti l’art. 11 del d. lgs. 112 sulla impresa sociale prevede “obbligatoriamente” forme di coinvolgimento di lavoratori e di utenti interessati alla attività dell’impresa sociale.

 

Dette modalità dovranno essere inserite in statuto e redatte secondo linee guida previste da un decreto ministeriale di cui ad oggi non abbiamo traccia. Ma di queste modalità di coinvolgimento, alla luce della citata disposizione e del decreto in esame se ne dovrà dare menzione nel bilancio sociale. Come uscirne? E, in particolare, come farlo in concreto? Aspetto chiarimenti dai fautori delle SSD imprese sociali.

 

Tralasciando la conversione in legge della norma sulle fondazioni culturali per il suo interesse molto specifico, veniamo alla legge sullo sport.

 

Cambia qualcosa? Al momento “quasi” niente in quanto tutto è rinviato a emanandi decreti legislativi, da approvare entro il 31 agosto del 2020. L’attuale crisi di Governo non fa ben sperare in tempi solleciti. Quello che è certo è che non sono previste deleghe in materia fiscale (se non con riferimento al lavoro sportivo) e che l’unica norma di immediata applicazione è quella prevista dall’art. 3 sulla cessione del diritto sportivo che subordina la cessione, il trasferimento o l’attribuzione a qualunque titolo, del titolo sportivo, alla valutazione del valore economico del titolo medesimo tramite perizia giurata di un esperto nominato dal Presidente del Tribunale nel cui circondario ha sede la società cedente. Visto che si dovrà applicare anche per l’attività dilettantistica (le cessioni del diritto sportivo sono previste nei regolamenti della pallacanestro dilettante, nella pallavolo e nell’hockey su ghiaccio) avremo sicuramente un maggior costo per i club. Con quale vantaggio? Ai posteri l’ardua sentenza.

 

Tralasciamo la norma sui centri sportivi scolastici a cui vorrei dedicare un apposito pensierino, rimane una considerazione ulteriore. L’art. 8 comma due, lett. d) prevede la possibilità per il Governo di emanare apposite previsioni di misure semplificate volte al riconoscimento della personalità giuridica delle associazioni sportivi. Il mancato accenno alla analoga disposizione già prevista dall’art. 22 del codice del terzo settore conferma che il legislatore continua a voler considerare le sportive come soggetti non ricompresi nella disciplina del terzo settore. Chi sa se prima o poi ne prenderemo definitivamente atto!

 

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Il disegno di Legge delega sullo sport approvato dalla Camera – II° parte

03/07/2019 di Guido Martinelli

L’articolo 5 (ex 4) del disegno di legge sullo sport approvato dalla Camera dei deputati, introduce il capo relativo alle disposizioni in materia di professioni sportive.

 

Importante per le potenziali ricadute appare, al comma 1, lett. a), il riconoscimento del carattere “preventivo – sanitario” dell’attività sportiva volta “al miglioramento della qualità della vita e della salute”.

 

Se questi incisi potranno portare all’utilizzo dell’esenzione da Iva per le attività sanitarie in materia sportiva, questo emendamento costituisce sicuramente la novità avente le maggiori conseguenze positive rispetto a tutte le altre modifiche che il testo ha avuto nel dibattito parlamentare.

 

Viene ricompreso tra i lavoratori sportivi anche il “direttore di gara” e l’adozione di norme che maggiormente tutelino la salute e la sicurezza dei minori che svolgono attività sportiva nonché il principio della pari opportunità nella pratica sportiva.

 

Dovrà essere riordinata la normativa applicabile alle discipline sportive che prevedono l’impiego di animali riguardo agli aspetti sanitari e alla loro tutela e benessere.

 

L’articolo 6, in materia di agenti degli atleti, introduce la necessità di definire un quadro sanzionatorio proporzionato ed efficace “anche con riferimento agli effetti dei contratti stipulati dagli assistiti.

 

L’articolo 7, all’interno della disciplina rivista per la realizzazione di impianti sportivi, contiene, al comma 2, lett. f), l’enunciazione di un principio che potrebbe avere effetti “sconvolgenti” per il mondo dello sport.

 

Viene infatti enunciato un criterio che mira ad individuare “un sistema che preveda il preventivo accordo con la federazione sportiva nazionale, la disciplina sportiva associata, l’ente di promozione sportiva o la società o associazione sportiva utilizzatori e la possibilità di affidamento diretto dell’impianto già esistente alla federazione sportiva nazionale, alla disciplina sportiva associata, all’ente di promozione sportiva o alla società o associazione utilizzatori, in presenza di determinati requisiti oggettivi e coerenti con l’oggetto e la finalità dell’affidamento che assicurino la sostenibilità economico – finanziaria della gestione e i livelli di qualità del servizio eventualmente offerto a terzi” purché non sussistano i requisiti di esclusione  previsti dall’articolo 80 del codice degli appalti.

 

La norma supera la previsione dell’articolo 90 L. 289/2002 che si limitava a precisare che la gestione degli impianti sportivi di proprietà pubblica dovesse essere concessa in via preferenziale a società e associazioni sportive dilettantistiche.

 

Non possiamo tacere come la norma, di rilevante interesse per il mondo dello sport e per l’investimento che le società e associazioni sportive effettuano sull’impianto sportivo pubblico che conducono in gestione, appaia al limite della legittimità in riferimento al codice degli appalti e alla Direttiva 2006/123/CE, conosciuta come Direttiva Bolkestein, relativa ai servizi nel mercato europeo comune.

 

Viene ribadito che anche negli impianti sportivi i distributori automatici di cibi e bevande devono essere riservati a elementi “salutistici”.

 

L’articolo 8 contiene due importanti novità. La prima, in analogia a quanto già previsto per gli enti del terzo settore (e, se ci è consentito, ciò rappresenta ulteriore prova che tra questi non sono ricomprese le società e associazioni sportive dilettantistiche), prevede l’adozione di “misure semplificate volte al riconoscimento della personalità giuridica”  e l’altra volta al “riordino, anche al fine di semplificarla, della disciplina relativa alla certificazione dell’attività sportiva svolta dalle società e dalle associazioni sportive dilettantistiche”

 

L’articolo 9 introduce l’obbligo di utilizzo del casco anche “nella pratica dello sci alpino e dello snowboard e in tutte le aree sciabili, compresi i percorsi fuori pista” nonché “l’obbligo di dotare ogni pista, dove sia possibile, di un’area per la sosta accuratamente delimitata e segnalata”

 

Con un conclusivo articolo 10 viene introdotta una clausola di salvaguardia sulla compatibilità di dette norme con quelle che tutelano l’autonomia delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano.

 

Non possiamo fare a meno di rilevare come le modifiche adottate nel primo percorso parlamentare siano sicuramente servite ad introdurre alcuni concetti chiave, a fianco ad altri forse di minore interesse o incisività.

 

Sarà necessario capire se, in Senato, il testo verrà presentato come suscettibile di ulteriori modifiche (che lo costringerebbero a tornare alla Camera per una seconda approvazione) oppure se sarà “blindato” e quindi approvato in via definitiva.

 

In entrambi i casi i tempi, essendo poi necessario procedere con la stesura dei successivi decreti delegati, non saranno brevi per la definitiva operatività della riforma.

 

Si spera solo che si possa, anticipatamente, chiarire i reciproci compiti tra Coni e Sport e salute SpA.

 

Lo sport lo sta attendendo con ansia.

 

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Il disegno di Legge delega sullo sport approvato dalla Camera – I° parte

03/07/2019 di Guido Martinelli

La Camera dei deputati, dopo una discussione in commissione durata circa quattro mesi, ha approvato in prima lettura il disegno di legge n. 1603 – bis presentato dal Governo e recante: “Deleghe al Governo e altre disposizioni in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive nonché di semplificazione”.

 

L’iniziativa trae origine dalle modifiche introdotte dalla Legge di bilancio 2019 (articolo 1, comma 630, L. 145/2018) che ha ridisegnato gli ambiti di operatività del Coni rispetto alla vecchia società, di proprietà del Ministero economia e finanza, Coni servizi, oggi “Sport e salute spa”.

 

Analizziamo le novità introdotte, rispetto all’originario testo licenziato dal Consiglio dei Ministri (vedi: “Il disegno di legge governativo sullo sport”, prima e seconda parte, Ec news, 20 e 21 marzo 2019), che non appaiono di trascurabile importanza.

 

L’articolo 1 mantiene l’ampia delega concessa al Governo per l’adozione di misure in materia di ordinamento sportivo.

 

Viene introdotta l’interessante possibilità di adottare un testo unico in materia di sport.

 

Alcune novità vanno comunque evidenziate.

 

È stata introdotta una delega che consente la limitazione, fino al divieto, di scommettere sulle partite di calcio della Lega Nazionale dilettanti.

 

Non possiamo quindi non interrogarci sul perché porre dei limiti solo agli incontri di calcio dilettantistico mantenendo quindi la possibilità di scommettere sulla miriade di altre gare di sport diversi a carattere dilettantistico.

 

È stato precisato che il potere di vigilanza del Coni sulle Federazioni debba essere svolto in armonia con le indicazioni del Cio e che il potere di commissariamento debba essere limitato all’accertamento di gravi violazioni di norme degli statuti e dei regolamenti sportivi finalizzate al regolare avvio e svolgimento delle competizioni sportive … ferme restando l’autonomia delle federazioni sportive e delle discipline sportive associate e la loro capacità di determinare la propria politica generale”.

 

È stata poi introdotta la necessità di sostenere azioni volte a promuovere la partecipazione e la rappresentanza delle donne nello sport “garantendo la parità di genere nell’accesso alla pratica sportiva a tutti i livelli” nonché quella di “individuare forme e condizioni di azionariato popolare per le società sportive professionistiche”.

 

Viene ribadita l’autonomia amministrativa delle Federazioni e delle discipline sportive associate rispetto al Coni, fermo restando il potere di controllo spettante alla autorità di governo sulla gestione e sulla utilizzazione dei contributi pubblici.

 

L’articolo 2 disciplina l’istituzione dei centri sportivi scolastici che saranno costituiti “secondo le modalità e nelle forme previste dal codice del terzo settore”, il loro regolamento sarà stabilito dalla scuole e l’attività in favore degli studenti sarà svolta di norma a titolo gratuito.

 

Viene prevista, come innovazione, che le attività del centro sportivo scolastico siano programmate dal consiglio di istituto che “può sentire, ove esistenti,” le associazioni e società sportive dilettantistiche iscritte al registro Coni  e che abbiano la propria sede nel medesimo comune in cui è stabilità la sede legale del centro sportivo scolastico.

 

Di rilievo la specifica che i centri sportivi scolastici “possono” (e non essendoci un devono poco si comprende del senso dell’emendamento approvato) affidare lo svolgimento delle discipline sportive scolasticheesclusivamente ai laureati in scienze motorie o ai diplomati isef.

 

Viene introdotto il principio (di cui non si comprende l’inerenza con il tema dell’articolato) che i distributori automatici scolastici somministrino esclusivamente cibi e bevande “salutistiche”.

 

L’articolo 3 disciplina la cessione del titolo sportivo, prevedendo che questa possa avvenire esclusivamente se ammessa dai regolamenti della federazione o della disciplina sportiva associata e “nel rispetto dei regolamenti da essa emanati”.

 

Viene introdotto un nuovo articolo 4 che istituisce “organi consultivi per la tutela degli interessi dei tifosi” andando ad integrare l’articolo 10 L. 91/1981.

 

Viene stabilito che negli “atti costitutivi” (sarebbe stato più corretto indicare negli statuti) delle società sportive professionistiche dovrà essere prevista l’istituzione “di un organo consultivo che provvede con pareri obbligatori ma non vincolanti alla tutela degli interessi specifici dei tifosi”.

 

L’organo consultivo dovrà essere formato da tre a cinque membri eletti ogni tre anni dagli abbonati e sulla base di un regolamento che stabilirà la decadenza dei componenti colpiti da provvedimenti interdittivi.

 

Vengono assegnati sei mesi alle società professionistiche per l’approvazione della modifica statutaria.

 

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Il lavoro sportivo dilettantistico e il codice del terzo settore – II° parte

16/05/2019 di Guido Martinelli

Dopo aver esaminato, con il precedente contributo, l’orientamento della Suprema Corte, esaminiamo ora alcune recenti sentenze di merito, sempre in tema di rapporto di lavoro sportivo dilettantistico.

 

La prima è la sentenza della Corte d’Appello di Milano (Sezione lavoro) n. 121 del 10.04.2019. Anche in questo caso una società sportiva dilettantistica aveva proposto appello avverso la sentenza del Tribunale che aveva rigettato l’opposizione a verbale di accertamento e conseguente cartella esattoriale di pagamento Inail ed avviso di addebito Inps. Ci si riferiva ad un istruttore di fitness e una addetta alla segreteria.

 

La società opponente contestava la debenza delle somme in quanto operava il regime di esenzione contributiva  ex articolo 67 Tuir, trattandosi di compensi qualificabili come redditi diversi.

 

Il Giudice di prime cure aveva negato ingresso alla tesi dell’opponente, rilevando nel caso di specie “una vera e propria attività professionale” idonea ad escludere l’applicazione del regime di favore.

 

Il requisito della professionalità era rinvenuto

 

  • nel caso dell’istruttore di fitness, nella correlazione tra il tipo di pratica sportiva, fitness, e la preparazione e competenza tecnico-scientifica dell’istruttore, laureato in scienze motorie,
  • nel caso dell’addetta alla segreteria, dallo svolgimento della prestazione in via esclusiva ed in modo continuativo da oltre cinque anni.

Il Collegio riteneva fondato l’appello.

 

Dal compendio normativo esaminato, la Corte d’Appello evinceva l’esistenza di un regime di favore che assiste le erogazioni effettuate da società ed associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni a fronte dello svolgimento di attività sportiva dilettantistica, da intendersi per tale non solo quella agonistica o funzionale alla stessa ma anche quella ad essa afferente, preparatoria e strumentale.

 

Il regime prevede che i compensi menzionati debbano essere considerati “diversi“, e se le somme percepite non superano la soglia massima fissata, non concorrono a formare l’imponibile di reddito.

 

Per la classificazione quali redditi diversi devono, a parere del Collegio, ricorrere sia il presupposto soggettivo, costituito dalla natura dilettantistica dell’ente sportivo erogante, sia il requisito oggettivo, dato dalla “corrispettività” all’esercizio diretto di attività sportiva dilettantistica.

 

La disciplina praticata dall’associazione non rientra tra quelle riconducibili al professionismo sportivo, pertanto i relativi collaboratori non “possono essere assoggettati alla disciplina contenuta nella legge n. 91/1981”  ovvero non sono sportivi professionisti.

 

Il Giudice di primo grado, proseguiva il Collegio, aveva escluso l’applicazione dell’esenzione ravvisando il requisito della professionalità nello svolgimento della prestazione ricavato dalla preparazione e competenza specifica del soggetto, laureato in scienze motorie, dalla continuità della prestazione e dalla misura del compenso.

 

L’argomento non era condiviso dal Giudice di appello che osservava che la non professionalità, quale condizione di esenzione, è richiesta solo per le bande musicali e filodrammatiche e non per le collaborazioni in ambito sportivo dilettantistico: ciò che conta è che  le collaborazioni vengano svolte in favore di organismi che perseguono finalità sportive dilettantistiche riconosciuti dal Coni o dagli enti di promozione…“.

 

Le relative prestazioni, proprio in virtù della natura del beneficiario delle stesse, “non possono assumere i caratteri della professionalità proprio perché inserite in un contesto qualificato dal riconoscimento di un organo pubblico… quindi una sorta di presunzione del carattere non professionale delle prestazioni in esame“.

 

In relazione ai collaboratori   amministrativo- gestionali, la sentenza in rassegna valutava il relativo rapporto ai fini del godimento del regime agevolativo come non professionale perché non esigeva “conoscenze tecnico-giuridiche direttamente collegate all’attività di lavoro autonomo esercitata abitualmente. Pertanto “la raccolta di iscrizioni, la tenuta della cassa o della contabilità da parte di soggetti non professionisti ha natura non professionale“.

 

L’appello era accolto per l’insussistenza delle pretese contributive azionate e, per l’effetto, veniva annullata la cartella esattoriale e l’avviso di addebito opposti .

 

Questa decisione sembra confermare la tendenza, già da tempo presente nella Giurisprudenza di merito (e nella prassi amministrativa – circolare Ispettorato Nazionale del Lavoro 1/2016di ritenere il rapporto di lavoro sportivo come categoria “speciale” e, come tale, non riconducibile a nessuno dei criteri ermeneutici del lavoro autonomo o subordinato. Fino ad oggi, però, come abbiamo visto, tale orientamento non è ancora accolto dalla Cassazione.

 

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Il lavoro sportivo dilettantistico e il codice del terzo settore – I° parte

16/05/2019 di Guido Martinelli

Il Ministero del Lavoro, in contemporanea alla discussione in Parlamento del disegno di legge delega per la riforma dello sport, collegato alla Legge di Bilancio 2019, ha attivato un tavolo tecnico, al quale sono stati invitati i rappresentanti sindacali, le associazioni dei giocatori di pallacanestro, calcio, rugby e pallavolo, le leghe di società (calcio, pallacanestro e pallavolo), i rappresentanti dei laureati in scienze motorie, al fine di iniziare a configurare, ai sensi dell’articolo 4 del citato disegno di leggela nuova disciplina del lavoro nello sport, sia professionistico che dilettantistico.

 

Alle realtà presenti, dopo un primo incontro conoscitivo, è stato chiesto di formulare proposte ed inviare documentazione entro lo scorso 30 aprile, che il Ministero si sarebbe riservato di valutare e consolidare in un documento unico.

 

Proviamo ad elencare i punti di sintesi della proposta presentata dalle leghe dilettantistiche maschili e femminili del volley e del basket maschile:

 

  • distinzione del mondo sportivo in attività dilettantisticasemiprofessionistica e professionistica,
  • atipicità della prestazione di lavoro non professionistico rispetto ai parametri del lavoro autonomo o subordinato,
  • distinzione, nell’ambito dei soggetti che operano nello sport non professionisticotra coloro i quali godono già di una posizione previdenziale e assicurativa per altra attività da loro svolta diversa da quella sportiva e soggetti che operano esclusivamente, o comunque in via prevalente nel mondo sportivo non professionistico. Nel primo caso (lavoratore già assicurato) la disciplina rimarrebbe integralmente quella oggi in vigore, nel secondo caso dovrà essere previsto obbligatoriamente un contratto che, a pena di nullità, preveda la determinazione dei compensi e dei fringe benefits al lordo di imposte,
  • mantenimento, in entrambi i casi, della fascia esente da imposte fino ad euro 10.000 annue,
  • uscita dell’area dell’attività sportiva non professionistica dalla gestione, per la parte previdenziale, spettacolo e ingresso nella gestione separata,
  • assoggettamento di tutti i coloro i quali svolgono attività sportiva continuativa, a titolo oneroso ed in via esclusiva, o comunque prevalente, ad una “flat tax” sotto il profilo fiscale ed una contribuzione previdenziale differenziata a seconda della natura degli operatori: in particolare, agli atleti dovranno essere applicate aliquote previdenziali ridotte, da pagarsi sotto forma di “contributo di solidarietà” (stante la circostanza che l’atleta difficilmente svolge questa attività per un numero di anni sufficiente a formare un congruo montante previdenziale), mentre alle figure tecniche e dirigenziali potrà essere applicata la contribuzione “piena”,
  • non assoggettamento a Inail in quanto duplicato della copertura assicurativa prevista per tutti i tesserati dall’articolo 51 L. 289/2002,
  • attività dei procuratori a carico esclusivo degli atleti,
  • sanatoria di tutti i rapporti contrattuali instaurati con la vigente disciplina.

In attesa di verificare quali saranno le reazioni alla proposta presentata dai due sport di squadra più rappresentativi dopo il calcio, la Giurisprudenza prosegue il suo percorso “altalenante”.

 

Merita menzione una recentissima ordinanza della Corte di Cassazione.

 

Con la decisione n. 11492 del 30.04.2019 la Suprema Corte ha respinto il ricorso di una associazione sportiva dilettantistica, avverso la decisione della Corte d’Appello di Genova che l’aveva condannata, a seguito di una verifica ispettiva, al pagamento di contribuzioni e sanzioni nei confronti di quattro istruttori ai quali veniva applicata, per i compensila disciplina di cui all’articolo 67, comma 1, lett. m), Tuir.

 

La Corte di legittimità ha respinto il ricorso in quanto ha ritenuto che una parte dell’attività svolta dalla palestra dell’associazione non fosse di tipo sportivo dilettantistico ma avesse un carattere commerciale e dunque i compensi pagati agli istruttori che tenevamo corsi riferibili ad attività di natura commerciale fossero soggetti a contribuzione”.

 

La Corte ha poi ribadito che in giudizio risulta a carico della associazione sportiva, secondo il costante insegnamento dei medesimi Giudici, dare: “prova di svolgere la propria attività nel pieno rispetto di tutte le prescrizioni imposte ad esse”.

 

Se, da un lato, questa lettura che viene data alla norma appare problematica perché rischia di escludere molte fattispecie concrete dalla possibilità di applicare i compensi sportivi, è altrettanto vero che, applicando il ragionamento della Corte a contrariis, viene confermata la possibilità che, in assenza di gestione con modalità commerciali, la disciplina dei compensi sportivi sia applicabile anche a soggetti che lavorano in favore dello sport come attività prevalente, ancorché non esclusiva e che l’opera degli istruttori non sia inquadrabile come rapporto di lavoro subordinato.

 

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Il decreto crescita e gli enti non profit

03/05/2019 di Guido Martinelli

Il c.d. decreto crescita (D.L. 34/2019, pubblicato in G.U. n. 100 del 30.04.2019) contiene tre articoli che impattano in maniera importante sulla realtà degli enti non profit.

 

Il primo è l’articolo 14 che reintroduce, tra gli enti non commerciali su base associativa che possono continuare a godere della decommercializzazione dei corrispettivi specifici versati da associati e tesserati ai sensi di quanto previsto dall’articolo 148, comma 3, Tuirgli enti assistenziali.

 

Pertanto questa categoria di soggetti (che sarebbe stato preferibile indicare in maniera più precisa) potrà continuare a godere di detta agevolazione anche quando, entrato in vigore il Registro Unico del terzo settore, la platea dei soggetti non iscritti al Registro che potrà continuare a godere di questa agevolazione si assottiglierà notevolmente.

 

Non può non essere ricordato come questo intervento (che si unisce al precedente che aveva “riallargato” detta agevolazione anche alle strutture periferiche di natura privatistica necessarie agli enti pubblici non economici per attuare la funzione di preposto a servizi di pubblico interesse”) appare in netta controtendenzarispetto al contenuto del codice del terzo settore che aveva drasticamente ridotto il numero dei soggetti ai quali poter applicare l’agevolazione in esame.

 

Il successivo articolo 35 rivede, invece, in maniera radicale, gli adempimenti di pubblicità dei contributi pubblici ricevuti, introdotti, sia per le imprese che per le associazioni, dalla L. 124/2017.

 

Innanzitutto il termine per la pubblicazione, già a decorrere dal corrente anno, non viene più previsto nel mese di febbraio ma spostato al 30 giugno di ogni anno. Detto termine dovrà essere rispettato anche da parte di coloro i quali abbiano un periodo di imposta non coincidente con l’anno solare.

 

Inoltre, contrariamente alle indicazioni che aveva dato il Ministero del Lavoro (circolare 2/2019non dovranno essere indicati gli importi che abbiano natura “corrispettiva, retributiva o risarcitoria”.

 

Pertanto dovranno essere indicati sui propri siti internet o analoghi portali digitali, a cura delle “associazioni, onlus e fondazioni” le “informazioni relative a sovvenzionisussidivantaggicontributi o aiuti in denaro o in natura il cui importo totale superi euro 10.000”.

 

Per le società di capitali e le cooperative sportive dilettantistiche nonché per le imprese sociali, sarà necessario distinguere tra quelle tenute alla redazione del bilancio di esercizio e quelle che non sono soggette al medesimo obbligo.

 

Per le prime l’adempimento si intenderà soddisfatto mediante pubblicazione degli importi ricevuti nella Nota integrativa del bilancio di esercizio, per i secondi, in analogia con quanto previsto per gli enti del primo libro del codice civile, la pubblicazione dovrà avvenire sul sito internet o su quello della associazione di categoria di appartenenza dell’impresa.

 

Vengono modificate anche le sanzioni che, in questo caso, coinvolgono anche le associazioni.

 

Modifica che, però decorrerà dal gennaio 2020.

 

Sarà applicata una sanzione pari all’1% degli importi ricevuti con un importo minimo di euro 2.000. Competente ad irrogare la sanzione sarà l’Amministrazione Pubblica che ha erogato il beneficio o, in difetto, il Prefetto del luogo dove ha sede il beneficiario. Con il provvedimento di irrogazione della sanzione viene stabilito altresì il termine entro il quale ottemperare all’obbligo di pubblicazione. Il perdurare dell’inosservanza di detto obbligo nonché il mancato pagamento della sanzione entro il termine di cui al periodo precedente è sanzionato con la restituzione integrale delle somme ai soggetti eroganti entro i successivi tre mesi.

 

Aveva poi fatto scalpore, all’inizio di quest’anno, la norma che aveva esteso la disciplina dei partiti politici alle fondazioni, associazioni e comitati nei cui direttivi partecipassero persone che avevano o avevano avuto incarichi politici.

 

Le conseguenze erano l’accollo di tutta la disciplina sulla attività anticorruzione anche all’intera famiglia degli enti di cui al primo libro del codice civile.

 

L’articolo 43 del decreto interviene per risolvere in maniera solo parziale il problema.

 

Infatti esclude da tale equiparazione gli enti del terzo settore regolarmente iscritti nel registro unico nazionale. Nelle more della attivazione di detto registro potranno godere di tale esclusione gli enti iscritti, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 101, comma 3, del codice del terzo settore ad uno dei registri attualmente previsti dalle normative di settore.

 

Non vi è dubbio che tale definizione coinvolga attualmente le onlus, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale che pertanto si potranno ritenere legittimamente escluse dagli adempimenti in esame.

 

Il riferimento agli enti del terzo settore sembra escludere, invece, dall’esonero di detti obblighi le associazioni sportive dilettantistiche. Infatti il registro Coni ha valenza solo di carattere amministrativonon essendo stato approvato con legge dello Stato e, comunque, disciplina soggetti che, sicuramente, non possono essere ritenuti solo come tali, appartenenti al terzo settore.

 

Gli adempimenti, pertanto, che residuano sulle sportive che abbiano un terzo dei membri del proprio direttivo che abbia ricoperto incarichi politici o di governo, anche a livello locale, negli ultimi sei anni appaiono rilevanti e, come giustamente rilevato dalla dottrina “decisamente proibitivi se calati su realtà non profit meno strutturate come ad esempio le associazioni sportive che non si iscriveranno al Runts”.

 

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Le novità per il terzo settore non finiscono mai

15/04/2019 di Guido Martinelli

In questi giorni si sono accavallati, per il terzo settore tre provvedimenti che impongono una riflessione attenta. Il primo è la nota del Ministero del Lavoro n. 3650 del 12.04.2019.

 

Il provvedimento di prassi amministrativa, rispondendo ad un quesito trasmesso dalla Regione Abruzzo, ha chiarito che l’oggetto sociale degli enti del terzo settore “non potrà esplicarsi nell’inserimento pedissequo nello statuto di un elenco di tutte le attività previste dall’articolo 5 o di un numero di esse tale da rendere indefinito e come tale non conoscibile l’oggetto sociale”.

 

Pertanto, contrariamente a quanto era apparso dai primi pronunciamenti di prassi, il Ministero ritiene che la varietà dei possibili settori di attività di interesse generale non debba portare ad eludere agli obblighi di trasparenza e conoscibilità nei confronti dei terzi, ai quali deve essere riconosciuto il diritto di aderire ad una compagine di cui siano chiaramente individuate le attività e le finalità.

 

Il Ministero ricorda che sarà sempre possibile modificare l’oggetto sociale inserendo nuove attività o eliminando attività che l’ente ritiene di non svolgere più.

 

Quindi, se pur questo debba o possa significare successivi interventi di modifica agli statuti, non si dovranno prevedere tutte le attività astrattamente praticabili dall’ente del terzo settore ma solo quelle effettivamente svolte.

 

Se dette indicazioni, a poche settimane dalla scadenza del termine previsto per le modifiche statutarie (si ricorda che il 2 agosto 2019 è l’ultimo giorno per l’adozione della delibera di approvazione, ma che, stante il periodo feriale e la necessità di convocare l’assemblea con il preavviso statutario, molte associazioni si stanno già apprestando a licenziare i nuovi testi statutari), appaiono quasi tardive, a diversa conclusione si potrebbe arrivare esaminando le novità contenute nei rimanenti due documenti di cui si deve dare notizia.

 

Il primo è una corposa circolare (sono circa 150 pagine) antecedente di un paio di giorni al provvedimento ministeriale sopra illustrato, del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, dal titolo significativo: “Riforma del terzo settore: elementi professionali e criticità applicative”.

 

L’obiettivo è quello di fare il punto sullo stato dell’arte della riforma, facendo emergere le criticità esistenti e le possibili soluzioni.

 

La lettura produce alcune considerazioni di estremo interesse e importanza per il momento attuale delle associazioni potenzialmente interessate all’ingresso nel terzo settore.

 

Intanto nel documento si afferma quello che tutti ormai già pensavamo: “la realtà è che oggi la data di operatività del runts risulta spostata in avanti, verosimilmente alla metà del 2020”.

 

Prendendo per buona questa affermazione (che lo scrivente considera anche ottimistica) le disposizioni del titolo X del codice del terzo settore (ossia la quasi totalità delle norme di carattere fiscale collegate alla riforma) troveranno applicazione non prima del 1° gennaio 2021.

 

Pertanto, la possibilità di applicare la disciplina delle Onlus, la L. 398/1991 e l’articolo 148, comma 3, Tuir, sussistendone i presupposti, potrà avvenire sicuramente per gli enti interessati sia per il vigente che per il prossimo periodo di imposta.

 

Ma la vera novità è altra.

 

Infatti il documento dei Dottori commercialisti espressamente riporta quanto segue: … per la continuità delle agevolazioni degli iscritti preesistenti si è affermata l’interpretazione secondo la quale non sarebbe vincolante adeguare in via assoluta gli statuti entro il 3 agosto 2019…”

 

Questo in quanto, per le Onlus, la specifica disciplina portata dal D.Lgs. 460/1997 continuerà ad avere vigore fino al primo periodo di imposta successivo all’attivazione del Runts; per le odv e le aps, invece, la motivazione troverebbe fondamento nella previsione di cui all’articolo 54 del codice del terzo settore.

 

L’articolo 54, comma 2, D.Lgs. 117/2017, infatti, prevede che, al momento della trasmigrazione dell’elenco degli iscritti dagli attuali registri delle odv e delle aps nel registro unico nazionale del terzo settore, gli uffici avranno 180 giorni per chiedere l’integrazione della documentazione esistente e, comunque, come prevede il comma 4, “fino al termine delle verifiche di cui al comma due gli enti iscritti nei registri di cui al comma 1 continuano a beneficiare dei diritti derivanti dalla rispettiva qualifica”.

 

Di conseguenza, seguendo questa tesi, il termine dei 24 mesi (ossia quello in scadenza al 3 agosto prossimo) previsto dall’articolo 101, comma 2, D.Lgs. 117/2017 andrebbe ad impattare esclusivamente sulla possibilità, concessa se venisse rispettato il termine, esclusa in caso di modifica successiva, di operare le modifiche allo statuto mediante semplice assemblea ordinaria.

 

La tesi, sia pure rispettabilissima, rimane intrisa di dubbi interpretativi.

 

La odv o aps che non modificasse lo statuto sarebbe comunque tenuta agli altri adempimenti di carattere extrafiscale previsti dal codice del terzo settore (pubblicità dei compensi, dei bilanci, percentuale dei lavoratori sui volontari, ecc.)?

 

Potremmo trovarci di fronte ad aps, costituite dopo il 3 agosto 2017, tenute all’integrale rispetto del registro e aps, costituite prima, che, non adeguando lo statuto, potranno evitare gli obblighi del codice ma continuare a goderne dei benefici?

 

E per entrambe varrebbero le medesime agevolazioni fiscali?

 

Un chiarimento ufficiale per il mondo del non profit appare indispensabile

 

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Il disegno di legge governativo sullo sport

22/03/2019 di Guido Martinelli

Con il n. 1603 è stato incardinato alla Camera dei deputati il disegno di legge delega sullo sport, primo firmatario il Presidente del Consiglio e con la sottoscrizione di altri otto ministri, tra cui i due vicepresidenti del consiglio, approvato dal Consiglio dei Ministri e recante “Deleghe al Governo e altre disposizioni in materia di ordinamento sportivo, di professioni sportive, nonché misure di contrasto della violenza in occasione delle manifestazioni sportive e di semplificazione”.

 

Il testo, suddiviso in quattro capi e 14 articoli, vede, nel primo capo (articoli 1 – 3) una delega al Governo per la riforma dell’ordinamento sportivo in conseguenza delle innovazioni portate dalla Legge di bilancio 2019; il secondo (articoli 4 – 5) reca delega al Governo per il riordino e la riforma delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché del rapporto di lavoro sportivo e per interventi in materia di rappresentanza degli atleti e delle società sportive. Il capo III (articoli 6-11) contiene una serie di disposizioni sulla disciplina sulla violenza negli stadi e, per concludere, l’ultimo capo reca norme di delega in materia di sicurezza nella costruzione di impianti sportivi, di riordino degli adempimenti in capo alle Federazioni di carattere amministrativo e la delega in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali.

 

Come testualmente riportato nella relazione illustrativa il primo articolo intende dare seguito al riordino delle fonti legislative dello sport italiano e delle competenze conseguenti già avviato con la Legge di bilancio (articolo 1, comma 630, L. 145/2018).

 

In particolare emerge il riferimento, all’articolo 1, comma 1, lett. d), alla necessità di definire gli ambiti e il ruolo del Coni “quale organo di indirizzo dell’attività sportiva e articolazione del Comitato Olimpico Internazionale nonché con la sua funzione di governo dell’attività sportiva nazionale limitatamente a quella olimpica”.

 

Andrà chiarito se tale limitazione si riferisce alle discipline sportive riconosciute come tali dal Cio (e, se così fosse, come in realtà crediamo, vi saranno ricomprese praticamente “quasi” tutte le discipline che appaiono nell’elenco degli sport riconosciuti come tali dal Coni) o solo quelle che partecipano ai giochi olimpici invernali o estivi.

 

Come già anticipato, riteniamo, salvo smentite, che corretta sia la prima lettura e che, pertanto, per quanto riguarda la disciplina delle attività competitive, rimanga inalterata l’attuale funzione del Coni di regolatore delle pratiche sportive a carattere agonistico.

 

D’altro canto, se così non fosse, si porrebbe un serio problema di quale realtà possa assumere questo ruolo che non appare ricompreso nei poteri della “Sport e Salute spa” (ex Coni servizi), sia pure ampliati dalla L. 145/2018.

 

Ciò appare confermato anche dal disposto del successivo punto e), laddove viene confermato, in capo al Coni, un “potere generale di determinazione e divulgazione di principi fondamentali per la disciplina delle attività sportive, per la lotta contro ogni forma di discriminazione e di violenza nello sport e per la promozione e lo sviluppo dello sport”.

 

Il punto f), sempre dell’articolo 1, comma 1, limita i poteri di controllo e di intervento diretto del Coni “nei confronti delle federazioni sportive nazionali, delle discipline sportive associate, degli enti di promozione sportiva e delle associazioni benemerite soltanto qualora siano accertate gravi violazioni dell’ordinamento sportivo da parte degli organi federali o non siano garantiti il regolare avvio e svolgimento delle competizioni sportive o sia constatata l’impossibilità di funzionamento dei medesimi organi federali”.

 

Se tale previsione, sotto un certo profilo, appare limitare il potere del massimo ente sportivo italiano nei confronti delle federazioni e delle discipline sportive associate (ricordiamo che il Coni è la confederazione delle federazioni sportive nazionali e delle discipline sportive associate) del tutto innovativo e inaspettato è la previsione di un “intervento diretto” del Coni anche nella vita delle associazioni benemerite e degli enti di promozione sportiva nei confronti dei quali, fino ad oggi, il ruolo del Coni era quello di riconoscere o di disconoscere l’ente o l’associazione ma, trattandosi di realtà comunque “terze” rispetto al Coni, non aveva alcun potere di intervento diretto.

 

Viene poi ribadita la piena autonomia gestionale e contabile degli enti sportivi riconosciuti. Questo potrebbe significare che ognuno di questi, che, ricordiamo, ha natura associativa ai sensi di quanto previsto dal primo libro del codice civile, sarà soggetto, sotto il profilo amministrativo e contabile, solo alle leggi dello Stato e non più anche alle indicazioni del Coni.

 

Il primo comma del primo articolo si conclude con la previsione della lett. h), limitando l’attività della struttura territoriale del Coni “esclusivamente a funzioni di rappresentanza territoriale”, e con la lett. i), la quale dà potere al Governo di rivedere la materia dei limiti al rinnovo dei mandati elettivi degli organi del Coni e delle Federazioni introdotti dalla L. 8/2018.

 

La citata previsione di cui alla lett. h) appare, forse, poco riconoscente del lavoro svolto fino ad oggi dalla struttura periferica del Coni e apre seri dubbi su “chi” poi potrà curare la promozione sportiva direttamente sul territorio.

 

Il secondo comma del primo articolo del nuovo disegno di legge delega governativo sullo sport istituzionalizza l’iter di approvazione dei decreti delegati stabilendo, inoltre, che, dall’attuazione della delega descritta nel precedente contributo e prevista dal primo comma, non devono derivare nuovi oneri per la finanzia pubblica e che entro 24 mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti delegati (che ricordo dovranno essere emanati entro un anno dalla data di eventuale approvazione della bozza di legge in esame) potranno essere emanati nuovi provvedimenti integrativi e correttivi dei decreti medesimi. 

 

Detta tempistica è forse una delle cose che lascia maggiormente perplesso il lettore di queste nuove disposizioni.

 

Infatti si assiste ad una immediata perdita di funzioni oggi svolte da parte del Coni, sia a livello centrale che territoriale, senza che sia data immediata indicazione di chi dovrà svolgerle (il riferimento principe è alla diffusione e alla promozione dello sport e dell’attività motoria, nonché della relativa impiantistica).

 

Il rischio di un vuoto, sotto questo profilo, appare allarmante. Ci si augura che il dibattito parlamentare risolva questo aspetto del problema.

 

L’articolo 2 prevede la costituzione dei c.d. “centri sportivi scolastici”.

 

Il riferimento alla loro costituzione “secondo le modalità e nelle forme previste dal codice del terzo settore di cui al decreto legislativo 3 luglio 2017 n. 117” porta a ritenere che queste nuove realtà si collocheranno “tra gli altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale”. Il riferimento alle cariche associative fa presumere la natura “associazionistica” di tali centri.

 

D’altro canto, l’organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche è una delle attività di interesse generale di cui si possono occupare gli enti del terzo settore.

 

Per tali centri viene indicato che l’attività dovrà essere svolta “nei limiti delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili … e senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.

 

Pertanto la scommessa sarà sul come e quanti istituti scolastici riusciranno a costituire questi centri e quale tipo di attività sarà svolta.

 

Appare dubbio che questa possa essere legata alla partecipazione alle attività agonistiche ufficiali delle varie Federazioni sportive costituendo, se così fosse, una sorta di “ASD pubbliche” che indubbiamente andrebbero a “sconvolgere” i già delicati equilibri esistenti tra le attuali ASD e SSD iscritte al registro Coni.

 

L’articolo 3 disciplina la cessione, il trasferimento o l’attribuzione del “titolo sportivo” che consente la partecipazione di una società sportiva professionistica ad una determinata competizione nazionale “qualora ammessi dalle singole federazioni sportive”.

 

La lettura della norma appare quindi limitata solo al calcio e alla pallacanestro e produrrà il problema della sua eventuale applicazione estensiva anche alle cessioni dei titoli sportivi dei campionati dilettantistici (come accade ad esempio nella pallavolo).

 

L’articolo 4 contiene una delega per il riordino “delle disposizioni in materia di enti sportivi professionistici e dilettantistici nonché del lavoro sportivo”.

 

Premesso che, anche in questo caso, viene concesso al Governo un anno di tempo per l’approvazione del decreto relativo, si conferma il principio della specificità del rapporto di lavoro sportivo (che, pertanto, presumibilmente potrà continuare a godere di una disciplina diversa di quella prevista per gli ordinari rapporti di lavoro).

 

Viene (finalmente!!) individuata la necessità di caratterizzare la figura del lavoratore sportivo, indipendentemente dalla natura professionistica o dilettantistica dell’attività svolta e con la definizione  “della relativa disciplina in materia assicurativa, previdenziale, e fiscale e delle regole di gestione del relativo fondo di previdenza”.

 

Si ipotizza, pertanto, una figura diversa dalla attuale, almeno per l’attività dilettantistica (che oggi non gode di alcuna copertura previdenziale o assicurativa) ma, contrariamente a quanto previsto dal disegno di legge Barbaro, pendente al Senato (atto. 999non si individua al momento alcuna soluzione operativa al problema.

 

Si ipotizzano norme che possano facilitare la collocazione lavorativa di ex atleti nonché il mantenimento dei rapporti di collaborazione amministrativo – gestionale di natura non professionale rese in favore dei sodalizi dilettantistici: “tenendo conto delle peculiarità … e del fine non lucrativo”.

 

Si prevede anche una riforma della L. 91/1981 sul professionismo sportivo (e qui non possono essere taciute le perplessità sul come possa un decreto delegato modificare una legge dello Stato) senza dare un orientamento della direzione in cui andrà questa riforma, fatto salvo un generico riferimento “ai principi riconosciuti del diritto sportivo e ai consolidati orientamenti della giurisprudenza”.

 

Viene previsto il riconoscimento giuridico della figura del laureato in scienze motorie (ma per fargli fare cosa?) e il trasferimento delle competenze attualmente svolte dal Ministero della difesa nei confronti dei poligoni di tiro (materia complessa che implicherà anche la necessità di professionalità non facilmente reperibili sul mercato del lavoro).

 

Anche in questo caso, ai dodici mesi previsti per i decreti si potranno aggiungere i ventiquattro indicati per l’emanazione dei correttivi, e, nel caso in cui ci fosse la necessità di maggiori oneri a carico dello Stato, i decreti potranno trovare attuazione solo dopo l’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi che stanzieranno le occorrenti risorse finanziarie.

 

Il successivo articolo 5 contiene una ulteriore delega al Governo per il riordino delle disposizioni in materia di rapporti di rappresentanza degli atleti e delle società sportive e di accesso ed esercizio della professione di agente sportivo”.

 

La norma pare ampliare la riforma già avviata con la Legge di bilancio 2019 che, come è noto, ha introdotto, per l’attività professionistical’albo chiuso degli agenti, con obbligo di un doppio esame: prima uno di carattere generale presso il Coni (la cui prima sessione si è svolta in queste settimane) e il secondo, specialistico, presso la Federazione nell’ambito della quale l’agente intende andare ad operare.

 

Da evidenziare che la riforma, contrariamente a quanto già previsto, disciplinerà anche gli agenti che operano nel settore dilettantistico e tenderà a garantire l’autonomiatrasparenza e indipendenza dell’agente e le modalità di svolgimento di transazioni economiche che: “garantiscano la regolarità, la trasparenza e la conformità alla normativa, comprese le previsioni di carattere fiscale e previdenziale”.

 

Anche in questo caso il governo avrà un anno per l’emanazione dei decreti delegati e ventiquattro mesi successivi per l’emanazione dei correttivi relativi.

 

Il capo terzo del disegno di legge è invece dedicato alle disposizioni per il contrasto della violenza in occasione di manifestazioni sportive.

 

Il divieto di partecipazioni ad eventi sportivi potrà coinvolgere anche manifestazioni che hanno luogo all’estero con l’introduzione di rapporti di collaborazione con le Autorità preposte all’ordine pubblico nei Paesi di svolgimento dell’evento e inasprimento delle pene relative.

 

Viene vietato alle società sportive di “corrispondere in qualsiasi forma, diretta o indiretta, sovvenzionicontributi e facilitazioni di qualsiasi natura, compresa l’erogazione di biglietti e abbonamenti o titoli di viaggio a prezzo agevolato o gratuito” a soggetti destinatari di provvedimenti legati all’ordine pubblico durante gli eventi sportivi, nonché di corrispondere contributi, sovvenzioni e facilitazioni di qualsiasi genere ad associazioni di sostenitori.

 

Viene poi, con l’articolo 11, autorizzato il Governo ad emanare, sempre entro un anno, un testo unico delle disposizioni in materia di prevenzione e di contrasto dei fenomeni di violenza connessi alle manifestazioni sportive che potrà contenere anche l’obbligo, per le società, di: “adottare codici di autoregolamentazione volti a definire i comportamenti a seguito dei quali le medesime società possano rifiutare la vendita del titolo di accesso al luogo di svolgimento delle manifestazioni sportive ovvero ritirarlo”.

 

L’ultimo capo dell’articolato in esame è invece dedicato a disposizioni di semplificazione e sicurezza in materia di sport.

 

L’articolo 12 contiene una ulteriore delega al Governo per l’emanazione di uno o più decreti legislativi per il riordino e la riforma delle norme di sicurezza per la costruzione e l’esercizio di impianti sportivi e per la ristrutturazione e il ripristino di quelli esistenti.

 

Di notevole interesse alcuni passaggi delle linee guida di questa delega. Viene infatti previsto che i criteri progettuali e gestionali debbano tenere conto anche della “gestione economico – finanziaria” degli impianti(si spera che finisca l’epoca degli impianti sportivi architettonicamente bellissimi ma con costi di gestione insopportabili) ma anche, e principalmente per i nostri fini, “la possibilità di affidamento diretto dell’impianto già esistente alla società o associazione utilizzatrice in presenza di determinati requisiti”.

 

Anche qui un anno di tempo per i decreti e i ventiquattro mesi successivi per l’emanazione degli eventuali correttivi.

 

Il successivo articolo contiene l’ennesima delega “per il riordino delle disposizioni legislative relative agli adempimenti e agli oneri amministrativi e di natura contabile a carico” degli enti sportivi riconosciuti dal Coni.

 

Il provvedimento appare opportuno alla luce anche del giudizio pendente avanti all’Alta Corte di giustizia della UE proprio sulla natura o meno di organismi di diritto pubblico della Federazioni sportive nazionali.

 

Il provvedimento si conclude, all’articolo 14, con una delega al Governo in materia di sicurezza nelle discipline sportive invernali.

 

Alcuni fatti di cronaca recente hanno drammaticamente posto come di attualità il tema indicato nel provvedimento.

 

Viene previsto, oltre alla revisione delle norme sugli impianti, l’estensione dell’obbligo di utilizzo del casco, anche oltre l’attuale limite dei 14 anni, la presenza obbligatoria di un defibrillatore semiautomatico sulle piste, nonché norme cogenti in tema di sci fuori pista e di sci – alpinismo.

 

Anche per le due ultime deleghe esaminate, i provvedimenti dovranno essere emanati senza poter prevedere nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e con la tempistica già indicata per gli altri decreti indicati nel disegno di legge.

 

 

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La deducibilità delle sponsorizzazioni secondo la Corte di Cassazione

13/03/2019 di Guido Martinelli

Dopo un lungo periodo di incertezze sull’imputazione come spese pubblicitarie (a deducibilità piena) o di rappresentanza (a deducibilità limitata), delle spese di sponsorizzazione sportiva, la previsione di cui all’articolo 90, comma 8, L. 289/2002 aveva apparentemente chiarito il problema.

 

Infatti la norma (“8. Il corrispettivo in denaro o in natura in favore di società, associazioni sportive dilettantistiche…costituisce, per il soggetto erogante, fino ad un importo annuo complessivamente non superiore a 200.000 euro, spesa di pubblicità, volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario,…’) sembrava stabilire, almeno per le sponsorizzazioni di valore non superiore ai 200.000 euro, una sorta di presunzione assoluta in favore della spesa pubblicitaria.

 

La Suprema Corte, sez. VI, con ordinanza n. 16113 del 19.06.2018, sulla falsariga dei propri analoghi precedenti (vedi sent. n. 5720/2016 e nn. 8981, 14232, 14235/2017) aveva confermato che la disciplina di cui all’articolo 90, comma 8, L. 289/2002 ha introdotto una presunzione legale assoluta circa la natura pubblicitaria e non di rappresentanza di dette spese di sponsorizzazione a condizione che il beneficiariosia una associazione o società sportiva dilettantistica, che sia rispettato il limite complessivo di spesa di duecentomila euro, che la sponsorizzazione miri a promuovere l’immagine e i prodotti dello sponsor e che il soggetto sponsorizzato abbia effettivamente posto in essere una specifica attività promozionale quale controprestazione.

 

Anche successivamente la Corte di Cassazione, sez. V, con ordinanza n. 26590 del 22.10.2018 ha confermato il consolidato orientamento della giurisprudenza che “ha delimitato l’ambito delle detrazioni fiscali delle spese di sponsorizzazione, di cui all’articolo 90, comma 8, della L. n. 289 del 2002, statuendo che esse sono assistite da una presunzione legale assoluta circa la loro natura pubblicitaria e non di rappresentanza” condizionatamente alla ricorrenzacongiunta, della natura di compagine sportiva dilettantistica dello sponsorizzato, del rispetto del limite quantitativo di spesa volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante, dell’effettivo svolgimento da parte dello sponsorizzato di una specifica attività promozionale.

 

Su questa situazione, apparentemente consolidata, si pone una recente ordinanza (Corte di Cassazione – sez. V – ordinanza n. 1326 del 18.01.2019) che sembra rimettere in discussione il principio.

 

Nel caso in esame, l’Ufficio aveva contestato l’antieconomicità della spesa, rispetto ai ricavi per vendite  sul mercato nazionale, considerato il mercato di riferimento dello sponsor, marginale rispetto a quello del  soggetto sponsorizzato, ovvero una compagine sportiva dilettantistica “attiva solo al livello locale, nell’ambito di discipline sportive lontane dal grande pubblico” così da diminuire grandemente le aspettative di aumento delle vendite.

 

La contestazione era  ritenuta  “efficace”  in considerazione dell’attività imprenditoriale della società sponsorrivolta al 99% al mercato estero, avente ad oggetto il commercio all’ingrosso di medicinali  e l’intermediazione nel commercio nei prodotti farmaceutici.

 

La specifica contestazione dell’Erario era incentrata sulla inerenza dei costi ovvero su un requisito di deducibilità; investiva, quindi, il presupposto costitutivo della presunzione di deducibilità  introdotta  dalla disposizione di cui all’articolo 90, comma 8, L. 289/2002.

 

È chiaro che l’inerenza è un presupposto per la deducibilità e quindi i costi sono deducibili se sono inerenti; diversamente non può operare la disciplina di favore.

 

La disposizione di cui all’articolo 90, comma 8, L. 289/2002 introduce una presunzione legale  di qualificazione, come spese di pubblicità, delle spese di sponsorizzazione a condizione che il soggetto sponsorizzato sia una associazione sportiva dilettantistica, che sia rispettato il limite dell’importo massimo predeterminato, che l’erogazione sia diretta a promuovere l’immagine ed i prodotti dello sponsor mediante una specifica attività del beneficiario.

 

Entro tali limiti opera la presunzione ex lege, che è una presunzione di deducibilità, non di inerenza.

 

Qualora l’Erario contesti in radice l’inerenza dei costi e quindi l’esistenza di un presupposto di deducibilità, il contribuente è gravato dell’onere di fornire prova della congruenza ed inerenza di tali costi.

 

Tanto non significa che “cade” la presunzione legale di deducibilità ma che essa non “scatta” qualora sono dubitati gli elementi costitutivi.

 

La presunzione legale assoluta assiste le spese di cui all’articolo 90, comma 8, L. 289/2002  se è data prova dei presupposti e  del pieno  rispetto delle condizioni previste dalla norma; la presunzione non opera sullaverità dei fatti ma sulla qualificazione di un fatto o di un atto sulla base di un ragionamento presuntivo  che è la stessa norma a premettere. Quindi, se sono rispettati i parametri di esistenza, competenza ed inerenza del costo e quindi dell’imponibile maturato e ricorrono le condizioni individuate dalla norma in esame il costo è deducibile; se vi è contestazione in radice e non soccorre la prova positiva da parte del contribuente, deve concludersi per la mancanza di elementi giustificativi necessari ai fini della deducibilità.

 

E, come in un interminabile gioco dell’oca, anche per la deducibilità fiscale delle spese di sponsorizzazionesi è tornati alla casella di partenza.

 

 

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